Sembra di arrovellarsi intorno a un ossimoro, ma Curtis Harding la domanda se l’è posta: il retro soul può guardare avanti e non solo indietro? Non solo agli anni 60 e 70 ma anche al futuro? Con il suo 4° album Departures & Arrivals: Adventures Of Captain Curt si è dato una risposta immaginando di salire a bordo di una navicella spaziale per lanciarsi oltre l’orbita terrestre e verso l’ignoto. 4 anni fa, con If Words Were Flowers, aveva trovato una connessione fra il Black Lives Matter e il movimento dei diritti civili di Martin Luther King; tra il flower power e il nuovo risveglio della coscienza nera.

Mentre oggi è il Capitano Curt, perso con la sua astronave nello spazio. E se vi viene subito in mente il Major Tom di David Bowie, siede sulla strada giusta. È una delle fonti d’ispirazione dichiarate di questa sua originale space opera, 1 album concept che molto deve anche a Marvin Gaye (soprattutto a quello di Here, My Dear) e ai Parliament/Funkadelic di George Clinton; alla Gap Band e a Sun Ra; all’afrofuturismo (il movimento artistico, musicale e cinematografico black che fonde temi fantascientifici con elementi di storia e cultura afroamericana), quanto al cinema di Ridley Scott. Per il cantautore nato in Michigan e cresciuto in Alabama da una famiglia musicale, Legend con Tom Cruise protagonista fu nel 1985 amore a prima vista: l’ha raccontato lui stesso alla rivista francese Numéro che in 1 recente articolo l’ha definito 1 degli ultimi guardiani del vintage soul. Tutto vero, anche se il suo approccio alla materia è anche moderno: «Può sembrare una contraddizione», ha spiegato Harding al giornalista Alexis Thibault, «ma quando costruisci una casa devi cominciare con delle buone fondamenta e per me la musica old-school è esattamente questo. Esplorare è come reinventare la ruota e il mio obiettivo è partire da una base solida per poi spingermi un po’ oltre».

È la sintesi perfetta di 1 disco come Departures & Arrivals: Adventures Of Captain Curt e per canzoni che Curt ha spesso costruito partendo letteralmente dal basso: inteso come basso elettrico, lo strumento che lui stesso suona in ⅓ degli 11 pezzi in scaletta, compresa quella There She Goes che lo apre introducendo oniriche sonorità space funk. «Comincio sempre con una linea di basso, un riff di chitarra [il suo strumento principale] o una melodia, che in qualche modo coincidono tra loro. E poi cerco un ritmo», ha specificato illustrando il suo metodo compositivo a Brad Farberman di Tidal. Un approccio quasi garage, che contraddistingueva i primi 2 capitoli di una discografia distillata con calma e parsimonia, Soul Power (2014) e Face Your Fear (2017), da 1 musicista che da solista ha esordito quando aveva già 35 anni e che nella sua concezione musicale aperta e senza preconcetti porta i segni di frequentazioni con il mondo hip-hop e con gente come CeeLo Green (di cui è stato corista).

© Matt Correia

Attorno a quello scheletro ora c’è più pelle e più carne, il corredo necessario a questo soul in cinemascope e in surround e a 1 racconto science fiction che ha molti punti di contatto con la realtà di tutti i giorni: il senso di smarrimento e di disorientamento, la nostalgia di casa ma anche il desiderio di fuga provati da qualunque viaggiatore;  1 cosmonauta come 1 musicista on the road, o chiunque altro si senta spaesato in un mondo di cui ha l’impressione di avere perso le coordinate. Gli ariosi cori femminili, gli archi barocchi e a volte volutamente kitsch (ancora Scott e le sue colonne sonore come riferimento), i Moog e gli organi, le chitarre ritmiche e fuzz, il basso e la batteria (suonati da lui e dai musicisti che l’accompagnano anche in tour : Sean Thompson, Joshy Soul, Noah Bond) fluttuano nello spazio buio, freddo e siderale di brani come Out In The Black, dove “l’oscurità ti macchia l’anima di cenere ”; dove “è difficile vedere chiaramente, e sei fortunato se riesci a ritrovare la strada di casa ”. Come se stesse scrivendo lui stesso una colonna sonora, Harding stavolta ha voluto mettere nella sua musica più intensità e più pathos drammatico, più contrasto cromatico, arrangiamenti più densi e potenti anche se il disco è stato registrato principalmente “live in the studio ” e si tiene ben lontano dalla grandeur sonora.

Curtis canta (molto bene) alternando il falsetto a 1 timbro più caldo e rugoso, a volte la sua voce è filtrata e distorta (nell’electro beat di Hard As Stone) mentre intorno a lui gli strumenti si prendono tutti gli spazi necessari: la batteria fragorosa e la cascata di piatti che aprono Bahn Me; il synth bass di Felt It Inside; il pianoforte e il vibrafono (suonato dall’ospite Carolyn Trowbridge) della stupenda True Love Can’t Be Blind; mentre nella contagiosa Time il riff di chitarra accompagna 1 sermone quasi gospel, in The Winter Soldier la sei corde graffia e si distorce, in The Power (1 pezzo che Harding aveva nei cassetti da qualche anno) sono di nuovo il basso e una ritmica alla Nile Rodgers a imprimere 1 ritmo disco a 1 pezzo che s’ispira a un altro film datato 1985, il cult americano del genere arti marziali L’ultimo drago (e a 1 pezzo portante della sua soundtrack: The Glow di Willie Hutch).

È il brano più movimentato di 1 disco in cui i bpm non sono mai troppo accelerati e mai troppo lenti, come se la navicella spaziale di Harding proseguisse a velocità di crociera più che a strappi. Lo psychedelic soul siderale di Running Outta Space conduce a 1 finale aperto, la proiezione in 1 futuro ignoto che, dice Harding, «a me sembra rappresentare il principio stesso dell’evoluzione. È naturale volere andare oltre». Curtis, il retro-soul man, lo sta facendo con i suoi dischi, con la sua musica, con la sua poesia urbana che sa parlare di vita quotidiana come di altre dimensioni. Fra arrivi e partenze dalla sua stazione orbitale, si appresta a tornare in Europa con un tour che prende il via il 17 ottobre a Madrid e che fra il 21, il 23 e il 24 dello stesso mese sbarca a Bologna, Roma e Milano. Sarà affascinante scoprire che forma assumerà il suo soul cosmico una volta tornato sulla Terra.