Sin dall’infanzia ho sviluppato un’atavica curiosità verso l’esteriorità delle cose. Una superficialità apparente mi spingeva ad ammirare dettagli minori: ad esempio, il filtrare della luce attraverso i petali di un fiore. Desideravo esplorare ogni manifestazione della bellezza, scoprendovi un universo immaginifico dove ho trascorso per intero la mia vita interiore, circondato da abiti trascoloranti o mirabilia antiquarie.

Col tempo, ho appreso con rammarico che gran parte di coloro che mi conosce superficialmente crede che questo mio assillo sia un sintomo di leggerezza e disinteresse verso le cose del mondo. A questa diffrazione etica ha risposto nel 2009 un ineccepibile libro di Erwin Panofsky: i suoi Studi di iconologia (Giulio Einaudi editore, 388 pagine, € 32) scoperti per caso come testo d’esame, mi hanno immensamente confortato.

Così, in un luglio particolarmente afoso ho scoperto una disciplina meravigliosa, che parafrasando lo storico dell’arte francese Henri Focillon (1881-1943) vive delle forme e attraverso queste tratteggia le esperienze spirituali di ogni umana civiltà. Un’esistenza trascorsa sulla superficie delle manifestazioni culturali consegnateci dalla Storia, rintracciando quei fili invisibili che hanno tessuto il tempo e lo spazio come rinascenze continue.

Meditando su quale titolo potesse calzare al meglio questa rubrica, uno fra tutti è riemerso dai palinsesti della memoria. Riappellandomi al critico d’arte tedesco Aby Warburg, questo spazio s’intitolerà Mnemosyne, le forme della vita. Un atlante incompiuto dove l’iconologo cristallizzò, sino alla propria morte avvenuta nel 1929, 63 tavole tematiche, punti d’osservazione della conversione dell’antico attraverso un’interminabile esistenza estetica.

Ogni manifestazione artistica racchiude in grembo il patrimonio genetico delle civiltà pregresse: non sarebbe mai esistito un rosso Valentino se i togati romani avessero preferito altre vesti suntuarie. Rimembrando ancora per un istante la latinità, penso alle lignee maschere plautine (relative cioè al commediografo Plauto e alle sue opere) e a come queste personae dalla mimica esasperata abbiano tanto in comune con il trucco delle drag queen.

Inarrestabile, la vita delle forme oltrepasserà questi nostri giorni intrisi di becero tecnofeudalesimo, afflitti da una desiderabilità sociale che erroneamente vediamo come unico credo possibile. Magari, avere contezza del riproporsi perpetuo e circolare dell’immagine come medium culturale ci salverà da quella violenza simbolica che pratichiamo con ipocrisia, dichiarandoci estranei alla superficie delle cose.