Zero manifesti, zero foto, zero indicazioni. Potreste benissimo non accorgervi che dal 13 settembre 2025 David Bowie ha preso la “ residenza ” a Parkes Street, nel Queen Elizabeth Olympic Park di Londra, dentro quell’affollatissimo V&A East Storehouse che raccoglie più di 1.000.000 d’oggetti di ogni foggia, dimensione e tematica spaziando dalla moda al teatro, dallo streetwear alla scultura, dal design alla fotografia, dalla ceramica agli arredi, dagli strumenti musicali alla cultura pop.
Il David Bowie Centre che si affianca a più di 1.000 fondi conservati dal museo (fra cui quelli di Vivien Leigh, della Maison Worth e del Glastonbury Archive) rappresenta un “ unicum ” in materia di catalogazione, fra le più ampie che il Victoria and Albert Museum londinese abbia mai affrontato. Tutto ha inizio nel 2023, quando viene acquisito l’intero archivio bowieano – oltre 90.000 oggetti che ne ripercorrono la parabola creativa in musica, moda, cinema, teatro, arte, tecnologia – grazie alla generosità della David Bowie Estate, della Blavatnik Family Foundation e del Warner Music Group.

Aladdin Sane Contact Sheet, © Duffy Archive & © The David Bowie ArchiveTM
Anima dell’archivio, i costumi: 500 fra abiti e accessori, di cui 414 completi, che testimoniano l’innato camaleontismo di Bowie. Fra i pezzi più iconici, il look di Ziggy Stardust creato da Freddie Burretti e da Kansai Yamamoto; il dadaistico tuxedo in plastica rigida ideato da Mark Ravitz e dallo stesso David per l’esibizione/esecuzione di The Man Who Sold The World al Saturday Night Live del 15 dicembre 1979; l’impeccabile completo griffato Giorgio Armani del Sound + Vision Tour (1990); la redingote dorata in seta di Alexander McQueen, indossata il 9 gennaio 1997 al David Bowie 50th Birthday Concert di New York (Madison Square Garden).
147 sono invece gli strumenti musicali e le apparecchiature in archivio: dalla chitarra acustica suonata negli album The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars (1972) e Let’s Dance (1983), allo stylophone Dubreq donato da Marc Bolan nel 1969 e utilizzato nel brano Space Oddity, fino al sax Grafton Alto mai prima d’ora esposto e regalato da Haywood Stenton Jones al figlio David 13enne.

Costume designed by Mark Ravitz and David Bowie, worn by David Bowie on Saturday Night Live, 1979
Image courtesy of the V&A
Ammontano a più di 70.000 le fotografie: ritratti nel backstage, in studio con Luther Vandross durante le registrazioni di Young Americans (1975), sul palco nei panni di Ziggy Stardust, sul set del videoclip di Dead Man Walking (1997) insieme alla bassista e cantante Gail Ann Dorsey. A scattarle, giganti dell’obiettivo quali Mick Rock, Brian Duffy e Masayoshi Sukita. Completano il “ corpus ” documentaristico più di 9.000 carte fra taccuini, diari, testi autografi, sceneggiature, lettere, appunti di lavoro. Le pagine scritte a mano rivelano la nascita delle canzoni, mentre i bozzetti e le illustrazioni (come la bozza originale della copertina dell’album Heathen, 2002) testimoniano il coinvolgimento di David in ogni più piccolo dettaglio dei progetti visuali e musicali. Non mancano, inoltre, i disegni e le note di lavori rimasti incompiuti.
Fra i cimeli, 200 riconoscimenti fra cui 6 Grammy Awards e il 1° della lista, il Friars Heroes Award datato 1972. 228 opere d’arte inclusi disegni, dipinti, bambole, manichini e statuette realizzate dai fans, nonché numerosi oggetti di scena come il modello scenografico del Glass Spider Tour (1987) ideato da Mark Ravitz, la frusta utilizzata sul set del film Labyrinth (1985), il ciak originale del film The Man Who Fell To Earth (1976).

Clapperboard used for the film The Man Who Fell To Earth, 1976
Image courtesy of the V&A
A questo punto, se vi aspettate una sfavillante grandeur espositiva come quella di David Bowie Is, che dal 23 marzo 2013 al 15 luglio 2018 fece tappa a Londra, Toronto, São Paulo, Berlino, Chicago, Parigi, Melbourne, Groningen, Bologna, Tokyo, Barcellona e New York, “ Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate ”, vi consiglierebbe Dante Alighieri. Tutto quello che al momento vi è consentito di vedere (il resto dell’archivio vi sarà svelato a rotazione, con 9 display alla volta) si condensa in 1 spazio alquanto risibile. Sarebbe stata cosa più buona e più giusta, forse, allestire con ben altri spazi a disposizione un David Bowie Museum definitivo e scenograficamente all’altezza. Ma tant’è: le esposizioni inaugurali includono Transformative Creativity, che ci illustra in che misura, strategicamente, la creatività di Bowie trascendesse ogni genere, musicale o culturale che fosse. Fra le memorabilia: 1 lettera di rifiuto degli anni 60 da parte dell’etichetta discografica Apple; il Brit Icon Award postumo del 2016; 1 missiva di Lady Gaga in versione fan; 1 autoritratto di David e la sua tavolozza per dipingere; lo storyboard per il video di Blackstar (2015); il sintetizzatore utilizzato negli album Low, Heroes e Lodger (1977-1979); la sfera di cristallo del film Labyrinth (1986).

David Bowie performing as Ziggy Stardust wearing asymmetric catsuit designed by Kansai Yamamoto
Photo Mick Rock, 1973 © Mick Rock
Bowie’s Creative Personas è invece la sezione dedicata ai personaggi, da Ziggy Stardust ad Aladdin Sane, con l’abito disegnato da Freddie Burretti per il video di Life On Mars dall’album Hunky Dory (1971); le foto di Mick Rock che ritraggono Bowie mentre si cala nel ruolo e durante la performance; l’iconica tuta asimmetrica di Ziggy ideata da Kansai Yamamoto. Collaboration and Influences mette in evidenza le ispirazioni di Bowie, nonché l’importanza di collaborare con altri artisti. In mostra la preziosa foto del suo idolo, Little Richard; le polaroid scattate durante le registrazioni di Young Americans (1975) con Luther Vandross, Ava Cherry e Tony Visconti; gli spartiti musicali di Fame, brano scritto insieme a John Lennon e a Carlos Alomar; le foto del Soul Tour 1974 per l’Lp Diamond Dogs.

Polaroid from Young Americans album recording session, 1975
Photo by Corinne Schwab
Futurism ci rende partecipi della fascinazione di Mr. Jones per la fantascienza, e le possibilità offerte dalle nuove tecnologie per ampliare la sua creatività. Da Space Oddity (1969, in mostra il disegno originale per la copertina dell’album) al ruolo da protagonista nel film The Man Who Fell To Earth (1976, lo vediamo nei panni di Thomas Jerome Newton) e alle annotazioni sul futuro di Internet, David Bowie è stato anche il 1° grande artista a pubblicare 1 brano in download digitale; e fra i primi a dar vita a un proprio sito web e a interagire con i fans attraverso forum online. Creativity and Impact, esplora come facesse leva sulla propria musica allo scopo di veicolare messaggi sociali. A testimoniarlo, le ali create da Diana Moseley e indossate nel Glass Spider Tour (1987); un menù annotato del ristorante Schlosshotel Gehrus di Berlino: utilizzato da lui, da Iggy Pop e da Tony Visconti durante la registrazione dell’album Heroes; il manoscritto dell’omonima canzone; la carta d’identità; 1 mappa della metropolitana berlinese; fotogrammi e lettere relative alle riprese del video di Let’s Dance (1983) e la sua importanza nel rendere visibile su scala globale la complessa realtà delle Australian First Nations.

Sketch for film project Diamond Dogs, by David Bowie, 1974
© The David Bowie ArchiveTM
Unrealised Projects presenta i vari crossover fra musica e spettacolo ai quali David aveva lavorato, ma che sono rimasti incompiuti o irrealizzati. Ad esempio, i tentativi falliti d’adattare il romanzo distopico 1984 di George Orwell sono diventati fonte d’ispirazione per i personaggi di 1 film intitolato Diamond Dogs (1974). Leon, invece, è stato concepito da Bowie, Brian Eno e Ty Roberts come un live show su larga scala, Cd-Rom e film d’accompagnamento inclusi, mentre The Spectator è la commedia musicale ambientata nella Londra del 18° secolo a cui si stava dedicando. In mostra, infine, i collage per Leon in India (1994) sviluppati con Eno.

The Spectator 18th Century Musical
Jungle and Drum and Bass si concentra sul blitz di metà anni 90 nella scena dei club. Frequentatore assiduo della serata Metalheadz al Blue Note di Hoxton, David strinse un legame con il dj e produttore discografico Goldie, che diede il via a successive collaborazioni. L’esplorazione della sample culture ha influenzato 1.Outside (1995) e Earthling (1997). Gli artworks per i remix del brano Telling Lies di Bowie, A Guy Called Gerald e Adam F, insieme al testo di I’m Deranged oltre a foto, 1 sceneggiatura e altri oggetti relativi al film Everybody Loves Sunshine (1998), in cui David recitò insieme a Goldie, sono i pezzi forti della sezione.
Gail Ann Dorsey, racconta il rapporto con 1 delle collaboratrici più longeve, che ha suonato il basso nella sua band per più di 18 anni con il suo stile inconfondibile unito a possenti doti vocali. Vengono poi proposti i provini per il video di Dead Man Walking (1997) diretto da Floria Sigismondi, 1 schizzo di Bowie per 1 costume da minotauro destinato proprio a Gail Ann Dorsey e il costume originale realizzato con Alexander McQueen.

Contact sheet of recording session for Dead Man Walking video from Earthling,
directed by Floria Sigismondi, 1997
Guest Curators: Nile Rodgers and The Last Dinner Party è infine la prima di una serie d’esposizioni curate da ospiti: in questo caso il pluripremiato musicista, produttore, cantautore e collaboratore Nile Rodgers; e The Last Dinner Party (TLDP), la band indie rock al femminile vincitrice di 1 Brit Award. Fra i documenti di Rodgers, spiccano la corrispondenza con David a proposito dell’album Black Tie White Noise (1993) e fotografie di entrambi durante le registrazioni di Let’s Dance (1983). The Last Dinner Party hanno invece selezionato scatti di Mick Rock che mostrano Bowie in 1 studio di registrazione, in momenti di pausa fra 1 brano e l’altro; il manoscritto di Win (da Young Americans, 1975); annotazioni e setlist per lo Station To Station Tour (1976).
Gli accessi al David Bowie Centre sono gratuiti ma con ticket, disponibili ogni 6 settimane. Potete inoltre prenotare una visita personalizzata con il servizio Order an Object e su appuntamento, con il team degli archivi del V&A.
