Nel portafoglio conservava l’immagine votiva di Santa Rita. Sul comodino c’erano sempre La Bibbia e Le Confessioni di Sant’Agostino. Pregava spesso con la madre dinanzi alla tomba di Papa Giovanni XXIII. Moana Pozzi (qui sopra), la pornostar che sconvolse il perbenismo dello scorso fin de siècle (guidando il Partito dell’Amore e ottenendo 9.000 preferenze si era candidata nel 1993 a Sindaca di Roma) era una donna dalla fede immacolata, una filantropa impegnata nella difesa delle minoranze, un’animalista convinta. Definiva la sua professione come un’esercizio d’arte, poiché il suo recitare avrebbe trasmesso emozioni a quanti vi potessero assistere, contestando ai più come non ci fosse differenza fra erotismo e pornografia.

Bronzino, Allegoria con Venere e Cupido, 1545, National Gallery, Londra
Robin George Collingwood (1889-1943) non si sarebbe trovato d’accordo con lei. Sì, lui, che nella vita tentò di sondare i confini dell’arte, puro veicolo d’emozioni privo di ogni possibile pragmatismo. Nel suo libro intitolato I princìpi dell’arte, il filosofo britannico poneva agli antipodi l’erotismo e la pornografia, reputando quest’ultima puro mestiere, diversamente dall’arte erotica che era l’espressione dell’Eros sublime. Tuttavia, la storia dell’arte sembrerebbe dar ragione a Moana: basti pensare al bacio scandaloso di Venere e Cupido dipinto da Agnolo di Cosimo, detto il Bronzino: una tela osé destinata a Francesco I, in cui il pittore fiorentino nascose perfino un’allegorìa degli effetti della Sifilide.

Oggi non percepiamo lo scandalo della lingua visibile, trovandola tutt’al più volgarotta e kitsch : come un episodio del reality Temptation Island. Nel 16° secolo, invece, questa ostentazione era assimilabile alla pornografia del ‘900. Le sensibilità mutano e ogni comunità assume precisi valori simbolici, da utilizzare come unità di misura antropologica nel determinare l’impurità o meno delle consuetudini, degli usi e dei costumi. Purezza e pericolo. Un’analisi dei concetti di contaminazione e tabù di Mary Douglas (2014, Il Mulino, 272 pagine, € 14) attraversa la storia dell’umanità osservando l’evolversi dell’impurità contro la pulizia, per dimostrare come tali definizioni siano necessarie al consolidarsi delle strutture sociali.

In epistemologia, infine, viene spesso trattato il concetto di eco-chamber (camera dell’eco): situazione in cui le idee o le opinioni di un individuo vengono rinforzate e amplificate dalla ripetizione all’interno di un sistema chiuso, escludendo o censurando i differenti punti di vista. Questo sistema conoscitivo sembrerebbe invincibile. Eppure, nel preciso istante in cui ne subiamo la sacra pressione desideriamo allontanarcene meditando vie eversive, se non depravate. Tutto questo può essere captato dal marketing: lo dimostrano le jelly shoes trasparenti presentate da Saint Laurent all’ultima Paris Fashion Week. Descritte come disturbanti, si sono rivelate un perverso emblema feticistico maschile.
