“Ho ritrovato una tua foto,
be’, di notte ha dirottato altrove il mio mondo
riportandomi a un luogo del passato da cui siamo stati cacciati
Ora siamo tornati in battaglia
Siamo di nuovo sul treno
Siamo di nuovo ai lavori forzati”

I lavori forzati di cui Chrissie Hynde canta in Back On The Chain Gang sono il music business e la sua vita da artista che scrive canzoni, pubblica dischi e va in tour. Una routine che ti mette sotto pressione. Un lavoro a volte spietato e difficile. Ma anche una valvola di sfogo, creativa ed emotiva. La possibile via d’uscita da un profondo shock emotivo, da un evento che ha mandato all’aria tutte le certezze quotidiane e i progetti futuri.

Con una nuova e temporanea formazione che oltre a lei e al batterista Martin Chambers include Billy Bremner dei Rockpile alla chitarra solista, Robbie McIntosh alla chitarra ritmica e Tony Butler (prossimo a entrare nei Big Country) al basso, i Pretenders registrano la canzone agli AIR Studios di George Martin, a Londra, nel luglio del 1982. Sono passate appena 2 settimane da quando Chrissie, leader riconosciuta del gruppo in un’epoca in cui sono poche le donne padrone del loro destino in un ambiente tradizionalmente maschilista, ha cacciato il bassista Pete Farndon a causa della sua tossicodipendenza (ne morirà il 14 aprile dell’anno successivo); 2 giorni dopo, il 16 giugno, viene stroncato da un’overdose accidentale il chitarrista (e suo ex amante) James Honeyman-Scott; e il brano scritto qualche tempo prima assume di colpo un nuovo, straziante significato.

Diventerà 1 dei pezzi chiave della colonna sonora del film Re per una notte di Martin Scorsese e, a settembre, il singolo di maggior successo dei Pretenders negli Stati Uniti (N°5 nella Billboard Hot 100). Forse perché, nonostante quel testo e le sue drammatiche implicazioni, trasmette un senso di speranza e di rinascita amplificato da un sound fresco, accattivante e quasi spensierato. Resta subito in testa, con quel ooh aah cantato in coro da Chambers e Butler in esplicito omaggio alla Chain Gang di Sam Cooke. Con quei clangori metallici che evocano le corvée dei detenuti incatenati gli uni agli altri, il suono di mazze e martelli ricreati dall’assistente di studio Jeremy Allom utilizzando le zavorre che servono a stabilizzare le pedane dei microfoni. Con quella performance vocale intensa e palpitante, gli accordi squillanti di chitarra e l’assolo conciso e pulito che Bremner fissa su nastro in una sola take Sapevo che Billy e Robbie erano le persone che Jimmy avrebbe voluto fare entrare nella band, e così non dovetti starci a pensare», racconterà la capobanda a proposito del loro reclutamento).

Lo stesso quartetto, McIntosh escluso, registrerà anche il lato B del 45 giri, My City Was Gone, introdotta e sostenuta da un massiccio giro di basso elettrico che – racconterà il fonico Steve Churchyard – Butler era solito suonare appena arrivato in studio per riscaldarsi. Il beat insistente e preciso di Chambers, gli accordi taglienti e i toni aspri delle chitarre e la voce pungente e quasi mascolina di Chrissie fanno il resto in un pezzo in cui l’autrice, americana espatriata in Inghilterra, racconta le sue impressioni al ritorno dopo tanti anni nella città natale, Akron in Ohio: una città “scomparsa ”, privata della sua stazione ferroviaria e del suo centro storico, deturpata dai parcheggi, dal capitalismo selvaggio e dalla cementificazione mentre nella casa di famiglia non c’è più nessuno, nei dintorni “le fattorie dell’Ohio sono state sostituite da centri commerciali e una musicaccia da quattro soldi riempie l’aria ”.

Il 13 gennaio 1984 entrambe le canzoni ricompariranno nel 3° album dei Pretenders, Learning To Crawl. Il disco della resurrezione, dopo la caduta in un pozzo nero senza fondo, vivace e ispirato con quell’esemplare connubio di squisite melodie pop e autentico spirito rock and roll, con il basso e la batteria agili, secchi e puntuali (e un Chambers in gran forma), le chitarre elettriche in gran spolvero e protagoniste assolute. Merito anche delle azzeccate scelte produttive di Chris Thomas, che conosce benissimo la band avendovi già collaborato in occasione dei 2 Lp precedenti e a cui interessa ottenere un suono scintillante e sanguigno, senza orpelli e sostanzialmente live (anche se in alcuni casi Chrissie tornerà in studio da sola per correggere alcune sue parti vocali). È il momento in cui la cantante e chitarrista, superati i 30 anni, fa i primi bilanci esistenziali e i conti con la maturità, con il cambio di prospettive, con le tragedie della vita ma anche e soprattutto con la prima, fresca maternità (nel 1983 la tempestosa relazione con Ray Davies dei Kinks le aveva portato in dote una figlia, Natalie).

Prima di assestarsi con la nuova formazione fotografata in copertina che ai 2 sopravvissuti aggiunge McIntosh alle chitarre e Malcolm Foster al basso, Bremner, Andrew Bodnar (bassista dei Rumour di Graham Parker) e il pianista/cantante Paul Carrack (Ace, Roxy Music, Squeeze) fanno in tempo a partecipare in veste di strumentisti e di coristi all’incisione della cover di Thin Line Between Love And Hate, hit datata 1971 del gruppo soul newyorkese dei Persuaders. L’arrangiamento, nitido e stringato, serve a mettere in risalto l’interpretazione della front woman: esemplare nel raccontare con pathos e partecipazione; e con un tono lievemente minaccioso, la storia dark e un po’ grottesca di una donna fedele, premurosa, tradita, trascurata e maltrattata che a un certo punto scavalca la sottile linea divisoria tra l’amore e l’odio finendo per ribellarsi e per mandare il marito all’ospedale.

Ha perfettamente senso che nella seconda facciata del vinile arrivi subito prima di I Hurt You, un altro impietoso resoconto – chissà quanto autobiografico – di violenze psicologiche reciproche tra una donna e il suo compagno (“se fossi stato nelle S.S. nel ’43 ti avrebbero cacciato per crudeltà ”), mentre le chitarre fendono l’aria come spade e le 2 parti vocali incise da Chrissie s’incrociano e sovrappongono restituendo l’ambiguità dei suoi sentimenti. È un brano duro e tempestoso che ha di nuovo in McIntosh, musicista dotato di notevole gusto ma anche di un tocco graffiante da vero pub rocker, un asso nella manica (non a caso poco dopo Paul McCartney lo vorrà nella sua band).

Lo dimostra subito in Middle Of The Road, il vorticoso rock and roll con coretti anni 60 che apre Learning To Crawl con una scarica extra d’adrenalina replicando la sequenza di accordi di Empty Heart dei Rolling Stones e aumentando il carico con un bruciante assolo di armonica; su quel mare agitato di suoni, Hynde sciorina le sue amare riflessioni sulle disparità fra chi ostenta ricchezza e chi vive in miseria mentre chiede di non essere importunata per strada (“me ne vado a casa, sono stanca morta, non sono quel che ero solita essere, ho una bambina e trentatrè anni ”). Già, perché intanto l’adultera maliarda del 1° album dei Pretenders è diventata adulta, la voglia di ribellione si sta spegnendo un po’ alla volta e nulla resta immutabile per sempre. “Tutto qui è a prestito/anche tua moglie e i tuoi bambini potrebbero non essere più lì l’anno prossimo ”, canta con glaciale fatalismo in Time The Avenger su un ritmo ossessivo che Chambers rende implacabile come lo scorrere del tempo, mentre Thumbelina aggiunge una spruzzata di country & western a un rockabilly dal sapore vintage che ha per protagonista un’altra figura femminile in fuga dal marito con bimba al seguito, lungo le strade dell’America.

Watching The Clothes, numero punkeggiante e convulso che risale addirittura ai tempi antecedenti al 1° album, ci ricorda cosa significhi essere donna e dover crescere in fretta: le responsabilità sociali e i sacrifici di chi per badare alle faccende domestiche rinuncia a divertirsi con le amiche trascorrendo il sabato sera alla lavanderia automatica; lo sguardo fisso sui panni che girano vorticosamente dietro l’oblò. Amarezza, cinismo e disincanto turbano sovente l’orizzonte, cedendo il passo a momenti di tenerezza e di trasporto sentimentale solo nelle ballate che chiudono i 2 lati del vinile: nel midtempo di Show Me, Hynde si rivolge nuovamente alla figlia neonata dandole il benvenuto “nella razza umana, con le sue guerre, le sue malattie e la sua brutalità ”, ma poi si scioglie in una commovente richiesta d’amore sottolineata da un altro emozionante assolo di McIntosh.

Autore ed esecutore, quest’ultimo, del tintinnante arpeggio che alla moderna carola natalizia di 2000 Miles regala un’aria tenera, candida e soave a dispetto di un testo malinconico che lamenta la distanza dalla persona amata nella stagione più romantica dell’anno durante la quale, in Inghilterra e non solo, il brano torna periodicamente in alta rotazione radiofonica riaffacciandosi in classifica: dopo Back On The Chain Gang è il titolo più popolare di un disco all killer, non filler che contiene non meno di 5 singoli e che, a dispetto di molti altri successi futuri, i Pretenders non riusciranno più a replicare. Perché non sarà replicabile quel momento, quel passaggio cruciale, doloroso e galvanizzante della vita. In quei giorni, mentre la piccola Natalie imparava a gattonare sul pavimento dello studio di registrazione, con le loro canzoni Chrissie e il suo gruppo si trascinavano fuori dall’angoscia e dalla disperazione uscendone rigenerati come persone e come musicisti.

The Pretenders, Learning To Crawl (1984, Sire)