Le sue sculture danno potentemente voce a una condizione umana fatta di solitudine, sofferenza, emarginazione. Un percorso il suo – frutto della frequentazione di ospizi e di ospedali psichiatrici; dell’osservazione profonda dell’umanità e del mondo circostante – che ha intrapreso con coraggio e coerenza.

Nato a Pesaro, classe 1939, Claudio Cesarini frequenta l’Istituto di Porta Romana a Firenze, dove ha l’occasione di seguire le lezioni di alcuni fra i protagonisti dell’arte italiana del ‘900 quali Bruno Innocenti, Mario Moschi, Renzo Grazzini e Alessandro Parronchi. Se i suoi esordi avvengono nel campo del disegno e della pittura, ben presto Cesarini approda a un genere scultoreo che farà da battistrada alle sue rigorose ricerche espressive. La sua carriera decolla nel 1962, quando si aggiudica il Premio Salvi di Sassoferrato cui faranno seguito nei successivi decenni numerosi altri riconoscimenti. A Pesaro, nel 1965 e nel 1968, vengono allestite le sue prime personali; quindi entra in contatto con le avanguardie artistiche di New York per poi aprire un atelier a Milano. In parallelo all’insegnamento nelle scuole, lo scultore intensifica l’attività espositiva con mostre nel capoluogo lombardo, a Oristano, a Innsbruck, nella cittadina svedese di Västerås e in varie località marchigiane, accompagnate da testi critici di studiosi quali Giancarlo Scorza, Armando Ginesi e Silvia Cuppini.

Lo scultore Claudio Cesarini

È stato per un periodo di tempo a New York, negli anni in cui la Pop Art prendeva il posto dell’Espressionismo Astratto…
«Arrivando dall’Europa con una cultura e un’educazione cristiano cattolica, la mia espressione umana proveniva dalle case di riposo, dai centri psichiatrici, dai cronicari dove c’erano persone che non avevano nessuno accanto. Di conseguenza mi esprimevo in quei termini, scolpendo la solitudine che c’era là dentro. A New York, la mia figurazione doveva compiere un salto: quella solitudine che avevo visto negli occhi di chi era ricoverato in quegli istituti psichiatrici, ora la vedevo per strada dove spesso si moriva. Devo dire che è stato un momento di grande ispirazione, ma di altrettanta sofferenza. Per rielaborare la mia arte occorrevano tempo, silenzio, amore. Avevo bisogno di un mio spazio, mi chiudevo in una stanza al buio, non riuscendo a guardare la luce esterna, perchè dovevo scoprire la mia luce interiore».

Durante gli studi ha avuto il privilegio di relazionarsi con importanti esponenti della cultura e dell’arte. Cosa le hanno anzitutto insegnato?
«L’amore per la costruzione e per il lavoro. La grande umiltà, seppure avessero la presunzione di essere e di sapere che venivano considerati grandi. Qual è l’insegnamento? Se si pronuncia la frase “Io so di non sapere ” è un discorso plausibile; se invece si rimane al “Io so ”, non si raggiungerà mai l’animo umano».

Quando inizia a lavorare su una scultura ipotizza già un risultato finale?
«Assolutamente no. Sento la necessità di una profonda elaborazione, poiché bisogna anzitutto vedere con quale materia lavori: se dipingi occorre una sua modalità, se scolpisci ne occorre un’altra per predisporre una forma e raggiungere la forma definitiva è una conquista, poiché più la materia ti resiste più sei costretto a entrarci dentro, a limare per poterci tirare fuori quello che senti. È una macerazione continua: ti avvicini alla forma, ma puoi anche allontanarti da essa o addirittura smarrirla. Quindi diventa una vera e propria conquista, per raggiungere quell’idea che hai dentro di te. L’arte è come la vita: matura piano piano per poi sbocciare come un fiore».

Si dice che l’arte e la cultura salveranno il mondo…
«Certo! Quando parliamo di arte, pensiamo agli artisti che dipingono, che scolpiscono… Ma non è solo questo: l’arte sta all’uomo, è dentro l’uomo, basta saperla trovare dentro di noi. Una volta, Pablo Picasso stava parlando con il suo vicino di casa che gli diceva: “Maestro, con lei la natura e stata benevola mentre noi, comuni mortali, ci ritroviamo così ”. Picasso gli rispose: “Non è assolutamente vero: io sono come lei. L’unica differenza che c’è fra noi 2 è che io ho avuto la pazienza di guardarmi dentro. Se lei avesse avuto la stessa pazienza, alla fine del suo percorso risulterebbe un genio! ”».

Pesaro è stata Capitale Italiana della Cultura 2024. Se lei fosse stato nel comitato organizzatore, cosa avrebbe portato nella sua città?
«Non intendo fare polemica, ma avrei chiesto all’ex sindaco Matteo Ricci d’istituire una commissione di esponenti della cultura locale perché Pesaro è una città anti culturale: ciò che succede qui, muore nello stesso identico momento. E chi dice che l’uomo non ha bisogno di arte o di poesia dice il falso. Prendiamo il caso di Urbino: nel Rinascimento, per merito di Federico da Montefeltro, era diventata la culla dell’arte e della cultura. Se guardiamo al passato, c’erano uomini che sapevano vivere la cultura sotto ogni aspetto».

Come vede l’arte oggi?
«Riesce a interpretare il presente ed è in sintonìa con una rivoluzione culturale foriera di nuovi messaggi che alimentano la fantasia dell’individuo. Ed è feconda dal punto di vista esistenziale, poiché gli artisti vivono con una dimensione espressiva sempre all’avanguardia e con le antenne colorate di modernità».

© Claudio Cesarini

Cosa occorre a un giovane per ritenersi un artista completo?
«Occorre anzitutto una presenza in grado d’affrontare i problemi esistenziali. Una presenza che deriva, inoltre, da una preparazione culturale, dal momento che la cultura è quel crogiuolo che forma le idee fermentando l’animo umano».

Che giudizio dà al centemporaneo?
«È in un costante fermento che non ha più confini, essendo questa fase storica ricca di rivoluzioni scientifiche e tecnologiche. L’individuo, oggi, si trova ad affrontare una grande rivoluzione esistenziale non basandosi più sulla sfera terrestre ma allargando lo sguardo allo spazio. Prevedendo la propria vita nello spazio. È attraverso questa visione che l’arte contemporanea inizia a sviluppare nuove realtà».

C’è in particolare un’opera che reputa sia la più importante fra tutte quelle che ha scolpito?
«Ci sono miei lavori che hanno più impatto, altri meno, ma sono ugualmente carichi di pathos esistenziale. Per un verso o per l’altro camminano con una loro anima, pieni di luce e di espressività».