Bertinizzazione. Termine azzeccatissimo che illumina, come il flash di una macchina fotografica, l’arte metamorfica, temperamentale, talvolta ironica e sempre pungente di Gianni Bertini (1922-2010), pisano di nascita, parigino d’adozione. Lecce gli dedica alla Fondazione Biscozzi/Rimbaud ETS fino al 13 settembre 2026 l’antologica Gianni Bertini. Storia di un uomo senza storia, curata da Thierry Bertini e da Roberto Lacarbonara.

Il titolo dell’esposizione si riferisce all’omonimo, inedito romanzo scritto dall’artista nel 1953 e declamato l’11 agosto di quell’anno a Venezia, a notte fonda, in Campo San Fantin. A tutti gli effetti manifesto di pensiero di un antiaccademico anticonformista come lui («Alla pittura non ho mai creduto. Non mi piacciono coloro che sostengono di fare l’antipittura. Costoro finiscono sempre con il fare pittura», dichiarò provocatoriamente) che ha valorizzato il senso pieno della parola rapportandolo con l’immagine, lodando la poesia visiva, supportando riviste come Lotta Poetica.

Gianni Bertini negli anni 50
© Associazione Gianni Bertini, Milano

Aveva un bisogno vitale di confronto con altri artisti e critici. Confronto che spesso si trasformava in scontro “, scrive nel catalogo della mostra il figlio Thierry. “ Non temeva di crearsi nemici intellettuali: per lui il dibattito, anche acceso, era una necessità quotidiana. Lo scontro d’idee era il terreno fertile da cui far emergere il proprio punto di vista “.

Esuberante, iperattivo, fumantino come lo sanno essere i toscani, Gianni Bertini è ben raccontato da oltre 40 opere e da una selezione di libri d’artista (fra cui Storia di un uomo senza storia, giustamente in pole position) che mettono in risalto la sua forza rivoluzionaria e il suo grande amore per le avanguardie d’inizio 900, dal Futurismo al Dadaismo.

Non si può dire che la bibliografia bertiniana sia scarsa “, spiega il critico d’arte Guido Ballo nel volume Gianni Bertini edito da Giampaolo Prearo nel 1971. “ Le pagine sull’attività pittorica – fra presentazioni, monografie, recensioni di mostre, autodifese, provocazioni, poesie, diari, fotografie con scritte, manifesti – non riescono più a contarsi. Soprattutto lo stesso Bertini, da buon toscano dalla parola facile e anche caustica, non sa starsene zitto: e scrive, pronto a pungere, a spiegare, a offendere, a lusingare anche, quando gli sia simpatica la persona “.

W l’arte, 1948
Courtesy Frittelli arte contemporanea, Firenze

Avevo voglia di gridare, ma nessuno mi sentiva. Allora tracciavo qualche linea incrociata sulla tela, come un grido “, annota lo stesso Bertini nelle pagine del suo diario. “ Oppure ci scrivevo parole semplici come Alt, Luna, Stop. O ancora, un solo numero: 3, 7, o una specie di termometro. Dei dadaisti avevo sentito parlare, ma conoscevo meglio i futuristi: Lacerba, le parolibere, Filippo Tommaso Marinetti “.

I Gridi hanno il compito di fare da prologo alla mostra. Realizzati sul finire degli anni 40 in Toscana dopo un breve periodo trascorso a Milano a ragionare d’astrazione geometrica, nel 1949 vengono esposti alla Galleria La Strozzina di Firenze nella collettiva Arte d’Oggi. Incorporando e alternando scritte in stampatello (LUNA PARK, GRIDO), slogan (W l’Arte), numeri, simboli della segnaletica stradale e geometrie, “ si rivelano pitture anticipatrici, attuali, rispondenti, nell’efficacia d’immagine perentoria, con immediatezza comunicativa “, osserva Guido Ballo, “ alla vera, complessa personalità di Bertini. Il quale aveva compreso che il rigore mentale, per rispondere alle sue più segrete esigenze espressive, non può rinunciare al divenire dell’esistenza, al mutevole, al vario. Può soltanto farlo diventare perentorio, emblematico “. E precorrere tanto il New Dada di Robert Rauschenberg e di Jasper Johns, quanto la Pop Art del Robert Indiana dei Numbers e dell’iconico LOVE.

Luna park, 1949
© Associazione Gianni Bertini, Milano

Dal 1951, l’interesse per il M.A.C. (Movimento Arte Concreta) di Gillo Dorfles, Gianni Monnet, Bruno Munari e Atanasio Soldati, avvicina Bertini a un Informale sgocciolante, materico, che oscilla fra il segno e il gesto. «A pitturare», dice, «ci si sporca maledettamente. È un lavoro manuale». Che va svolto rigorosamente in tuta, maniche rimboccate, non da pittore ma da meccanico di un’officina, senza cavalletto, senza tavolozza, senza pennelli, chino sulla tela vergine come Jackson Pollock.

Fra il 1953 e il 1954, trasferitosi a Parigi e approcciato il critico d’arte francese Pierre Restany (poi fondatore del Nouveau Realisme), elabora il suo dipingere riempiendo morfologicamente le tele di fili elettrici, giunti cardanici, tubi, ingranaggi. È la svolta meccanica, simbolo della civiltà contemporanea, che preannuncia l’ingresso a partire dal 1965 nella Mec-Art (Mechanical Art) promossa da Restany e animata da artisti quali Mimmo Rotella, Alain Jacquet, Pol Bury, Aldo Tagliaferro, Elio Mariani e Bruno Di Bello. “ L’adozione del termine Mec “, scrive Roberto Lacarbonara, “ si collega per Bertini tanto alla proposta di una pittura meccanica in grado di privilegiare il processo analogico di riproduzione, acquisizione, trasposizione e ricomposizione dell’immagine, quanto ad altri 2 aspetti decisivi di un immaginario già da tempo maturo: innanzitutto quel repertorio segnico-gestuale legato al dinamismo della meccanica e delle sue articolazioni spaziali; secondariamente, un impianto visivo che incorpora segni della pubblicità, della comunicazione e della società di massa ”.

Senza titolo, 1960
© Associazione Gianni Bertini, Milano

In sintesi, la via italiana (più impegnata e colta) alla Pop Art americana. Peraltro già imboccata dopo aver visto, alla Biennale di Venezia del 1964, la bandiera statunitense dipinta da Jasper Johns. Bertini, invece, si procura autentiche bandiere – italiana, francese, belga – per poi metterle in mostra dopo avervi tracciato sopra un groviglio di segni, grafìe, calligrafìe. Il suo essere a suo modo “ popular “ gli consente di passare con nonchalance dal mito rombante di una Formula 1, allo scatto di un centometrista; dalle immagini dei rotocalchi, alla simbologia bellica; dagli abiti e dagli accessori più in voga, alla cronaca mondana; da una femminilità sempre più erotizzante, al voler tutti essere “ umanamente meccanicizzati “.

«Non ho messaggi da lanciare al mondo», tiene a precisare nel 1967 in un’intervista al settimanale Panorama. «Faccio cronaca. Fermo momenti della vita come farebbe qualsiasi reporter. Per questo uso la macchina fotografica e l’attrezzatura tecnica che esiste ed è decisamente più fedele del pennello nel descrivere quello che sta succedendo. Per lo stesso motivo, le mie figure vengono tratte dai giornali, dalle riviste, dai documentari d’attualità. Io mi limito a inserirle in uno spazio che posso manovrare per dare alla mia cronaca un significato più pressante, più urgente».

Grip, 1965
Courtesy Frittelli arte contemporanea, Firenze

A questo punto l’epilogo, dopo aver metabolizzato tutta la suggestione di questa mostra, spetta di diritto a Thierry Bertini che scrive: “ Quando si vive accanto a un vero artista, spesso non ci si rende conto, nell’immediato, della straordinaria peculiarità di quella convivenza. La si comprende pienamente solo quando quella presenza viene a mancare. In fondo, l’unica cosa che posso dire è che alla fine sono stato ‘ bertinizzato ‘ anch’io “.

Gianni Bertini. Storia di un uomo senza storia
Fino al 13 settembre 2026, Fondazione Biscozzi/Rimbaud ETS, piazzetta Giorgio Baglivi 4, Lecce
tel. 08321994743
Catalogo Dario Cimorelli Editore, € 22