Succede anche questo. Che una delle live band più trascinanti e spettacolari della storia della musica popolare, attiva dal 1965, debba aspettare il 2026 per vedere finalmente pubblicato, su Cd o doppio vinile colorato a tiratura limitata, 1 album dal vivo ufficiale. Non per iniziativa di una casa discografica tradizionale ma grazie a un’etichetta chiamata Sing Records, emanazione di una blockchain company la cui missione aziendale consiste nella gestione dei diritti d’autore e delle proprietà intellettuali.
Sono stati i suoi titolari a recuperare 1 vecchio e misterioso nastro già circolato (ma solo parzialmente) come bootleg nel 1981, intitolato At Rozy’s storpiando il nome del club di New Orleans in cui si pensava fosse stato registrato salvo poi scoprire che quel prezioso documento, ora ripulito, rimasterizzato e ricomposto nella sua sequenza corretta, proveniva invece da 1 show alla Great American Music Hall di San Francisco. La data precisa non è indicata, ma l’anno – il 1975 – è cruciale. La band della Crescent City era appena diventata un quintetto, dopo che la voce e le congas di Cyril Neville erano andate a rinforzare il nucleo originario composto dal fratello maggiore Art (tastiere e seconda voce solista, come lui un futuro Neville Brothers), Leo Nocentelli (chitarra e voce), George Porter Jr. (basso e voce) e suo cugino Joseph “Zigaboo” Modeliste (batteria e voce).
Nonché uno dei nomi più trendy e chiacchierati del momento, dopo che Paul e Linda McCartney l’avevano ingaggiata insieme ad altri artisti di New Orleans per intrattenere gli ospiti durante un lussuoso party di lancio dell’album dei Wings, Venus And Mars, tenuto a bordo del transatlantico britannico Queen Mary davanti alle coste di Long Beach, in California. Fu in quell’occasione che Mick Jagger, presente alla festa, se ne innamorò perdutamente scegliendo i Meters come gruppo spalla dei Rolling Stones in alcune date del Tour of the Americas di quell’anno e poi nei concerti europei del 1976.

The Meters
Lo show di San Francisco sta a cavallo tra la pubblicazione dei loro 2 album di maggiore (ma pur sempre relativo) successo commerciale, Rejuvenation e Fire On The Bayou, su cui infatti s’impernia in buona parte questa performance spettacolare. Non è una sorpresa: in quel momento, come sottolinea il produttore, fonico, mixerista e chitarrista americano Daniel Knobler, i Meters rappresentavano per New Orleans ciò che i Funk Brothers erano stati per la Motown di Detroit e Booker T & the M.G.’s per la Stax di Memphis: un’infallibile house band capace di macinare ritmo come una schiacciasassi e di ricamare un sound asciutto, robusto e dinamico intorno alle voci degli artisti che se ne servivano. Lasciando, di solito sotto la direzione sapiente di Allen Toussaint, un marchio inconfondibile nei dischi di glorie locali come Lee Dorsey, Irma Thomas e Dr. John, ma anche di star internazionali come le LaBelle di Lady Marmalade o Robert Palmer. Nel mentre, s’inventarono un funk poliritmico e squisitamente neorleansiano intriso di odori, sapori e storia della Big Easy ma anche di Africa, che era un’evoluzione del migliore rhythm & blues locale e a cui solo nel 1975 i giornalisti cominciarono ad appiccicare un’etichetta fino a quel momento riservata a James Brown e ai suoi epigoni.
Forti di una straordinaria telepatìa rodata in centinaia di esibizioni dal vivo, sul palco maneggiavano materiale infiammabile e non potrebbe esserci dimostrazione migliore dei 19, sfrenati minuti abbondanti che aprono questo concerto sotto forma di un’esplosiva jam intitolata A Minor (Middle Of The Road), che incorporando frammenti di 1 brano ancora inedito di Fire On The Bayou e di Luv N’ Haight di Sly & The Family Stone si tinge di California, di psichedelìa e di blues elettrico: la band avverte preventivamente il pubblico di volersi un po’ sbizzarrire, Nocentelli e Art ne approfittano per lanciarsi in assoli di chitarra e di Hammond prima che il quintetto serri le fila in un forsennato groove a prova di bomba incitando il pubblico a muoversi, a divertirsi e a battere le mani a ritmo. In tali momenti di “ libertà organizzata ” (come la chiamava il compianto Art) i Meters mettevano a frutto gli anni di gavetta in certi localacci del Quartiere Francese, dove esibendosi 6 sere a settimana dalle 22 alle 4 del mattino, avevano imparato a intrattenere e stuzzicare la clientela con improvvisazioni sempre diverse indicando, al pari della Allman Brothers Band e dei Grateful Dead, la strada da seguire alle jamband dei decenni successivi (non sorprende che musicisti come Page McConnell e Jon Fishman dei Phish non si siano fatti scappare l’occasione di suonare con loro quando ne hanno avuto l’opportunità).

Subito dopo si volta pagina e lo scenario cambia totalmente con Mardi Gras Mambo, meno di 2 minuti in cui i Meters svelano la loro vena più antica e tradizionale: si torna temporaneamente al 1954 e all’epoca in cui il veterano Art suonava negli Hawkettes arrivando in cima alle classifiche locali con quel festoso pezzo dal sincopato ritmo latino che immediatamente sarebbe diventato una colonna sonora irrinunciabile del Carnevale di New Orleans e delle sue baldorie. I Meters sono altrettanto su di giri, chiassosi e in modalità da party durante l’esecuzione di Chicken Strut, singolo del 1970 in cui urlano come galletti nel pollaio facendo il verso al funk memphisiano e ai balli lanciati da Rufus Thomas: a quel punto, come dice Neville sr. al microfono, il pubblico è già meterized, conquistato dalla band e suo complice.
La presenza di Cyril, intanto, si rivela fondamentale, trasformando un collettivo eminentemente strumentale in un ensemble in cui le voci (e la sua in particolare) diventavano un elemento essenziale: lo dimostrano qui un’intensa ballata soul blues come Wildflower e una rara, originale cover di Down By The River di Neil Young, tramutata in uno slow dal ritmo ondeggiante in cui il più giovane dei Neville fa sfoggio dei suoi acrobatici melismi vocali. In entrambi i pezzi svetta anche la guizzante solista di Nocentelli, mentre “ una giungla di ritmi incrociati ” (la definizione è del giornalista Don Snowden) si dipana nell’ardente canzone di protesta People Say (“ il cibo costa sempre di più e di benzina ce n’è sempre meno/i ricchi diventano sempre più ricchi/e i poveri sempre più poveri ”: sembra scritta oggi) e nel magma ribollente di Just Kissed My Baby, con la voce solista di Zigaboo filtrata dall’ampli della chitarra, mentre Leo modula e deforma il suono del suo strumento con il pedale wah wah.

I 2 pezzi forti di Rejuvenation, in cui i pistoni dei Meters macinano funk al massimo dei cavalli vapore, preparano la strada ai 2 crowd pleasers conclusivi: le percussioni da second line di Jock-A-Mo /Brother John (2 classici carnevaleschi ripresi dal repertorio di James “Sugar Boy” Crawford e dei Wild Tchoupitoulas) e di Hey Pocky A-Way (in seguito ripresa anche dai Grateful Dead, e qui purtroppo sfumata nel finale) ricreano sul palco del piccolo teatro del Tenderloin di San Francisco le pittoresche parate dei Mardi Gras Indians d’origine nativa nel French Quarter di NOLA. E pazienza se, come ha ricordato anni dopo Art Neville a Grace Lichtenstein e a Laura Dankner (autrici del libro Musical Gumbo: The Music of New Orleans), la fiamma dei Meters stava già per affievolirsi sotto il peso delle distrazioni, delle lusinghe, delle cattive abitudini (compreso il consumo di droghe da parte di alcuni componenti della band) e degli egocentrismi (“ le teste avevano cominciato a gonfiarsi ”). Live At The Great American Music Hall 1975 è una Polaroid sonora appena ingiallita che ci riporta a un momento ancora magico e luminoso, al bagliore del raggio verde prima del tramonto.
