John Campbell è scomparso il 13 giugno 1993, stroncato a 41 anni da un infarto, ma ho fatto in tempo a vederlo 2 volte dal vivo. La prima, il 27 dicembre 1989 al Lone Star Roadhouse di New York nel corso di una maratona di folk, blues e cantautorato acustico in cui oltre a lui si esibivano con 2 set a testa Jorma Kaukonen, Rick Danko e il meno noto Billy Goodman. La seconda, proprio nell’anno della sua scomparsa, il 31 marzo al defunto Shocking Club di Milano, durante 1 showcase organizzato dalla WEA Italiana per presentare ai media il suo 2° album su etichetta Elektra, Howlin Mercy, oltre ai nuovi dischi di Chris Isaak e di Daniel Lanois.

Sono ricordi indelebili: sul palco John era un animale affamato e se li mangiava tutti. La voce da notte fonda e la lama tagliente delle sue chitarre rendevano ogni sua performance indimenticabile, complice una luciferina presenza scenica e un aspetto poco rassicurante a dispetto di una natura apparentemente mite e riservata nella vita di tutti i giorni. Un po’ sciamano nativo americano con un armamentario magico di amuleti, collanine e sonagli di serpente; un po’ cowboy con i capelli lunghi sulle spalle, i basettoni, gli zigomi alti e un volto ossuto e allungato alla Clint Eastwood solcato da cicatrici, ricordo imperituro di un incidente giovanile durante una corsa in dragster che gli era costato l’occhio destro, il collasso di un polmone e la frattura di diverse costole. Aveva vinto una battaglia con la tossicodipendenza ma era ancora circondato da fantasmi. E quando nelle sue canzoni ti raccontava di avere il demonio nell’armadio e un lupo minaccioso sull’uscio di casa, un brivido ti correva lungo la schiena e ti veniva da prenderlo tremendamente sul serio.

John Campbell
(1952-1993)

La prestigiosa Elektra di Jac Holzman sembrava credere in questo pittoresco personaggio sbocciato tardi e che prima di allora solo i puristi del blues conoscevano grazie a 1 disco per la tedesca Crosscut Records prodotto da Ron Earle, A Man And His Blues, che a fine anni 80 gli era valso un W.C. Handy Award; convinta probabilmente di avere per le mani un altro Stevie Ray Vaughan in grado di «portare il blues alle masse», come ama dire sempre “ il puma di Lambrate Fabio Treves. Memore della sua gavetta e del suo curriculum vitae, Campbell ringraziava quasi stupefatto e si godeva il momento, dopo quei 2 formidabili dischi (il succitato Howlin Mercy e il precedente One Believer del 1991) che ti inducono a interrogarti su cosa avrebbe potuto succedere se il diavolo non ci si fosse messo di mezzo un’altra volta.

Te lo chiedi anche dopo avere ascoltato le 2 Meter Sessions di fonte olandese raccolte in questo nuovo disco della New Shot Records di Renato e Cinzia Bottani, etichetta italiana a conduzione familiare dedita al recupero di rarità nel campo della migliore roots music angloamericana e già detentrice di un bel catalogo di titoli, tutti pubblicati con l’autorizzazione e la collaborazione degli artisti o dei loro eredi (in questo caso la vedova di Campbell: l’attrice, produttrice e filantropa Dolly Fox). Il Cd contiene 2 sessions radiofoniche tenute a distanza di 14 mesi negli studi dell’emittente di Hilversum NOB JPR, il 27 novembre 1991 e il 23 gennaio 1993. 9 canzoni in tutto, 4 da ognuno dei 2 dischi Elektra/WEA più un’outtake, Broken Spell: rituale a base di rettili e di pozioni magiche; incantesimo spezzato, immerso nel clima afoso e nelle acque fangose delle paludi circondate da tupelo e cipressi che stanno nei dintorni di Shreveport, la città della Louisiana dove Campbell era nato nel gennaio del 1952.

Sulle sue labbra tutto suonava autentico. Tanto più in questa esperienza d’ascolto ravvicinato, esaltato da un’impeccabile qualità di registrazione. Imbracciando i suoi preziosi strumenti (1 Gibson Southern Jumbo del 1952, 1 National Steel del 1934 e 1 National Resophonic degli anni 40, come ci informano le note di copertina), qui Campbell canta e suona con una “ presenza ”, una sicurezza e una precisione chirurgica che non lasciano scampo ma che sono distanti anni luce dall’accademia. Trasudano invece vita sofferta e vissuta; e nessuno ha saputo dirlo meglio di un altro stregone, il suo caro amico e collega Dr. John durante l’omelia funebre tenuta nella città in cui era andato ad abitare, New York: «Ci ha dato più della musica, ci ha dato sé stesso».

Come ha scritto il celebre giornalista statunitense Nick DeRiso sulla webzine Something Else in un bel ritratto pubblicato nel settembre del 2008, il suo soundincorporava il tempo musicale di Muddy Waters e i robusti appetiti (oltre alla voce da basso profondo) di John Lee Hooker, ma anche la malizia di Chuck Berry e la aerea creatività degli Allman Brothers ”. Lightnin’ Hopkins, Howlin’ Wolf ed Elmore James erano i suoi profeti e di quest’ultimo, dopo 1 slow blues come Angel Of Sorrow in cui anche gli angeli precipitano all’inferno, Campbell riprende in 2 Meter Sessions Person To Person facendone un pretesto per sfoderare la sua grande perizia alla slide e improvvisare una lezione sul campo: il boogie della Louisiana e la tecnica del pop, slap and slide, ci spiega dandone pratiche dimostrazioni, nascono dalla combinazione dello stile “ pianistico ” di Lead Belly, dello stile texano modellato sul suono del banjo e di quello del Mississippi.

Circolano tutti nelle vene di questo straordinario artista che adorava i bluesmen di pelle nera e frequentava gli Hell’s Angels (nomen omen): la malìa tenebrosa di Devil In My Closet e quella World Of Trouble che evoca un’incursione “ nella parte sbagliata della città ”, srotolano fraseggi chitarristici puntuti come spilli e avvolgenti come le spire di un crotalo; la slide taglia come un machete la fitta foschia notturna di Ain’t Afraid Of Midnight e il bottleneck detta legge anche nella torva Wolf Among The Lambs, che dopo 5 minuti e ½ al passo si lancia al galoppo sfogando tutta la tensione fino a quel momento repressa (e per i poveri agnelli in compagnia del lupo, a quel punto, sembra non esserci più scampo).

Sono tutte composizioni originali firmate da Campbell con Dennis Leo Walker, l’autore e bassista che aveva già suonato con Robert Cray e B.B. King, affiancate a 2 grandi reinterpretazioni del traditional riarrangiato Saddle Up My Pony e di When The Levee Breaks: un ringhio licantropo alla Tom Waits che anche in versione solitaria e acustica s’ispira alla rielaborazione radicale dei Led Zeppelin molto più che all’originale di Kansas Joe McCoy e Memphis Minnie datato 1929. Cantando di quella storica e tragica alluvione del Mississippi, Campbell trasmette un senso di minaccia ancora incombente, come se fosse sempre convinto di avere lui stesso le ore contate. Dicono che dormisse pochissimo, per la paura di non risvegliarsi più. Accadde davvero, a meno di 5 mesi di distanza da quella session, una mattina presto mentre riposava nel suo letto a Manhattan e il mondo si stava finalmente accorgendo di lui.