Credo che la distopìa, quando è veramente efficace, non è mai soltanto un racconto ambientato nel futuro. È un modo per osservare il presente attraverso uno specchio deformante, per rendere visibili quelle crepe che nella quotidianità rischiamo di non vedere. Il futuro narrato dalla letteratura non arriva mai all’improvviso: nasce dalle scelte, dalle paure, dalle contraddizioni del tempo in cui viviamo.

È proprio in questa dimensione che si colloca Corri Mirna, corri! (294 pagine, € 16), il mio nuovo romanzo pubblicato da Provaci ancora Bill Editore. Un’opera che utilizza gli strumenti del noir, della narrativa distopica e del romanzo sociale per costruire un affresco inquietante di una Milano del 2036: metropoli che non rappresenta soltanto un luogo geografico, ma diventa il simbolo di una trasformazione più ampia: quella di una società che ha smarrito progressivamente il senso della solidarietà, della complessità e dell’accoglienza. Prefiguro un’ascesa nel tempo, in tutta Europa, di governi autoritari, conservatori e marcatamente di destra. In questo scenario, si dipana la mia narrazione. La Milano che racconto è una città ferita: non è la capitale dell’innovazione e del successo economico spesso celebrata dall’immaginario contemporaneo, ma un organismo attraversato da tensioni profonde dove la tecnologia, il potere economico e il controllo sociale convivono con nuove forme di povertà, marginalità, violenza.

La criminalità internazionale cresce in parallelo all’indebolimento delle istituzioni, creando uno scenario nel quale il confine fra ordine e caos diventa sempre più sottile. Ma il “ mio ” futuro non è una semplice previsione apocalittica. È una domanda rivolta al presente: cosa accade quando una società accetta lentamente la perdita dei propri valori fondamentali? E soprattutto: quanto saremmo disposti a reagire se le condizioni autoritarie ci obbligassero a rivedere il nostro modo di vivere? Quanto saremmo disposti ad arrenderci o a combattere, reagendo anche con la forza? Domande nodali, che credo abbiano dato origine alla mia storia.

Fra gli elementi più interessanti di Corri Mirna, corri! al netto dei personaggi poliformi, ribelli e mai sazi di giustizia sociale, c’è il ruolo della città: Milano non è soltanto lo sfondo delle vicende, ma un vero e proprio personaggio narrativo. La Torre Velasca, ad esempio: luogo simbolico e quasi mitologico della storia milanese, diventa il rifugio di chi vive ai margini del nuovo ordine sociale. Un luogo abitato da artisti, outsiders, precari e persone che hanno scelto o subìto una condizione d’esclusione. In questa scelta narrativa c’è qualcosa di profondamente milanese: la capacità della città di nascondere, dietro la facciata del progresso modaiolo, mondi paralleli e invisibili. Costruisco, così, una metropoli fatta di contrasti: zone ancora legate alla memoria storica e territori trasformati in aree di conflitto, quartieri dove il controllo dello Stato è fragile e dove nuove organizzazioni criminali internazionali si contendono spazi e risorse. La città del futuro non è dunque una semplice ambientazione fantascientifica. Il mio orizzonte non sono le metropoli alla Blade Runner, per intenderci, ma è una sorta d’enclave sfregiata dalle nuove tensioni esacerbate, ma già presenti, nel nostro tempo.

Marco Bellomi

Ma veniamo agli interpreti umani di questa storia folle. Il protagonista, Tancredi, è una figura profondamente noir. Un uomo segnato dal passato, dalle proprie scelte e dai propri errori. Fotoreporter, ex detenuto ed ex bombarolo terrorista, individuo incapace d’adattarsi completamente alla società che lo circonda, porta con sé una ferita che non è solo personale ma anche collettiva. Il suo rapporto con la realtà passa attraverso la fotografia. Guardare, registrare, conservare immagini significa per lui opporsi alla cancellazione della memoria. In un mondo dove la verità può essere manipolata e il potere decide quali racconti devono sopravvivere, l’occhio del fotografo diventa una forma di resistenza. Tancredi non è un eroe tradizionale. È un uomo contraddittorio, spesso duro, incapace di nascondere rabbia e fragilità. Proprio questa imperfezione, credo che lo renda più credibile. La sua lotta non nasce dalla certezza di avere ragione, ma dalla necessità di capire.

Il cuore emotivo della vicenda, è rappresentato dal rapporto fra Tancredi e Mirna: personaggio complesso, costruito attorno al tema dell’identità e della possibilità di trasformare la propria esistenza. La sua storia personale attraversa il trauma, la perdita e la rinascita. Prima di diventare Mirna era Ismar, un bambino bosniaco sopravvissuto a quell’assurda guerra balcanica e alla perdita della propria famiglia. Crescendo, comprende che il corpo ricevuto alla nascita non coincide con la propria identità più profonda e intraprende il percorso che lo porterà a diventare finalmente sé stessa. Questo elemento è centrale, perché non volevo utilizzare il tema transgender come semplice elemento narrativo, ma come chiave di riflessione e metafora sul cambiamento umano. Sono convinto che l’identità non sia una gabbia immutabile, bensì un percorso. Una costruzione personale fatta di memoria, esperienza, autodeterminazione.

Come una sorta di Armata Brancaleone dai tratti tragici ma a volte commoventi e acuti, Tancredi, Mirna, l’indiana Anisha assieme a un gruppo poliforme e ribelle di membri Lgtbqia+ in fuga da Berlino (un tempo città ideale che incarnava la capacità trasformatrice sociale dei corpi), metteranno in atto una rivolta contro la criminalità e il potere che l’appoggia, dai risvolti imprevedibili e cruenti. In questo senso, Corri Mirna, corri! dialoga anche con uno dei grandi quesiti della contemporaneità: quanto spazio siamo disposti a concedere alla complessità dell’essere umano?

La struttura del romanzo appartiene chiaramente alla tradizione del noir : un’indagine, una città oscura, un protagonista tormentato, una rete di poteri nascosti. Ma utilizzo apposta il genere per andare oltre il semplice mistero criminale. Un’indagine sui bambini trovati morti nei pressi di Linate, spalanca ad esempio una porta verso un sistema più vasto, dove la violenza individuale diventa il sintomo di un problema molto più grande. Il crimine non nasce dal nulla: è collegato a interessi economici, traffici internazionali, meccanismi di potere. Il noir, per me, diventa così uno strumento per leggere la società. Come nella migliore tradizione del genere, il delitto non è soltanto un evento da risolvere, ma una ferita attraverso cui osservare un’intera epoca come le nuove schiavitù del futuro. Uno dei temi più forti, riguarda infatti lo sfruttamento degli esseri umani.

Racconto un futuro dove la modernità tecnologica non ha eliminato la barbarie, ma l’ha resa più organizzata e invisibile. Le nuove forme di criminalità globale (vedi la poliedrica e in un certo senso ” affascinante “ mafia nigeriana con le sue appendici organizzative legate ai movimenti pan-africanisti rivoluzionari d’antica memoria) convivono con una società apparentemente avanzata, dimostrando che il progresso tecnico non coincide automaticamente con un progresso morale. Se vogliamo, la domanda implicita è inquietante: può una civiltà possedere strumenti tecnologici sempre più sofisticati e contemporaneamente perdere la propria umanità?

Pur muovendosi nel territorio della fantascienza sociale, Corri Mirna, corri! resta quindi un romanzo profondamente e volutamente legato al presente. Le paure che attraversano la storia sono quelle del nostro tempo: la paura dell’altro, la trasformazione delle città, il controllo dei corpi, la crisi delle identità tradizionali, la crescita delle disuguaglianze. La mia distopìa, non immagina un futuro lontano e irriconoscibile. Il suo elemento più inquietante è proprio la vicinanza. Potrete riconoscere qualcosa di familiare nei conflitti narrati, perché il futuro descritto nasce dalle contraddizioni che già attraversano, purtroppo, il nostro presente. Inoltre, il titolo del romanzo contiene forse il suo significato più profondo: Corri Mirna, corri! non è solo un invito alla fuga. È una frase che racchiude la necessità di resistere, di continuare a cercare il proprio spazio in un mondo che tende a classificare, a separare, a controllare.

La corsa si trasforma in una metafora dell’esistenza contemporanea: la ricerca di libertà, la difesa della propria identità, il tentativo di non essere cancellati ed incasellati. Se vogliamo, questo è un libro sulla memoria e sulla possibilità di ricominciare. Sul bisogno di riconoscere l’umanità anche dove il sistema tende a negarla. Sulla necessità di guardare oltre le rigide categorie con cui spesso tentiamo di semplificare il mondo. La Milano del 2036 non è solo un luogo immaginario. È una possibilità. Un avvertimento. Una domanda.

Forse il compito della letteratura è proprio questo: non prevedere il futuro, ma aiutarci a scegliere quale futuro vogliamo evitare.