Tratto dall’omonimo romanzo di William S. Burroughs pubblicato nel 1985 e adattato per lo schermo da Justin Kuritzkes, Queer di Luca Guadagnino segna un’altra pagina nel racconto dell’amore cui il regista palermitano ci ha abituati.
Siamo nel 1950. William Lee (Daniel Craig) è un 50enne americano costretto ad esiliarsi a Città del Messico (cinematograficamente ricostruita a Cinecittà) per via delle sue inclinazioni sessuali. Con addosso un completo bianco di lino stazzonato, trascorre le proprie giornate in solitudine, se si escludono le poche relazioni con gli altri componenti della piccola comunità statunitense e le fugaci avventure nei motel con qualche ragazzo, anche a pagamento.

Fra un libro da leggere, una passeggiata verso la zona dei bar e le pesanti ubriacature con conseguente sesso promiscuo, Lee ha un desiderio: recarsi in Equador alla ricerca di una radice psichedelica, lo yage, che sembra possa liberare le capacità telepatiche come viene propagandato dai servizi segreti russi e americani. La sua è una necessità profonda di sentire e di capire, senza quelle parole che finirebbero per ingabbiare qualsiasi sentimento.
L’incontro con Eugene Allerton (Drew Starkey), studente da poco arrivato in città, lo illude di stabilire finalmente un’intima connessione con qualcuno. Ma nonostante si stia innamorando del ragazzo, William teme di chiedergli di seguirlo: Eugene, del resto, non sembra così sicuro della propria sessualità e sparisce anche per giorni lasciando Lee sospeso in una specie di limbo che rischia di farlo sprofondare nell’abisso dell’alcol e delle droghe. Più per spirito d’avventura che altro, alla fine il ragazzo decide di partire dettando al compagno di viaggio regole precise sul contatto fisico.
Assistiamo così alla messinscena delle ossessioni e delle dipendenze del protagonista. Condividiamo le sue paure, il disvelarsi dei sentimenti, le gelosie, le solitudini, le seduzioni e quegli attimi d’impareggiabile gioia che sono tipici degli amori in erba.

Guadagnino non nasconde proprio nulla e Craig è bravissimo a seguirlo in questo percorso che mette a nudo l’individuo con tutte le sue fragilità, le sue speranze e il profondo desiderio di sopravvivere a se stesso, anche quando ci si odia e non si trova requie della propria esistenza. William Lee è un uomo spezzato dai pregiudizi e dalle continue cattiverie; dalla solitudine e dal senso di colpa per non essere quello che tutti si attendevano fosse. Riuscirà quest’ultimo viaggio a liberarlo dai demoni che lo perseguitano?

Come sempre con Guadagnino la regia è molto presente, con continui riferimenti all’arte moderna: da Giorgio de Chirico e le sue piazze metafisiche; a Edward Hopper, con i suoi interni ed esterni “cinematografici ”. I costumi, poi, sono curatissimi e nella colonna sonora non mancano brani Come As You Are dei Nirvana, Musicology di Prince e All Apologies di Sinead O’Connor. Queer è un film forte (magari non per tutti, viste le scene di sesso esplicito), recitato ai massimi livelli.

