Chi non associa gli Steppenwolf a Easy Rider? Born To Be Wild all’immagine di Dennis Hopper e Peter Fonda che scorrazzano sulle strade americane a cavalcioni dei loro chopper con la forcella allungata e il sedile ribassato? The Pusher alla scena iniziale del film ambientata all’aeroporto di Los Angeles, Phil Spector perfettamente calato nella parte di viscida connection, un intermediario nello scambio clandestino di cocaina? Il lungometraggio diretto da Hopper fu presentato in anteprima a Cannes nel maggio 1969, ma quelle 2 canzoni erano in circolazione già da tempo, uscite 16 mesi prima sull’album di debutto del gruppo californiano. E Born To Be Wild era già una hit : il 24 agosto 1968 aveva agguantato il 2° posto nella classifica di Billboard, battuta solo da People Got To Be Free dei Rascals (Easy Rider, ovviamente, le allungò la vita consentendole di conquistare 1 disco d’oro per vendite superiori al milione di copie).

La mitica pellicola, manifesto della controcultura hippie, contribuì a farne l’inno per gli Harleysti e i motociclisti di tutto il mondo. Non poteva essere altrimenti, perché Born To Be Wild aveva un motore rock and roll rombante e sporco di grasso. I suoi tubi di scappamento esalavano riff granitici e un gran ritmo, robuste pennate di chitarre distorte, raffiche d’organo Lowry e il ruggito della voce di John Kay. Gli additivi del suo carburante erano 1 arrangiamento non scontato (“Sono molto pochi i dischi di successo che iniziano con un colpo di bacchetta sul bordo del rullante ”, scrisse il cantante, chitarrista ritmico e leader del gruppo nelle note di copertina del Cd The ABC/Dunhill Singles Collection uscito su etichetta Real Gone Music nel 2015), 1 slogan (“nato per essere selvaggio ”) e 1 testo in linea con l’immaginario cinematografico anni 50 di Marlon Brando e James Dean, ribelli senza uno scopo. Con il sogno americano alternativo di vita on the road e la nuova voglia di disubbidienza, rivolta e libertà.
Il suono di Born To Be Wild evocava davvero il tuono prodotto da una massa di metallo pesante in movimento: quell’heavy metal thunder che era stata una felice intuizione verbale dell’autore Mars Bonfire alias Dennis McCrohan alias Dennis Edmonton, fratello di Jerry che degli Steppenwolf era il batterista e che con lui aveva militato poco tempo prima nel gruppo canadese degli Sparrows (la scintilla gli scoccò nella testa dopo avere visto il poster di una motocicletta che come claim pubblicitario strillava la frase “Born To Ride ”, nato per guidare e viaggiare: 7 anni dopo il romanzo The Soft Machine di William S. Burroughs, per la prima volta compariva in una canzone un termine, heavy metal, che la critica musicale avrebbe poi adottato per definire un genere che allora era in fase embrionale grazie a gruppi come gli stessi Steppenwolf e i Blue Cheer).

Oggi è facile immaginare Born To Be Wild come una fuoriserie e un classico istantaneo, ma allora fu solo il 3° singolo a essere estratto dall’album Steppenwolf e per di più senza grosse aspettative dato che la casa discografica ABC/Dunhill, abituata a maneggiare materiale più morbido come i dischi di The Mamas And The Papas e dei Grass Roots, non aveva proprio idea di come promuovere un aggeggio rumoroso e cromato come quello. Furono le stazioni radio americane a sancirne la netta supremazia sull’altro lato di un 45 giri a doppia facciata A, Everybody’s Next One: un bel ritratto contemporaneo della confusione sentimentale d’epoca e di una donna vittima della volubilità dei suoi amanti, rinvigorito da echi di Who, di British Invasion e di sunshine pop ma dall’impatto commerciale decisamente inferiore.
Distribuito nei negozi americani il 29 gennaio 1968, l’album era stato preceduto nell’ottobre del 1967 dal singolo A Girl I Knew, pezzo atipicamente soft con una leggiadra introduzione di clavicembalo e un bell’assolo di chitarra dell’allora 17enne Michael Monarch, affiancato sul lato B da un lascito degli Sparrows intitolato The Ostrich: 6 minuti di protest song dalle liriche socialmente consapevoli e ambientaliste che prendeva spunto dai tipici beat sincopati di Bo Diddley, con un finale cacofonico e un clima psichedelico in sintonìa con l’umore flower power dell’Lp in cui sarebbe riapparso come traccia conclusiva e in cui i musicisti apparivano in copertina agghindati in camicie colorate, caffetani e collanine.

Dal repertorio della vecchia band arrivava anche l’altro singolo, Sookie Sookie, cover di 1 pezzo pubblicato 2 anni prima su etichetta Atlantic da Don Covay e che nel 1971 Gianni Meccia canterà in italiano con il titolo di Chissà chi sei interpretando un testo di Gianni Boncompagni: uscita nel febbraio del 1968 insieme alla b-side Take What You Need – brano a metà fra r&b bianco, Moby Grape e i primi Jefferson Airplane originato da un riff pianistico del produttore Gabriel Meckler – la loro rilettura heavy soul era di tutt’altra pasta, veemente e incisiva grazie anche alla grintosa voce di Kay, non meno aspra e e tagliente di quella di John Fogerty. Ben accolto dalle radio AM della East e della West Coast, il 45 giri inciampò tuttavia nella diffidenza del pubblico del Midwest e del Sud degli Stati Uniti, timoroso che il testo potesse nascondere messaggi osceni, mentre le emittenti black smisero di programmarlo quando si resero conto che gli interpreti erano bianchi.
A incidere quelle 6 canzoni e gli altri 5 brani inclusi nell’Lp, la band impiegò soltanto 4 giorni: «Per i tempi, gli Steppenwolf erano un gruppo insolitamente coeso e la nostra filosofia consisteva nel “colpire duro, venire subito al dunque e passare oltre ”», come ha ricordato in un’intervista il leader e portavoce, vero nome Joachim Fritz Krauledat, nato nell’allora Prussia Orientale e fuggito oltrecortina con la madre, approdando prima in Germania Ovest e poi a Toronto, a Buffalo e a Santa Monica. Presenza carismatica a dispetto di un grave deficit visivo, gran voce e notevole talento compositivo, Kay suonava con piglio deciso la sua armonica in una credibile rilettura di Hoochie Coochie Man, lo standard blues firmato da Willie Dixon e inciso da Muddy Waters nel 1954, in cui Monarch alla solista aveva modo di sfoggiare le sue qualità mentre a The Pusher di Hoyt Axton, ascoltata anni prima dalla viva voce dell’autore al Troubadour di Los Angeles e anch’essa ripresa in concerto dagli Sparrows, il signor K e gli Steppenwolf riservarono un tocco di bacchetta magica, trasformando quel dolente folk blues che il singer-songwriter dell’Oklahoma avrebbe pubblicato solo nel 1971 in una rasoiata elettrica, scabra e acidissima con 1 dei riff più belli, ipnotici e penetranti della storia del rock.

Un pezzo perfetto per l’ascolto in stereofonìa, che allora prendeva il sopravvento sul mono, le chitarre posizionate sul canale sinistro e gli altri strumenti (le tastiere di Goldy McJohn, la batteria di Edmonton e il basso di Rushton Moreve, tutti ottimi musicisti) sul destro. Imperniato sulla contrapposizione semantica e filosofica fra dealer e pusher – da una parte lo spacciatore di sogni e di “roba buona ”, erba e pillole; dall’altro il crudele trafficante di morte e di droghe pesanti – il testo sembrava preso dalla sceneggiatura di Easy Rider o da qualche opuscolo underground anche se ai tempi fu in parte travisato (la stessa madre di Kay si scandalizzò cogliendo nel «God damn» pronunciato da John un’ingiuria a Dio invece che una maledizione rivolta al villain che intitola la canzone).
Gli oltre 20 minuti di certe versioni dal vivo si riducevano a 5 minuti e 43 secondi nella take di studio definitiva, lasciando spazio nel long playing ad altre 3 composizioni completamente inedite: tutte scritte dal solo Kay, che in Berry Rides Again omaggiava il rock and roll di Chuck Berry citandone alcune delle canzoni più famose, nel riff uptempo di Your Wall’s Too High si avvicinava alle sonorità dei Doors e in Desperation giocava la carta di una ballad intrisa di soul (bianco) invitando a non soccombere allo sconforto, alle avversità e ai passi falsi. Oscurati a posteriori dalla luce abbagliante di Born To Be Wild e di The Pusher, erano altri tasselli di 1 album importante non solo per i risultati raggiunti all’epoca (N°1 in Canada, N°6 negli Stati Uniti) ma anche per le sue intuizioni musicali e per le sue fosche premonizioni: così come Easy Rider, l’heavy metal thunder degli Steppenwolf preannunciava il tramonto dei Sixties e il sorgere di una nuova epoca contrassegnata da violenze, morti per overdose, nuove tensioni sociali e nuovi antagonismi.
Steppenwolf (1968, ABC/Dunhill)
