Music

St. Vincent – Daddy’s Home (Loma Vista)

Tutto ha inizio dal prologo pianistico, che per un’inezia di secondi svela una vena Off-Off-Broadway. Siamo, idealmente, nei newyorkesi anni 70 della Blaxploitation, di Gloria (John Cassavetes), di Taxi Driver (Martin Scorsese), di Midnight Cowboy (John Schlesinger), della saga televisiva di The Deuce – La via del porno.

Siamo, musicalmente, dentro la testa creativa di Annie Clark aka St. Vincent, classe 1982 da Tulsa, Oklahoma, che quel decennio non l’ha ovviamente vissuto ma che lo vive “qui e ora” indossando una parrucca bionda, calzando «i tacchi della notte scorsa sul treno del mattino», esibendo «il trucco di 3 giorni prima, ancora sul viso».

St. Vincent

Il 6° album della singer songwriter, chitarrista da quand’era 12enne, complice nel 2012 di David Byrne in Love This Giant (entrambi circondati/aggrediti dagli ottoni) s’intitola Daddy’s Home, l’hanno prodotto lei e Jack Antonoff ed è, se vogliamo, la sua “walk on the wild side” iniziata nel 2010 con l’incarcerazione del padre per frode (“Ho firmato autografi nella sala per le visite aspettandoti l’ultima volta, detenuto 502”, canta nella title track) e terminata con il suo rilascio agli sgoccioli del 2019. Sicchè Annie ha cominciato a riscoprirlo, il suo daddy dietro alle sbarre, mettendo sul piatto del giradischi i suoi ellepì dei 70s e di conseguenza componendo questi 11 pezzi intercalati da 3 atmosferici interludi (Humming).

Dopo quei fatidici accordi al pianoforte, dunque, il viaggio fra le pieghe (e le piaghe) di una New York sudicia, squallida, indebitata fino all’osso (e all’epoca realmente distribuita da poliziotti in borghese a mo’ di volantino con il disegno di un teschio incappucciato e la scritta Welcome to Fear City) parte dal funk dinoccolato, caracollante, princeiano e persino un po’ zappiano di Pay Your Way In Pain e passo dopo passo raggiunge la propria catarsi transitando dall’ineffabile mood melodico di Down And Out Downtown, con la sua orecchiabilità e un sitar elettrico (che ritroveremo in gran parte dell’album, ben suonato da St. Vincent) disposto a fare qua e là da contrappunto; alla soul music sincopata e avviluppante di Daddy’s Home, con quell’ombra jazzy che non sarebbe affatto dispiaciuta agli Steely Dan e men che meno al Donald Fagen in modalità solista.

© Alan Del Rio Ortiz

Da Live In The Dream, che come da titolo è il sogno che sbatte le proprie ciglia assonnate in un vortice sonoro che la psichedelìa la sa smascherare eccome, veicolandola in un ubriacante finale chitarristico; a The Melting Of The Sun: di nuovo soul, accarezzato da un’elettronica liquida, cori gospel, spunti sparsi da Young Americans bowieano e un verso dedicato a Joni Mitchell (“Saint Joni ain’t no phony”).

Dal clima crepuscolare di The Laughing Man, incollato alla voce complice, sensuale e sussurrata di Annie; a Down, che sa deliziare suonando le tastiere come fosse Stevie Wonder per poi sfarinarsi in un funky da mettere in loop, tanto è bello e perfetto. Da Somebody Like Me, con la chitarra acustica a dettare le giuste coordinate melodiche, quel non so che di nilssoniano (alla Everybody’s Talkin’) e un retrogusto imprevedibilmente country; a My Baby Wants A Baby: e la terza volta in soul è un easy listening che trascina, coinvolge e “paraculeggia“, ma con quale eleganza!

© Zackery Michael

Da …At The Holiday Party, ancora soul music esibendo una sezione fiati da Love Unlimited Orchestra e una “chiosa” alla maniera di Burt Bacharach, fino a Candy Darling (“And your wig, blonde, rolls home waving from the latest uptown train. I never wanna leave your perfect candy dream. So, Candy Darling, I brought bodega roses for your feet and candy, my sweet. I hope you will be coming home to me”), vale a dire il “capitolo” più cantautorale, il più logico degli epiloghi che entra in punta di piedi nella Factory di Andy Warhol e si mette ad amoreggiare con la più aristocratica e hollywoodiana delle drag queen, scomparsa troppo bella e troppo giovane, cantata dai Velvet Underground (Candy Says), citata da Lou Reed (Walk On The Wild Side) e ora eternizzata da St. Vincent nel suo album più agognato, sognato, vissuto.

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