Letture

Scadenza (im)prorogabile

“Si accomodi, signor Martini“, esordì deciso il medico in camice bianco sulla porta del suo elegante studio. Tuttavia pareva evitare di guardarlo in faccia.

Fausto Martini sedette dentro una specie di sedia a sdraio, assai curiosa, dove scoprì di stare scomodissimo. Il busto teso che non intendeva smollarsi, le mani abbrancate alle ginocchia davano a pensare che fosse tutt’altro che tranquillo.

“Si rilassi, non stia lì in quel modo, sù. Distenda schiena e gambe e mi stia a sentire“.

Nonostante cercasse di mettere il paziente a suo agio, il medico celava a fatica il proprio disagio. Fausto lo capì dallo sguardo che saltabeccava dappertutto meno che dentro i suoi occhi.

“È proprio tanto grave, professore?“. Parole che sentì sfarfallare fuori di bocca autonomamente, senza un input da sopra. Ecco, questa era la classica circostanza in cui una botta di coraggio si manifestava senza spinte tra le pieghe della più drammatica delle situazioni.

L’uomo in camice bianco riuscì a incontrare il suo sguardo. Lo fissò per alcuni istanti, in silenzio. Avrebbe dovuto essergli grato per rendergli tutto più facile. Invece riuscì a provare solo un certo disappunto. Infine parlò:

“Signor Martini, occorre che lei sia forte. La sua, purtroppo, è una patologia incurabile la cui evoluzione, con gli strumenti che oggi ci offre la scienza, appare inarrestabile“.

Era stato facile, pensò il professore dentro un lieve sospiro. Le parole erano fluite dalle sue labbra con naturalezza. Ora si sentiva sollevato

“Non esiste alcuna possibilità di errore?“.

“No, purtroppo no. Gli esami clinici effettuati non lasciano alcun dubbio. L’esito della biopsia parla fin troppo chiaro. Un intervento chirurgico, a questo stadio, è inutile“.

Uscì dallo studio preceduto dal camice bianco che non faceva una grinza nella sua caduta fino al ginocchio. Entrò in ascensore. Premette il pulsante. Nel corso della discesa gli transitò per la testa la sua cartella clinica che saltellava tra le mani del professore. Era di colore grigiastro, come il colore della sua faccia, pensò. A quel punto era giusto matura per un tuffo nel cestino.

Si trovò nel sole. Osservò la vita intorno a sé. Apparentemente nulla era cambiato da quando era entrato in quella clinica mezz’ora prima. Ma che cosa doveva cambiare? Il solito traffico caotico, i negozi del droghiere, del macellaio, il tabaccaio all’angolo e il chiosco del giornalaio. Erano tutti al loro posto. E neanche un piega al suo rientro nel mondo. Qualcosa, però, era cambiato. O no?

Gli passavano accanto, lo urtavano, a tratti, lanciandogli occhiate malevole, a volte. Ma nulla di più. Non c’era uno che lo filasse con occhio particolare. Perdio! Possibile che nessuno si accorgesse di lui? Fausto Martini è condannato senza speranza. Vivrà in mezzo a voi ancora per sei mesi. Un anno, forse, con un po’ di culo. Guardatelo una volta, almeno, brutti stronzi!

S’incamminò a passi lenti, guardandosi i piedi, contando i passi.

‘Adesso che cosa mi succede?‘, pensò meditabondo, ‘Che cosa fa uno nelle mie condizioni? Spera ancora o si dispera? Si dice che la speranza se ne venga via con noi. Sarà vero?‘.

Dopo meno di mezz’ora da una rivelazione senza appello si era ritrovato in un ruolo che non conosceva. Tra un passo e l’altro del suo lento andare non trovò di meglio che inventarsene uno tutto nuovo. Si trattava di lasciare che la disperazione disponesse di lui, a piacimento. Tutto sommato non si sentiva più nessuno e pensò bene, come inizio, di lasciare spazio a una corposa auto-commiserazione.

‘Povero Fausto…‘, pensò, ‘hai affrontato diverse avversità nel corso dei tuoi anni, peraltro brevi, superandole, bene o male, tutte. Hai studiato e lavorato con una volontà che non è mai venuta meno, spaccandoti la schiena in più occasioni, trascurando effimere gioie e vuoti divertimenti, proprio come un vero coglione. E adesso?‘.

Continuava a camminare con lentezza sull’orlo del marciapiede. Evitava di incontrare i volti degli altri. A volte felici, altre volte scoglionati, il più delle volte variamente incazzati.

Transitava accanto alla Stazione Nord. Entrò, ma non doveva partire. Lo avrebbe fatto comunque, ma più in là. Ora si trattava di un’urgenza maggiore. Entrò nel cesso degli uomini. Pisciò a lungo con vero piacere, sgravando la vescica fino all’ultima goccia. Avrebbe preferito innaffiare chiunque gli si trovasse accanto nel momento dello svuotamento. Una bella mitragliata e via!

Arrivò sottocasa. Alzò il capo a guardare il balcone del quarto piano. Il suo. Pieno di gerani in fiore. Era un piacere guardarli. Laura li curava come i bambini che non avevano potuto avere.

Gli corse incontro sulla porta.

“Allora?“.

“Il professore ha detto che sto bene, che ho una salute di ferro!“.

Gli uscì dalla bocca una specie di risata che è francamente difficile definire tale. Suonava come una serie di singhiozzi strozzati in gola. Avanzò lungo il corridoio lasciando la moglie ferma accanto alla porta. Giunto in sala se la trovò alle spalle. Si volse di scatto:

“Tu stai bene, non è vero? Scoppi di salute! Complimenti. Anch’io, apparentemente, sto bene. Ho il viso liscio e l’aspetto giovanile. C’è, tuttavia, qualcosa dentro il mio corpo che si succhia la vita lentamente, con moto subdolo, senza darmi dolore. Lui ha bisogno di energie vitali per crescere: le mie. Il bastardo! Non sa, il tapino, che più s’ingrossa e meno vivrà. Ascoltami bene: abbiamo più o meno ancora sei mesi di vita in simbiosi tu ed io. Che vogliamo fare? Rispondi. Fammi almeno sentire che ci sei, per la miseria!“.

Nel sibilare queste ultime parole si era piegato reclinando il capo e come tendendo l’orecchio, quasi che si aspettasse una risposta uscire dal suo ventre.

“Fausto, calmati per favore. Sediamoci e parliamo, vuoi?“.

“Abbiamo deciso proprio in questo momento. Lui ed io abbiamo deciso: ce ne andiamo. Passeremo gli ultimi mesi in libertà, nel mondo, tra la gente che non sa. Faremo pazzie insieme. Faremo cose che non abbiamo mai fatto in ossequio a principi balordi che ora si sono dissolti come neve al sole. Così, subitanei e inaspettati. Sarà una goduria!“.

Sghignazzò. Un principio di pianto gli si ruppe in gola.

“Fausto! Fausto io non voglio che tu te ne vada. Io sto con te! Pensaci con calma. Ragiona e parliamone…“ .

“Parlarne? Che vuoi dire di più? Ma non capisci? Il mio tempo è prezioso. Non posso spenderlo parlandone! Io devo fare, agire, vivere intensamente. Ciò che non ho mai fatto diverrà ragione dei miei momenti, ciò che non sono mai stato sarà la forza del mio carattere. Mi sento libero e leggero come non mai! Non ho più nulla da perdere in assoluto!“.

“Fausto, ma cosa dici? Hai dimenticato tutto? Noi ci amiamo! Per me non è cambiato nulla. Tu sei il mio uomo, fino alla fine…“.

“Hai detto bene, fino alla fine, una fine assai prossima. E dopo che farai? Non temere di restartene sola. Sei giovane, sei bella. Troverai un nuovo Fausto, con un nome meno loffio, magari. Uno che vivrà più a lungo di me e ti scalderà i piedi negli anni bianchi della vecchiaia…“.

“Fausto, basta! Tu farnetichi!“.

“Non è altro che la verità e tu lo sai, non sei una povera scema“.

Quella stessa sera se ne andò. Nella casa dei suoi anni felici non rimase che Laura. Immobile come una statua di marmo. Le si muovevano soltanto gli occhi. Guardavano l’uomo che amava, forse per l’ultima volta. Ma non disperava ancora, non del tutto. L’ultima a morire è la speranza.

Si era rintanato in un motel piuttosto elegante, un luogo per imprenditori di passaggio. Non era il denaro che gli mancava. Il conto in banca e la liquidazione ricevuta dall’azienda che aveva abbandonato costituivano un bel gruzzolo. Spendeva e spandeva dappertutto. S’era fatto un giro di nuovi contatti pescati con cura nel mondo delle sregolatezze: uomini e donne. Con essi trascorreva le sue lunghe serate in libertà. Godeva nel scialacquare denaro nei luoghi più sordidi. Rincasava spesso nei pressi dell’alba. Il resto dei mattini e i pomeriggi li passava rintanato nel suo covo a guardarsi le unghie. A piangere, anche. Il ricordo di chi era prima non lo abbandonava mai.

Barcollava sul marciapiede lucido d’acqua. Aveva piovuto per l’intera giornata. Il suono ineguale dei suoi passi insicuri rompeva il sonno della notte. Aveva bevuto parecchio. Aveva vinto a ramino e a poker racimolando altro denaro. Si era scoperto di avere un culo della madonna con le carte. Ora tornava al suo letto di veglia. Poche ore prima del giorno. Sentiva di stare bene. Nessun sintomo del brutto male che gli avevano diagnosticato. Che avessero preso un granchio?

Era quasi arrivato. Un’ombra lieve, quasi incorporea, sbucò improvvisamente da un angolo buio. Gli cadde addosso. Era di poco peso.

“Che fai, ragazzo?“.

“Oh, scusa, fanciulla che sembri fatta d’aria. Non mi vedi?“.

Scorse i lunghi capelli più neri della notte.

Quell’ombra leggera gli s’appoggiò languidamente a un fianco. Aderiva stranamente alla sua persona. Fausto provò un istante di disagio. Che tuttavia passò in un lampo. Sentirsi quella ragazzina addosso gli fece smaltire la sbornia. Percepì netto il risveglio del desiderio. Stava bene. Non era mai stato così bene.

“Dove vai, bell’uomo?“.

“A casa“.

“Porti anche me?“.

“Perché no? Sei giovane. Da quanto posso vedere trovo che sei alquanto carina. Perché no?“.

Si amarono appena dentro casa, contro la porta, spingendosi come belve infoiate. Poi fu lei a guidarlo verso il letto. Fu lei a spogliarlo. Fu lei ad amarlo di nuovo. Più volte. Fausto non si era mai sentito così virile. Che avessero preso un granchio quei medici del cazzo?

Tentò ripetutamente di costruire un volto al piacere che gli donava quella ragazzina. L’afferrava per i lunghi capelli scoprendole il viso, ma quando stava per sprofondare il suo sguardo negli occhi di lei per riuscire a darle un nome una violentissima luce gli bruciava la faccia. Lo costringeva ad abbassare le palpebre.

Era quasi l’alba. Fausto dormiva della grossa. Erano mesi che non riusciva a dormire così bene. Un tocco, una lama di freddissimo ghiaccio lo pungeva tra le scapole. Fausto si svegliò. Si volse. Gli stava davanti. Nuda, nera, bellissima.

“Che ti prende?“.

“È ora Fausto“.

“Ora di che?“.

“Ora di andare“.

“Andare dove?“.

“Dove tu sai. Dove la notte è lunga e il giorno non c’è più…”.

“Come sei melodrammatica. Alludi forse alla morte?“.

“Sì“.

“E tu saresti quella?“

“Sì“.

“Non farmi ridere. La morte è brutta. Un teschio vuoto e un mantello nero gonfio d’aria fetida. Così si presenta, di solito, per quanto ne so, ma tu …”.

“Così la raffiguri tu, voi tutti, ma io preferisco presentarmi come mi vedi. In fondo è bello andarsene tra le mie braccia“.

“Supponiamo che io decida di non venire“.

“Verrai. Vengono tutti“.

“E come fai?“.

“È facile. Io prendo poco. Mi basta un bel respiro, un battito del cuore, un pensiero fuggente. Il resto lo lascio agli uomini. Non saprei che farmene“.

“Con quel poco di me che porti via, che cosa fai?“.

“Rifaccio la vita“.

“Mavv’ai a cagare!“.

Fra i romanzi di Sergio Cioncolini pubblicati da Pendragon ricordiamo Il cortile del diavolo (2011), I giorni corti (2012), Andava a veder morire i piccioni (2014), L’albero delle bionde (2015), Un’isola sottovento (2016), Un coltello di ceramica verde (2018) e Danni Collaterali (2019)

 

 

 

 

 

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