David Bowie, che con infallibile intuito sapeva scegliere i propri collaboratori, l’ha voluto al suo fianco in Blackstar, il suo ultimo capolavoro. Da allora, nella carriera del sassofonista Donny McCaslin esiste un “ prima ” ed esiste un “ dopo ” Bowie. Prima c’erano stati gli Steps Ahead (dove Donny aveva preso il posto di Michael Brecker), le orchestre di George Gruntz e di Maria Schneider, le collaborazioni con Dave Douglas, David Binney e Danilo Perez. Poi è arrivato l’incontro con il Duca Bianco ed è cambiato tutto.

Nel 2014 Bowie e il suo produttore Tony Visconti raggiungono un piccolo jazz club newyorkese per ascoltare il quartetto sperimentale di McCaslin con Jason Lindner alle tastiere, Tim Lefebvre al basso e Mark Guiliana alla batteria. Dopo il concerto, David li raggiunge nel backstage e propone: «Registriamo un album insieme». Detto fatto, nei mesi successivi il disco prende forma fra i Magic Shop Studios e gli Human Worldwide di New York con l’aggiunta del chitarrista Ben Monder, di Tony Visconti e di James Murphy degli LCD Soundsystem. «Nessuno di noi si era accorto di quanto David fosse malato», ha dichiarato Lefebvre. «Aveva idee chiarissime, ci lasciava liberi di suonare come volevamo mentre registrava dal vivo le sue parti vocali».

Donny McCaslin
© Eleonora Tarantino

Che quell’esperienza sia rimasta impressa nel DNA di McCaslin e del suo gruppo (Lindner, Lefebvre e il batterista Zach Danziger) l’abbiamo percepito in ogni singola nota lo scorso 21 ottobre al Blue Note di Milano in una performance di rara intensità che ha saputo conquistare il pubblico. Alto come un giocatore di basket, sax tenore al collo, Donny ha aperto con Wasteland la serata trasformando il Blue Note in un vortice di suoni, come se fossimo catapultati al 55 Bar Club newyorkese dove tutto ha avuto inizio. Il suo è un suono viscerale: il collo che si gonfia, il fiato che diventa pura energia mentre Lefebvre e Danziger costruiscono una granitica e pulsante base ritmica su cui Lindner disegna visionarie architetture sonore.

Lullaby For The Lost, il nuovo album del sassofonista californiano

La scaletta ha incluso gran parte dei brani di Lullaby For The Lost, il nuovo album di McCaslin prodotto da Lefebvre, alternati a pezzi estratti dai precedenti lavori solisti. Fra le esecuzioni più intense e coinvolgenti si sono distinte KID, Solace, Tokyo Game Show (omaggio al Blue Note della metropoli giapponese), Stately, Celestial, Glitch (dall’omonimo Ep uscito quest’anno), Blond Crush e Stadium Jazz, tratto da Casting For Gravity del 2012.

Il concerto si è rivelato un impeccabile esempio di collettivo musicale, con ogni strumentista a svolgere un ruolo ben definito e al tempo stesso del tutto interconnesso. Se il basso di Tim Lefebvre ha contribuito a fornire l’ancoraggio ritmico, la batteria di Zach Danziger ha ridotto in frammenti e poi reinventato con creatività i pattern, il geniale Jason Lindner – autentico laboratorio di elettronica live – ha aggiunto virtuosismi futuristici. Su tutto, il sassofono di McCaslin ora dolce, ora feroce ha guidato il pubblico in territori dove il free jazz, il rock, il drum & bass e l’avanguardia hanno saputo convivere in perfetto equilibrio.

Al termine dell’esibizione, col bassista Andrea Lombardini aggiunto alla lineup, Lazarus (da Blackstar) e la sua intro al sassofono hanno suscitato non pochi brividi “ bowieani ”, mentre l’incontro nel backstage con la band – insieme a uno stilossimo Danilo Filios, storico dandy del Plastic milanese; e al critico musicale Stefano Bianchi, autore del libro My David Bowie pubblicato da Soncini Editore – si è rivelato un momento di pura condivisione fra abbracci, sorrisi, autografi, selfie e la promessa di ritrovarci presto, magari a New York, per un nuovo tuffo nel jazz più visionario e libero che ci sia.