Non solo Revolver dei Beatles. Non solo Pet Sounds dei Beach Boys. 60 anni fa arrivava nei negozi di dischi anche Yardbirds, unico Lp pubblicato in patria, nei Sixties, dall’omonimo gruppo inglese (ne uscirono invece ben 4 negli Stati Uniti) e la indie britannica Demon Records prende la palla al balzo celebrando l’anniversario con 1 sfizioso box set a tiratura limitata e dal formato particolare che contiene 6 singoli 7 pollici a 45 giri, che su altrettanti vinili colorati riproducono (nella versione mono originale) le 12 canzoni della tracklist inglese, diversa da quella americana.
Gioca d’anticipo la casa discografica di proprietà dei BBC Studios, dato che l’Lp originale su etichetta Columbia uscì nel luglio del 1966, e lo pubblica con 1 titolo diverso e 1 copertina alternativa rispetto a quella che al disco ha guadagnato negli anni la sua denominazione non ufficiale ma d’uso corrente: Roger The Engineer, in onore del fonico Roger Cameron che vi lavorò presso gli Advision Studios di Bond Street a Londra, anche se la caricatura disegnata dal chitarrista ritmico Chris Dreja – un uomo dal viso allungato e le orecchie a sventola che stancamente si trascina tenendo in una mano un paio di cuffie e una bobina di nastro magnetico – secondo quanto raccontato in seguito da lui stesso e da altri membri del gruppo s’ispirava ai tratti somatici di un certo Private Faubus, un soldato americano in cui la band si era imbattuta una volta in aeroporto durante 1 dei suoi spostamenti in tour.

Registrato nell’arco di 2 settimane nel giugno del 1966 (con l’eccezione dei 2 brani incisi ad aprile per 1 singolo uscito a maggio), Roger The Engineer fotografa 1 attimo fuggente, creativo e felice nella storia caotica di 1 dei gruppi più importanti e instabili del rock inglese degli anni 60, che a fine gennaio di quell’anno si era ritrovato catapultato come un corpo alieno sul palco del Festival di Sanremo a interpretare 2 innocue canzoncine pop in coppia con Lucio Dalla (Pafff…bum!) e con Bobby Solo (Questa volta), entrambe escluse dalla finale. Come un qualunque gruppetto beat o novelty act d’effimera notorietà, come 5 arruffati “ gallinacci ” secondo la sommaria traduzione di un Mike Bongiorno ignaro del vero significato di un termine che aveva invece nobili origini letterarie (Sulla strada di Jack Kerouac) o quanto meno musicali (Charlie “Yardbird” Parker). La Italian Connection sarebbe proseguita in modo più consono all’immagine del gruppo con l’uscita nelle sale cinematografiche, in quello stesso 1966, di Blow-Up di Michelangelo Antonioni che filmò il gruppo sul palco di 1 fittizio club di Londra, mentre Jeff Beck procedeva alla sistematica distruzione della sua chitarra.

Jeff Beck
Ecco, Jeff Beck: il guitar hero visionario e proiettato nel futuro che negli Yardbirds era succeduto al purista blues Eric Clapton e che presto avrebbe ingaggiato epici duelli con il vecchio amico Jimmy Page, prima di lasciargli definitivamente il posto. 1 genio e 1 innovatore dello strumento. Ma anche 1 uomo lunatico, ombroso e cagionevole di salute e per questo poco affidabile quando di mezzo c’erano gli impegni gravosi di 1 tour ; volatile asso nella manica di una band completata da Dreja, dal batterista Jim McCarty, dal carismatico e non meno umorale cantante e armonicista Keith Relf e da Paul Samwell-Smith, che con il nuovo manager della band Simon Napier-Bell s’incaricò della produzione dell’Lp rinunciando di punto in bianco al suo ruolo di bassista: tanto che per completare le session si dovette ricorrere all’aiuto di un rimpiazzo, Michael “Mick” Fitzpatrick (è lui a suonare in 6 delle canzoni del disco).
” È opinione generale che unisca dentro di sé le qualità di Burt Bacharach, di Phil Spector e di Richard Wattis [un famoso attore comico inglese dell’epoca] ”, scriveva a proposito di Samwell-Smith nelle note di copertina di Yardbirds/Roger The Engineer McCarty, che di “ Howling Relf ” lodava la qualità di scrittura dei testi (“ ascoltate attentamente le parole di Farewell ”), di Dreja “ il sottile talento vocale udibile all’inizio di Hot House ” e di Beck le indiscutibili qualità di fuoriclasse della chitarra. Da poco entrato in possesso di una fiammante Gibson Les Paul Standard del 1959 con finiture Cherry Sunburst color rosso sfumato, era lui l’indiscusso mattatore dell’album. Pronto a sommergere con tonnellate di feedback, riverberi, sustain e tremolo canzoni che, confessava ancora McCarty, dovevano tanto al blues di Chicago quanto alle poesie di Dylan Thomas e al consumo di birra Watney (contributo essenziale al sound lo diedero anche i loop e gli effetti ricreati abilmente da Samwell-Smith nei limiti di 1 registrazione a 4 tracce e i microfoni accuratamente posizionati da “ Roger l’Ingegnere ” davanti agli strumenti e in particolare al kit del batterista).

Il rock and roll di Bill Haley e di Chuck Berry era invece la fonte d’ispirazione diretta del lato A e del lato B del singolo che a maggio aveva anticipato la pubblicazione del long playing. Con quel titolo scherzoso che faceva riferimento alle posizioni del Kama Sutra e 1 testo che celebrava la gioiosa ubriacatura di vita degli anni 60, Over Under Sideways Down iniziava con la batteria in stile rockabilly suonata da McCarty (ideatore anche della linea melodica del pezzo) e con 1 walking bass suonato da Beck: era poi il suo esotico e psichedelico riff chitarristico, che più che Rock Around The Clock evocava il canto di un muezzin su un minareto, a trasformare completamente l’atmosfera e la struttura di 1 pezzo nato come risposta alla hit di Haley, insieme ai battimani e ai ritmici “hey! ” aggiunti anch’essi in fase di sovraincisione: fu l’ultimo successo da Top 10 degli Yardbirds, piazzato nel 2003 da Rolling Stone al 23° posto fra le 100 migliori canzoni chitarristiche di tutti i tempi. Sull’altra facciata del 45 giri, Jeff’s Boogie era 1 copia abbastanza spudorata e a velocità accelerata di Guitar Boogie di Berry, strumentale swingante che a Beck permetteva di sfoggiare i suoi giochi di prestigio e che di lì in poi sarebbe diventato un suo cavallo di battaglia dal vivo.
Appartiene a Jeff anche la voce solista di The Nazz Are Blue, dove la sua chitarra slide evoca esplicitamente Dust My Broom di Elmore James, mentre la filastrocca polifonica di Farewell (aperta dal pianoforte di Dreja) è farina del sacco di Relf, che con la sua armonica irrobustisce il tono autenticamente r&b di Rack My Mind e di Lost Woman. In quest’ultima e in What Do You Want (una parente di Memphis, Tennessee di Berry) emerge prepotente il basso di Samwell-Smith, che con la moglie Rosie (Rosemary Simon) è anche l’autore di una onirica Turn Into Earth in cui le voci s’intrecciano con quel suggestivo effetto da canto gregoriano perfezionato qualche tempo prima del gruppo in Still I’m Sad. Fu Dreja, invece, a portare in dote Hot House, visionaria, pesantemente effettata e ritmata da percussioni tribali; mentre lo psych pop svagato di I Can’t Make Your Way, una He’s Always There dal riff più minaccioso e i botta e risposta ftra voce solista e coro in Ever Since The World Began, completavano 1 disco in cui ogni componente degli Yardbirds contribuiva sostanzialmente alla scrittura anche se i crediti dei brani riportavano i nomi di tutti i musicisti.

Segno di una precisa volontà di fare squadra, nel momento in cui la band era una volta ancora sul punto di disgregarsi: Beck alle prese con i suoi problemi di salute e il suo desiderio di staccare la spina, Samwell-Smith determinato ad appendere il basso al chiodo per soddisfare le sue ambizioni di produttore e Relf focalizzato su un’emergente carriera solista, mentre la coppia Dreja-McCarty escogitava 1 disco di canzoni umoristiche e 1 libro sulla storia della band. Tutti ricordarono comunque quelle 2 settimane agli Advision Studios come un momento di spensierata libertà creativa, nel mentre cercavano di sganciarsi finalmente dall’immagine imposta dall’alto di “ gruppo da singoli ”. A dispetto dell’improvvisazione che regnava in studio, con Relf affannosamente impegnato a scrivere testi in sala di regia mentre i compagni fissavano su nastro le basi strumentali («Di missare i pezzi non si parlava proprio», ricordò anni dopo il cantante. «O meglio, il missaggio consisteva in questo: a un certo punto qualcuno diceva “ok, ragazzi, abbiamo raggiunto un buon equilibrio. Adesso mettetevi a suonare ”»). Il risultato abbastanza miracoloso di quel caos è 1 disco vulcanico e potentemente simbolico, testimonianza vivace di quella fase di transizione in cui il beat, il British Blues e il pop si muovevano verso nuovi orizzonti tutti da esplorare. Verso la nascente psichedelìa ma anche – come ha ricordato McCarty nel 2016 – verso «un genere che doveva ancora essere completamente sviluppato e che si sarebbe chiamato ‘Hard Rock’…».
