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A Bigger Message – Conversazioni con David Hockney

Negli anni 60, quand’era Pop così e così, ha dipinto l’acqua delle piscine hollywoodiane. Poi sono arrivati i ritratti, i photocollages, i disegni trasmessi via fax e quelli elaborati al pc, i paesaggi sempre più giganteschi, i vasi di fiori freschi tratteggiati sull’iPhone, sull’iPad e poi mandati via sms agli amici. Classe 1937, inglese dello Yorkshire e californiano d’adozione, David Hockney è pittore, disegnatore, incisore, scenografo e fotografo. Il più grande di tutti? Senz’altro il più vulcanico, esuberante, vitale. Un artista inquieto che sconfina, deborda, non ci sta a diventare sempre più vecchio. Un impressionista postmoderno stregato da Vincent Van Gogh, Jan Vermeer, Claude Lorrain, Caravaggio, Pablo Picasso, Claude Monet, John Constable, William Turner.

Martin Gayford, critico d’arte di Bloomberg News, ha conversato con lui per oltre 10 anni ricavandone confessioni, aneddoti, riflessioni e circostanziate dosi di humour. Il risultato è A Bigger Message, libro-intervista che spreme tutto il succo possibile e immaginabile di questo dandy curioso, poliedrico, instancabile. Scrive Gayford nell’introduzione: “Una mattina, all’inizio dell’estate del 2009, ricevetti un sms da David Hockney: ‘Questo pomeriggio le manderò l’alba di oggi. Suona assurdo, è vero, ma sa cosa voglio dire’. Più tardi, puntualmente l’alba arrivò: nubi rosa pallido, malva e color albicocca vagavano sulla costa dello Yorkshire alle prime luci di una giornata estiva. Era un’immagine delicata come un acquerello, luminosa come una vetrata e high-tech come tutte le opere d’arte di oggi. Hockney l’aveva disegnata sull’iPhone”.

Ciò che si era rivelato era un colpo da maestro. Il gioco di prestigio d’un avanguardista del nostro tempo. L’antitesi della pittura en plein air. Ossia Hockney sul ciglio della strada, nello Yorkshire, a dipingere gli umori del paesaggio: «Mi succede di lavorare all’aperto su tele molto grosse. A volte passa un contadino e si ferma a fare quattro chiacchiere e a dare un’occhiata». Poi, nei capitoli di questo libro bello e affascinante si parla di disegno («Sì, lasciare dei segni è sempre stato qualcosa che mi ha affascinato. Ed è ancora così. Ho scoperto molto presto che mi piaceva. Del resto tutti i bambini adorano scarabocchiare con le matite e un pezzo di carta…»), del dipingere a memoria («Otto anni fa non avrei dipinto il soggetto che ho intrapreso ora: una radura piena di piante. Mi sarebbe sembrato un vero guazzabuglio. Dovevo iniziare a guardare, disegnare e ancora guardare. Ora, grazie al tempo che ho trascorso a disegnare queste piante, so quello che cerco»), della camera ottica di Caravaggio; di musica e movimento; Van Gogh e la potenza del disegno; potere delle immagini; effetto della luce («La chiarezza della pittura fiamminga mi ha sempre impressionato. Probabilmente è dovuta dal fatto che i pittori fiamminghi conoscevano le condizioni ottimali della luce per qualsiasi cosa guardassero. Per guardare una certa cosa è meglio il pomeriggio; per un’altra è meglio il mattino, a seconda della direzione verso cui si volge lo sguardo»).

A Bigger Message. Un messaggio più grande. Hockney che racconta e si racconta senza mai risparmiarsi. Lucido, razionale, passionale, senza perdere il filo del discorso, ragionando sulla sua arte multiforme: dal Bigger Splash in piscina, fino all’iPad. Arrivando alla conclusione che «la pittura ci sarà sempre, anche se è difficile che prosperi se non la si insegna».

Martin Gayford, A Bigger Message – Conversazioni con David Hockney, Einaudi, 248 pagine, € 28

Foto: David Hockney nel suo studio a Los Angeles, aprile 2016, © Shaughn & John

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