“ L’ A.I. non progredisce verso un’intelligenza di livello umano. Si sta evolvendo verso un’intelligenza completamente differente ”
Intelligenza Aliena. Così propone di definire l’Intelligenza Artificiale Yuval Noah Harari nel suo libro Nexus (nota 10-11). Tanto diversa dalla nostra intelligenza come il volo di un uccello è diverso dal volo di un aereo. E nessuno si sogna di chiamare un aereo “ volatile artificiale ”. È vero che i computer riescono a svolgere alcune funzioni come o meglio dell’uomo, ma lo fanno in modo diverso da noi. E lo fanno senza alcuna consapevolezza di quello che producono oppure dicono, anche se ci sembra che parlino come noi. Non bisogna farsi abbagliare dal fatto che le reti neuronali artificiali alla base dei più recenti sviluppi dell’A.I. sono ispirate al funzionamento del cervello umano. Dovunque e comunque si producano e si elaborino nel cervello umano il ragionamento, la coscienza, la percezione, il senso di sé e così via, queste caratteristiche influiscono, tutte insieme, sulle nostre scelte e sulle nostre decisioni. E il cervello è parte del nostro corpo corruttibile fatto di atomi di carbonio.

Gli umani – lo sappiamo – non sono infallibili. Ma non lo sono nemmeno le macchine, anche quelle più “intelligenti ”. Perché sono programmate dagli umani e addestrate grazie a dati raccolti dagli umani in modo non sempre verificato (nota 9). Una ragione in più perché, secondo Harari, le intelligenze artificiali dovrebbero essere controllate, regolamentate e i meccanismi del loro funzionamento resi trasparenti, prima di essere promosse e immesse sul mercato. Vale per i prodotti delle altre tecnologie via via sviluppate dall’uomo, analizzate sia in fase di progettazione, sia di utilizzo. Quando un aereo si schianta al suolo, ad esempio, si mette in moto un rigorosissimo meccanismo d’indagine per scoprirne le cause: si analizzano difetti nella progettazione ingegneristica; si studia il software che svolge alcuni compiti in cabina al posto dei piloti; si analizza la correttezza del comportamento del comandante e del secondo pilota; si continua a cercare la causa in ogni minimo particolare fino ad arrivare ai problemi psicologici di 1 dei piloti, oppure al bullone avvitato male durante le operazioni di manutenzione.
Per l’Intelligenza Artificiale così tanto più potente, pervasiva e opaca di ogni tecnologia mai sviluppata, il controllo è difficile, ma possibile e necessario. Bisogna mettere in campo, auspica Harari, meccanismi di verifica efficaci. E bisogna farlo finchè siamo in tempo. L’imposizione di regole di sicurezza spetta soprattutto ai politici, dal momento che le grandi aziende High Tech – parliamo in questo caso delle americane – rifiutano le regolamentazioni, interessate solo a conquistare il mercato a ogni costo mentre Donald Trump è interessato esclusivamente alla competizione con la Cina. E lo fanno con così tanto successo che gli Architetti dell’A.I. hanno ricevuto l’onore della copertina della rivista TIME come Persona dell’Anno (nella foto – che riproduce la celebre copertina del 1932, Lunch atop a Skyscraper – da sinistra: Mark Zuckerberg di Meta, Lisa Su di AMD/Advanced Micro Devices, Elon Musk di Tesla, Jen-Hsun Huang di Nvidia, Dario Amodei di Antropic e Fei-Fei Li, creatrice di ImageNet (nota 9). Messi insieme, i loro patrimoni privati sono ben superiori ai 1.000 miliardi di dollari. Nella motivazione della scelta, TIME sposa la retorica che accompagna l’A.I., protagonista nel 2025, della “ competizione fra grandi potenze, promotrice d’innovazione straordinaria, capace di muovere enormi quantità di denaro coinvolgendo e stimolando le forze del settore pubblico e privato ”. Non si parla però di quanti lavori, anche qualificati, saranno spazzati via delle macchine intelligenti.

Eppure il settore pubblico, la politica e le istituzioni non si rendono conto della posta in gioco per noi Sapiens, avverte l’autore di Nexus. Anche perché loro non conoscono la tecnologia che dovrebbero regolamentare: una tecnologia ostica da raccontare, perché molto difficile da capire anche per chi ha una preparazione scientifica. Quasi impossibile da divulgare, nella sua parte tecnica, da parte di scrittori e giornalisti. Una tecnologia che si evolve continuamente – anche mentre scriviamo – in un modo tanto veloce da rendere difficile ogni sensata valutazione e previsione. Ne è una prova il fatto che solo la ristretta élite degli specialisti la conosce dall’interno e può valutare la pericolosità della sua adozione generalizzata. Sono proprio alcuni dei creatori delle A.I., infatti, che ci mettono in guardia nei libri che via via raccontiamo, come ad esempio il Nobel Geoffrey Hinton, Mustafa Suleyman, Yoshua Bengio (note 4-5-9-10-11). Nessuno di loro, sulla copertina di TIME, è ritratto sul pilone sospeso nel cielo di Manhattan.

Charles Clyde Ebbets, Lunch atop a Skyscraper, 1932
A confondere e allontanare dalla comprensione dell’A.I., sottolinea Harari, è anche ‘ il “caos terminologico ” che circonda la nuova tecnologia informatica: computer, algoritmo, rete, intelligenza artificiale al singolare, intelligenze artificiali al plurale, nuvola ( cloud ), modello A.I., programma… Come orientarsi? Il fatto è che i “computer ”, ovvero la parte hardware e software insieme (gli algoritmi rientrano nel software) che oggi abbiamo sul tavolo o in mano nella forma di cellulari (o in casa con l’internet delle cose ), non sono oggetti a sé stanti ma – grazie alla connessione – sono diffusi, collegati fra di loro e gestiti dalle aziende. Sono soltanto un nodo della “ rete “ che ci avvolge, ci analizza, ci influenza, ci determina.
“ Le decisioni che prenderemo nei prossimi anni – conclude Yuval Noah Harari – ci faranno capire se aver evocato questa intelligenza aliena si rivelerà un errore esiziale o l’inizio di un nuovo capitolo di speranza nell’evoluzione della vita ”.
