In una giornata afosa e immobile, mentre il peso del calore sembra sospendere il tempo, la notizia attraversa l’aria come un’eco improvvisa: Francesco Guccini (nella foto di Fabrizio Fenucci) ci ha lasciati. Una notizia bomba come la tragedia di Hiroshima del 6 agosto 1945. Eppure, basta accendere una radio o far scorrere le dita su uno schermo per accorgersi che la sua voce non ha alcuna intenzione di tacere. Risuona nelle stanze, fra le note di una chitarra di legno e l’odore del tabacco, riportando a galla decenni di storie, di dubbi, di sogni.

Francesco non amava le definizioni facili. Quando gli parlavano di rivoluzione, rispondeva con la consueta e sottile ironìa che no, con le canzoni non si abbattono i Governi. Sapeva bene, però. che una canzone ha una forza invisibile e immensa: viaggia nell’aria, s’infila sottopelle e resta lì, ad abitare l’anima della gente.

Una veduta di Pàvana

La sua storia comincia a Modena, il 14 giugno 1940. Ma il vero rifugio della sua infanzia è Pàvana: un pugno di case arrampicate sull’Appennino pistoiese. È lì, tra i boschi, il profumo della farina del mulino di famiglia e il silenzio dei crinali, che affondano le radici del suo immaginario. Negli anni 50, fra i banchi dell’Istituto Magistrale, arriva la folgore del rock’n’roll: Guccini imbraccia la chitarra per la prima volta nel 1957 e comprende che quella cassa armonica è il mezzo ideale per dar voce ai propri pensieri.

Gli anni giovanili sono un vortice di esperienze e di tentativi. Si iscrive all’Università, prova la strada d’istitutore in un collegio a Pesaro (da cui viene prontamente licenziato per l’indole troppo poco incline alle regole), lavora come cronista alla Gazzetta di Modena e infine si tuffa nella notte, suonando il basso con I Marinos nelle orchestre da balera. Poi arrivano la chiamata alle armi nel 1962 e, al ritorno, la decisione di riprendere gli studi a Bologna rinunciando a entrare ufficialmente nell’Equipe 84. Per 20 anni, dal 1965 al 1985, indosserà anche i panni del docente di lingua italiana per gli studenti americani del Dickinson College, inventando nel frattempo storie per la pubblicità e sceneggiature di fumetti a fianco dell’amico Bonvi.

Ma il suo destino è tracciato dalle parole cantate. Negli anni 60, le sue canzoni iniziano a circolare sulle bocche degli altri: l’Equipe 84 porta al successo Auschwitz e L’Antisociale, I Nomadi cantano la scandalosa e profetica Dio è morto. Nel 1967 debutta in veste solista con Folk Beat n°1, firmato semplicemente ” Francesco “. Da quel momento, la sua discografia diventa la mappa di un’intera nazione. Nel 1972 pubblica Radici, l’album che racchiude la celeberrima La locomotiva, inno anarchico e poetico che per oltre 40 anni avrebbe chiuso ogni suo concerto nel boato delle piazze. Nei suoi spettacoli dal vivo non servono effetti speciali e tantomeno scenografie imponenti: ci sono solo 1 uomo, la sua chitarra, i musicisti di una vita — Vince Tempera, Ellade Bandini, Ares Tavolazzi, Flaco Biondini — e migliaia di persone d’ogni età, pronte ad ascoltare.

Gli anni 70 e 80 consacrano il suo talento, unico nel tradurre il quotidiano in universale. Con via Paolo Fabbri 43 (1976) sfoga la rabbia e l’orgoglio nell’intramontabile L’avvelenata; con Amerigo (1978), intreccia i ricordi d’infanzia con l’emigrazione dello zio negli Stati Uniti; con Metropolis (1981) e Guccini (1983), si mette a narrare la malinconìa delle città e gli amori sfiorati in un Autogrill.

Non è mai stato solo un cantautore ” politicizzato “: la vera politica di Guccini si è sempre manifestata con l’invito al dubbio; l’utilizzo dell’ironìa e dell’autoironìa allo scopo di smontare le certezze; quel ricorrere continuo al ” ma “, al ” forse “, all’” oppure “ che toglie ogni enfasi ai dogmi.

Nel 1989 esordisce come scrittore con Cròniche Epafániche, dando inizio a una prolifica carriera letteraria fatta di memorie, lessicografia e romanzi gialli scritti a 4 mani con Loriano Macchiavelli. L’ultimo suo romanzo, edito da Giunti, sarà nelle librerie il 27 agosto ed è intitolato Calde le pere! – Storia di un fiume e di una integerrima fanciulla (96 pagine, € 14.90).

Negli anni 90 e negli anni 2000, Guccini continua a regalarci capolavori incisi nella memoria collettiva: la tenerezza spietata di Farewell, la furia epica di Cirano, la memoria dolorosa di Piazza Alimonda, fino all’omaggio ai grandi miti con Odỳsseus e con Canzone per il Che. Nel 2012, dopo 16 album in studio, decide che è giunto il momento di chiudere il cerchio. Incide L’Ultima Thule, ossia l’ultimo disco inedito, proprio lì dove tutto era iniziato: al Mulino di Chicòn, a Pàvana. Si congeda dai palchi e dalle canzoni, ritirandosi nella pace delle sue montagne fra i libri, il camino e le chiacchiere d’osteria. Ultimi blitz discografici, Canzoni da osteria e Canzoni da intorto (2022,) che raccolgono interpretazioni di brani della tradizione di altri compositori.

Oggi che il tempo sembra essersi fermato, ci resta l’eredità imponente di un artista che ha saputo raccontare chi siamo stati e chi siamo. Francesco Guccini non ci lascia risposte definitive, ma qualcosa di assai più prezioso: uno spazio privato dentro le sue parole, dove coltivare il dubbio, sognare, osservare il mondo da un altro punto di vista. Stasera, in un pezzo d’Emilia, a Parma, accenderò per lui la lanterna che scorre sull’acqua, alla cerimonia giapponese denominata Tōrō-nagashi.