Non mi sento ancora pronto per dare un giudizio definitivo su Pronomi di Enrico Testa (Giulio Einaudi editore, 384 pagine, € 20) che alterna pagine entusiasmanti ad altre piuttosto faticose. Di una cosa però sono certo: resterà ancora a lungo sul mio comodino, perché mi sento davvero coinvolto dal lavoro di questo autore e sento di avere molte cose in comune con lui. Intanto siamo tutti e 2 d’origine ligure (lui genovese, io spezzino), abbiamo le stesse inguaribili passioni per la poesia e per il jazz, ma soprattutto una grande fiducia nel movimento (camminare è il miglior modo di pensare e senza pensiero non siamo niente). Ma al di là delle cose in comune, ci sono ovviamente anche grandi diversità.

Poeta e linguista di una certa fama, docente nell’Università di Genova, Enrico Testa è certo anche un lettore instancabile, a cui invidio una straordinaria memoria (“ l’àncora che ci tiene a terra nel nostro viaggio esistenziale ”). E grazie a questa memoria è riuscito a realizzare una complessa costruzione, fondata su una gigantesca struttura di citazioni più o meno illustri, “ rivendicando il diritto all’arte del saccheggio ”. Filosofi, linguisti, scienziati, poeti, romanzieri, artisti d’ogni genere che hanno fatto la storia della cultura, partecipano a questa bizzarra festa del frammento di saggezza, scavando tutti insieme nei misteri della mente e della parola.

La figura del camminatore è da sempre collegata a quella del cacciatore-raccoglitore che sta all’origine della nostra specie. E ovviamente Testa va a caccia di parole, riflette sulle loro origini e il loro destino storico, le analizza, le classifica: non sorprende, per esempio, che consideri “ smart ” quella più odiosa di tutte, dato che dietro questo ennesimo anglismo ormai si nasconde l’infernale infomania, cioè “ le abilità necessarie ad essere produttivi ” raccolte frettolosamente sullo smartphone: tutto quello che elimina la piacevole fatica della vera conoscenza, il pensiero critico, il dubbio, la lentezza. Appunto il passo del camminatore (non solo colui che pensa è in cammino, ma anche chi scrive e chi legge).

Tuttavia cosa c’entrano con tutto questo i pronomi che danno il titolo al libro? C’entrano eccome! Nelle riflessioni come nei dialoghi, in qualsiasi messa in scena della parola, i pronomi (gli io, i tu, i noi, i loro) sono gli attori, sempre pronti a scambiarsi i ruoli, a diventare le voci degli altri, a trovare nuove storie da raccontare, nuovi sentieri da percorrere. In fin dei conti ogni cammino non è altro che un collegare un luogo a un altro, o anche un tempo a un altro. Non a caso nel 6° capitolo, laddove si parla della prima età come categoria rappresentativa dell’intera esistenza, affiorano 2 citazioni gemelle: “ non c’è altra Terra che quella dell’infanzia ” (Roland Barthes) e “ l’infanzia è non ciò che fummo, ma ciò che siamo da sempre ” (Cesare Pavese). Così il cammino della vita collega il passato e il presente. E nell’universo del linguaggio il poeta occupa la posizione più privilegiata, perché – come diceva Charles Baudelaire – può “ essere a suo piacere se stesso e un altro ”.

Enrico Testa

Naturalmente ogni lettore ha le sue preferenze, specie davanti a un libro così denso e composito. Io, per esempio, ho subìto l’incanto del capitolo intitolato Elogio del Duende: qui il traffico delle citazioni si fa ancora più intenso. “  Chiunque pensi di diventare poeta dev’essere in grado di pensare molte cose contemporaneamente ”. E questa chi l’ha detta? Vladimir Nabokov, forse. E pian piano si vaga fino a scovare questa magica e dispettosa creatura, il duende appunto, secondo Federico García Lorca il principio stesso della creazione artistica, e si divaga nel jazz di Miles Davis, che nel brano Saeta richiama lo stile del cante jondo, caro al poeta andaluso.

Nel successivo capitolo (La passione per le parole) emerge invece prepotentemente il linguista, capace di emozionarmi soprattutto nella parte che riguarda il grande Emile Benveniste, che sulle forme pronominali la sapeva davvero lunga. Negli ultimi capitoli, infine, si scende ancora più in profondità e sembra dominante il tema della mortalità, che riguarda la nostra specie come qualsiasi altra forma di vita su questo pianeta e lascia ovviamente segni indelebili su qualsiasi forma di linguaggio creativo. Ma è sempre possibile rifugiarsi in una consolante meditazione di Ludwig Wittgenstein: “ L’essenza del modo di vedere artistico è vedere il mondo con occhio felice? Seria è la vita, allegra è l’arte ”.