Le americane Rosalyn Drexler, Marjorie Strider, Idelle Weber, Martha Rosler, Dorothy Grebenak ed Elaine Sturtevant; l’angloamericana Jann Haworth; la britannica Pauline Boty; l’austriaca Kiki Kogelnik; la giapponese Yayoi Kusama; la francese Niki de Saint Phalle; la belga Evelyne Axell; la colombiana Beatriz González; la peruviana Teresa Burga; la spagnola Eulàlia Grau; la pakistano-canadese Maria Quamar; le italiane Giosetta Fioroni e Titina Maselli…
Se non ci fossero state queste e altre donne ancora a dipingere e a scolpire negli anni 60 e 70 la società dei consumi e la sessualità liberando la figura femminile dal giogo maschilista della donna-oggetto, la Pop Art non sarebbe ciò che è stata, che è e mi auguro sarà: scommettendo, magari, su un’artista come Lucy Sparrow che con il feltro ha creato soffici barattoli di Campbell’s Soup, lattine di Coca-Cola, confezioni di Prozac e tutto quanto fa scaffale, supermarket, farmacia…

Marisol con Andy Warhol, New York, 1965
Tornando ai nomi storici, è sacrosanto che il Louisiana Museum of Modern Art danese renda omaggio fino al 22 febbraio 2026 a una delle più radicali, visionarie artiste Pop della sua generazione: María Sol Escobar (1930-2016), in arte Marisol, nata a Parigi da genitori venezuelani e “ adottata “ da quella New York – «Sono la venezuelana: nata in Francia, vissuta in Italia (trascorre 1 anno e più a Roma, dove studia la pittura rinascimentale; ndr), che ha un’automobile inglese con targa statunitense e assicurazione svizzera. E vogliono chiedermi che origini ho…», dichiara alla stampa – che la trasformerà in una mattatrice dell’avanguardia. In migliaia si mettono in fila per ammirare le sue sculture in legno, intagliate e dipinte, che riproducono figure umane a grandezza naturale, le cui tematiche la distinguono dal mainstream dell’arte popular. Nel 1968 rappresenta il Venezuela alla XXXIV Biennale di Venezia ed è 1 delle 4 donne fra i 149 artisti selezionati a Kassel, in Germania, per documenta. Il 28 dicembre 1970, l’opera intitolata The Family si guadagna la copertina della rivista TIME a corredo dell’inchiesta giornalistica The U.S. Family: “HELP!”.

La visita (The Visit), 1964, Museum Ludwig, Cologne, Donation Sammlung Ludwig 1976
Spesso i suoi lavori vengono assemblati, insieme a oggetti recuperati dalla spazzatura come scarpe, vestiti, tessuti, cappelli, parrucche, specchi, in quadri dalle dimensioni più importanti che consentono a Marisol di fondere la Pop Art con la Folk Art, evidenziando riferimenti sia alle culture primitive dell’America Centrale e Meridionale (vedi le ceramiche precolombiane), sia al boom economico dei Sixties e all’irrefrenabile ascesa del culto della celebrità, che ha fra le sue più azzeccate messinscene John Wayne (1963), con il mito delle pellicole western ridotto a una testa cubica, alla caricatura di un macho su un cavallo da giostra, cappello da cowboy, stivali d’ordinanza, rivoltella come da copione.

John Wayne, 1963, Collection of the Colorado Springs Fine Arts Center at Colorado College
Julianne Kemper Gilliam Purchase Fund, Debutante Ball Purchase Fund
Talvolta, invece, il suo autoritratto è il punto focale di tutto l’insieme: come nel ligneo quartetto femminile di La visita (1964), con l’artista che si raffigura come terza donna seduta su 1 vecchio divano: «La verità è che utilizzo la mia faccia perché è più facile. Quando voglio realizzare un volto o delle mani per una delle mie figure, di solito sono l’unica persona in giro da usare come modella», spiega nel 1965 a Grace Glueck nell’articolo It’s Not Pop, It’s Not Op. It’s Marisol pubblicato sul New York Times Magazine.

Paris Review, 1967, Collection Buffalo AKG Art Museum. Bequest of Marisol, 2016
Fra le oltre 100 opere in esposizione, Paris Review (1967) è con ogni probabilità quella che esprime al meglio il glamour tipico della Pop Art: depistandolo, però, con quel profilo e quelle labbra scarlatte impegnate a bere (o ad eseguire una fellatio?) da una bottiglia di The Paris Review, la celebre rivista parigina, con grafìa identica alla Coca-Cola. E indietreggiando al 1962, da quando hanno avuto l’occasione d’incontrarsi a una cena organizzata dal minimalista Frank Stella, Maripol e Andy Warhol (a sua volta ideatore in quell’anno della Green Coca-Cola Bottle) non si perderanno mai di vista – sebbene i loro trascorsi e percorsi nel mondo dell’arte fossero assai diversi – al punto da meritarsi l’appellativo di ” Regina e Re del Pop “. Lui ne parlerà come della «prima ragazza artista con il glamour», rendendola partecipe delle sperimentazioni visive di Kiss (1963) e di The 13 Most Beautiful Women (1964); lei si metterà a scolpirlo, seduto e avvolto nei suoi pensieri.

The Jazz Wall, 1963, The Art Institute of Chicago. Gift of The Leonard and Ruth Horwich Family Foundation
Colorata come solo l’arte Pop sa essere ma al contempo disturbante, a volte dark, umoristica nel senso più sottile del termine, Marisol abbraccia ogni sfaccettatura della vita quotidiana in un andirivieni di dubbi esistenziali, di messaggi sociopolitici, di battaglie femministe e altro ancora. C’è LBJ (1967), ovvero Lindon Baines Johnson, Presidente degli Stati Uniti d’America, in piedi e a forma di bara come un dead man walking ; c’è The Funeral (1996), con il corteo funebre di John Fitzgerald Kennedy sovrastato da un ingigantito, statuario John-John che fa il saluto militare alla bandiera americana stesa sulla bara del padre; ci sono cubi e parallelepipedi a raffigurare l’inappuntabile rigidità della Royal Family britannica (1967); si respira tutto lo swing possibile nell’atmosfera di The Jazz Wall (1963); ci sono passeggeri bianchi e passeggeri neri, a bordo della squadrata The Car (1964). Ma esaminandoli meglio, si rivelano essere la stessa Marisol. Fatta eccezione per l’autista.

The Car, 1964, Collection Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam
Accanto alle sculture, i meno conosciuti lavori su carta ci raccontano invece un’artista che non ha paura d’investigare il proprio corpo e la propria femminilità, mentre le sue variopinte bambole artigianali cedono anch’esse alla tentazione di autoritrarsi. E poi mani giunte, mani legate, teste e gambe che s’intrecciano e s’avviluppano in attimi di devastante, a volte frustrante sessualità. E un pesce balestra, che ha addirittura le sue sembianze, sgranate in una bocca che si spalanca in attesa di divorare la preda.
Selezionando l’eclettismo di María Sol Escobar nell’arco di 5 decenni (dagli anni 50 agli anni 90), questa mostra antologica che dal 17 aprile al 23 agosto 2026 verrà allestita alla Kunsthaus di Zurigo ci offre l’opportunità di testare e di apprezzare il suo straordinario contributo all’arte moderna.

All My Shoes for Ten Years, 1974, Collection Buffalo AKG Art Museum. Bequest of Marisol, 2016
Marisol
Fino al 22 febbraio 2026, Louisiana Museum of Modern Art, Gl. Strandvej, Humlebæk
tel. 004549190719
Catalogo Louisiana Publications, € 21.95
