“ Già non attendere io tua dimanda, s’io m’intuassi, come tu t’inmii “ (Non aspetterei la tua domanda, se io potessi immedesimarmi in te, come tu t’immedesimi in me). Così disse Dante Alighieri a Folco da Marsiglia nel Paradiso Canto IX della Divina Commedia. E chissà se Roger Waters avrebbe voluto confidare la stessa cosa al suo pubblico. The Wall Dance Tribute, opus coreografico di Michele Merola, ha festeggiato 1 anno di vita alla Versiliana, chiudendo la decima edizione del DAP Festival/Danza in Arte a Pietrasanta.

«Quando ci è stato proposto di realizzare questo tributo», ci ha dichiarato il coreografo napoletano, «abbiamo cercato di riportarne il senso ai giorni nostri. Desideravamo qualcosa che potesse essere leggibile e parlasse alle nuove generazioni. Sfortunatamente, un manifesto contro la guerra che doveva apparire anacronistico si è purtroppo rivelato di un’attualità spaventosa. Abbiamo comunque agito per rappresentare la nostra epoca, dal punto di vista dell’esperienza individuale. E traendo spunto dalla vita di Roger Waters, ci siamo ispirati all’abbattimento del muro personale verso gli altri. I muri non possono crollare che dalla profondità dell’animo. E il nostro cuore potrà poi aprirsi all’altro».

Alessandro Frontoni con (a destra) il coreografo Michele Merola
Merola ricostruisce un muro insormontabile (quello che nel 1979 diede il titolo all’album The Wall) alzato fra il polistrumentista dei Pink Floyd e un pubblico ormai divenuto ai suoi occhi un viscido nemico, pietra angolare delle sofferenze di un’esistenza irrisolta. I danseurs sono ombre oniriche che perseguitano Waters – impersonato dall’attore Jacopo Trebbi – indossando le vesti della madre, dell’amore perduto, del padre defunto. Un televisore è lo spartano messaggero da cui gracchia l’annuncio della fallita missione militare durante la quale morì, disperso, «il papà».

La narrazione prosegue, i danzatori sono agri rimembranze spasmodiche che perseguitano una mente disturbata fagocitando un delirio che è frutto di quell’infanzia dolorosa. La fanciullezza risuona dura nei ricordi scolastici, nelle angherie di un sistema educativo volto ad annichilire l’individuo per adeguarlo alla macchina del sistema. Another Brick In The Wall diventa la chiave di volta dell’architettura ideata dal regista Manuel Renga. Durante i 6 minuti dell’esecuzione, il bimbo tormentato diventa un cinico adulto.

© Alessandro Frontoni
L’amarezza, malcelata, s’appropria di Roger tramutandolo nel dittatore di sé. E come lui stesso ammette, «sono diventato tutto ciò che non avrei mai voluto essere». Un’immaginaria corona di spine cinge il suo capo mentre grondano, altrettanto oniriche, gocce di sangue offuscando la vista deformata dalla malattia mentale. Al grido di «tear down the wall», verso tratto dal brano The Trial, le ombre affollano la scena implorando il protagonista di liberarle, di volgersi al domani e di camminare, anch’egli, finalmente libero. Cade il muro e cala il sipario sulla decima edizione del DAP Festival, mentre la direttrice artistica Adria Ferrali annuncia le date della prossima kermesse, in programma dal 26 giugno al 10 luglio 2027.
