Nel suo stile, Beverley Martyn (Kutner, il cognome da nubile) è uscita quietamente di scena a 79 anni, il 27 aprile scorso, dopo una vita vissuta in gran parte in un cono d’ombra. Prima sopraffatta (purtroppo anche fisicamente) da un marito dispotico, ingombrante e umorale come John Martyn (1948-2009). Poi inghiottita da un lungo anonimato, in gran parte cercato e voluto per tenere fede ai suoi doveri familiari (3 figli: 2 con John e 1 antecedente).
Eppure l’inizio di carriera era stato più che promettente. Esordio da giovanissima e attraente bohémienne nella scena folk londinese degli anni 60, scandito da brevi ma importanti flirt con Bert Jansch (è lei la ragazza seduta sul pavimento sulla copertina di It Don’t Bother Me, 1965) e con Paul Simon (che nel 1967 la portò con sé e Art Garfunkel sul palco del Monterey Festival). E nel frattempo, dopo l’esordio con i dimenticati The Levee Breakers, una manciata di singoli da solista per la Deram (in Happy New Year di Randy Newman, 2 anni prima della nascita dei Led Zeppelin, suonavano con lei Jimmy Page e John Paul Jones, mentre Museum portava la firma di Donovan).

Beverley Martyn
1947-2026
Con Martyn, incontrato nel 1969 e sposato quello stesso anno dopo un colpo di fulmine per quel ragazzone «individualista, libertino, tutto riccioli e sorrisi», incise 2 album oggi piuttosto quotati anche se i suoi 15 minuti di popolarità li visse soprattutto di luce riflessa nel 2004, quando Fatboy Slim costruì la sua North West Three sul riconoscibilissimo sample di Primrose Hill, il brano da lei firmato e cantato che nel novembre 1970 apriva The Road To Ruin. Scelta intelligente, non scontata e azzeccata, perché è difficile resistere alla seduzione di quel pigro folk jazz a ritmo di bossa nova che nel suo immaginario sostituiva le spiagge di Ipanema con i panorami verdeggianti di un grande parco londinese appena a Nord di Camden, mentre il sole calante di un tardo pomeriggio domenicale accende di colori rossastri la skyline della metropoli.
John ci suonava la chitarra acustica e Alan Spenner (già con Joe Cocker) il basso elettrico; ma a spiccare, oltre alla voce morbida e sensualmente opaca di Beverley, erano soprattutto il sax vellutato dell’australiano Ray Warleigh e il lirico pianoforte dell’americano Paul Harris, che già si era occupato della direzione musicale del precedente Stormbringer!, uscito anch’esso su etichetta Island appena 9 mesi prima. Incoraggiati dal loro produttore Joe Boyd, i coniugi Martyn l’avevano registrato nella quiete bucolica di Woodstock, dove oltre a frequentare Bob Dylan e Jimi Hendrix avevano potuto coronare il sogno di suonare con session men prestigiosi e in particolare con Levon Helm, batterista del loro gruppo preferito: The Band.

Per The Road To Ruin erano tornati a Londra, nei piccoli ma accoglienti studi Sound Techniques di Chelsea, gestiti dal fonico John Wood e dove Boyd aveva già fissato su nastro i primi dischi dei Fairport Convention e dell’Incredible String Band oltre a Five Leaves Left, l’Lp di debutto del loro caro amico Nick Drake. Lodato dalla critica, Stormbringer! aveva venduto poco, al pari della casa discografica lo stesso Martyn nutriva seri dubbi sul futuro artistico della coppia e il nuovo disco si prospettava già come un’ultima spiaggia, una pistola con 1 solo colpo in canna. Tra John e Joe, poi, non correva affatto buon sangue: per il talentuoso ma scorbutico folk singer il manager/produttore americano era un businessman che alle pareti anguste di quello studio di registrazione avrebbe probabilmente preferito la sala riunioni di una banca o il cda di una squadra di baseball («Durante le session passava il tempo a leggere i quotidiani finanziari»); per il fascinoso e rampante bostoniano la sua protetta Beverley si era cacciata in un brutto guaio («Stai attenta a John, è di Glasgow!») e Martyn non era «in cima alla mia hit parade, né come musicista né come persona» (l’avrebbe ribadito anche a John Neil Munro, autore della biografia Some People Are Crazy – The John Martyn Story, declinando per il resto un invito a farsi intervistare sull’argomento).
I suoi crescenti impegni negli Stati Uniti protrassero le sedute di registrazione per 6 mesi, con ripetute sovraincisioni che alla musica sottraevano in spontaneità ciò che aggiungevano in raffinatezza e accuratezza delle esecuzioni. E Boyd restò deluso anche dalla scarsa interazione in studio fra i 2 coniugi, che pure firmavano insieme ⅓ dei 9 brani in scaletta. Anche stavolta, il cast degli ospiti da lui allestito attingendo principalmente al roster della sua agenzia artistica Witchseason era di tutto rispetto e garantiva arrangiamenti (quasi esclusivamente acustici) di pregio: Dave Pegg dei Fairport Convention, al basso in 2 canzoni, irrobustiva le credenziali folk rock del progetto, mentre le congas del ghanese Rocky Dzidzornu, i sax di Dudu Pukwana (sudafricano di pelle nera) e gli strumenti a fiato dell’inglese Lynn Dobson rispecchiavano gli orizzonti sempre più ampi dei Martyn e il loro interesse crescente per la musica africana e per il jazz. D’altra parte, il fluido pianoforte di Harris era un jolly adatto a ogni stile e a ogni latitudine mentre l’amore per i ritmi della musica brasiliana si manifestava non solo in Primrose Hill ma anche in Parcels e in Say What You Can: la prima terreno di caccia di John, che vi distillava alla chitarra le sue malinconìe e i suoi foschi presagi ( “ prenderò la tua tristezza, la farò mia, e lascerò la follia nella tua mente ” ); la seconda, nelle note di copertina originali indicata con il titolo alternativo Let It Happen, cantata da lei e rinforzata da una sezione fiati r&b.

La voce di Beverley guidava le danze anche nel latin funk di Sorry To Be So Long (Pukwana al sax, Martyn all’armonica) e in Auntie Aviator, ritmata, affascinante e vorticosa rêverie semi psichedelica a cui il pianoforte, la chitarra effettata e il flauto della Dobson regalavano un’atmosfera eterea e spettrale; mentre era confinata al ruolo di backing vocals in Give Us A Ring di Paul Wheeler e in New Day, dove aleggiava lo spirito di Drake e timidamente faceva capolino per la prima volta il contrabbasso di Danny Thompson dei Pentangle: futuro alter ego, compagno di bagordi e fratello di sangue insostituibile di John, che con la sua inconfondibile voce torbata, slabbrata e biascicata prendeva in mano il timone nel fingerpicking acustico spruzzato di slide di Tree Green e negli oltre 6 minuti della conclusiva title track, non distante dalla musica “ totale ” dei Traffic.
Sul retro di una copertina color verde scuro che riproduceva un’enigmatica illustrazione tratta dal romanzo-collage surrealista Une semaine de bonté di Max Ernst (1934), i Martyn si rivolgevano agli ascoltatori con affetto e con un misterioso messaggio: “ Correndo il rischio di essere citati (pausa), dopo un attento esame e le dovute considerazioni (enfasi) crediamo di poter dire con una certa sicurezza e alquanto categoricamente (enfasi) che questa musica non abbia nulla a che vedere col morire o argomenti simili ”. In altre parole, spiegava più prosaicamente Martyn nelle interviste, era il caso di pensare a godersi la vita finché si era in tempo. A incamminarsi su una “ strada verso la rovina ”, invece, furono il disco stesso e la carriera artistica di Beverley. Il 1°, condannato da un altro flop commerciale e dall’impietosa stroncatura dello stesso Martyn («C’erano un paio di canzoni decenti, ma dopo la sua pubblicazione credo di non averlo ascoltato più di 3 volte»), a dispetto del sostegno pubblicitario della Island sulle pagine delle riviste specializzate e dell’entusiasmo del settimanale Melody Maker che lo segnalò tra i migliori dischi dell’anno. La seconda, dalla decisione della cantautrice di ritirarsi ad Hastings a crescere i figli mentre il marito andava in tour abbandonandosi alle infedeltà, alle droghe e (soprattutto) all’alcol fino a trasformare il loro matrimonio in un incubo di paranoie e di violenze domestiche, dolorosamente dettagliate nel suo memoir del 2011, Sweet Honesty.

La folksinger con John Martyn
Riemersa dal silenzio solo 28 anni dopo The Road To Ruin con 1 inatteso album, No Frills, a cui nel 2014 ne seguì un altro, The Phoenix And The Turtle (impreziosito da 1 inedito d’epoca da lei scritto con Nick Drake: Reckless Jane), nei pochi e intimi concerti inglesi in cui presentò dal vivo quel suo ultimo disco, Beverley ripropose anche Auntie Aviator e Primrose Hill: la chiusura tardiva ma significativa di un cerchio, in ricordo dei bei tempi in cui era una ragazza beatnik che amava abbandonarsi a dolci stordimenti e frequentare «tipi in gamba», contemplando Londra da una collina senza «mai pensare troppo al futuro».
John & Beverley Martyn, The Road To Ruin (1970, Island)
