Era da quel dì che mi ero messo il cuore in pace. Noi devoti al culto sparksiano, ragionavo, siamo un po’ come i panda: pochi e a rischio estinzione. Oltre al sottoscritto, il pensiero andava a Enrico Ruggeri, a Fausto Rossi in arte Faust’O, al collega giornalista Franco Zanetti, all’ex compagno di liceo classico nonché compositore Claudio Chianura, all’arbiter elegantiarum Danilo Filios… Pochi ma buoni.
Lo scorso 27 marzo, discorrendo via Zoom con Russell, ovvero la metà “in falsetto ” degli Sparks (l’altra metà è suo fratello Ron, tastierista, ed entrambi di cognome fanno Mael) ne ho approfittato per chiedergli per quale ragione non si fossero mai esibiti in Italia. «In realtà l’abbiamo fatto nel 2015 a Genova, a Catania e a Treviso», mi ha risposto cogliendomi in contropiede, «in occasione del tour con i Franz Ferdinand nel progetto FFS, mai però come Sparks. Quindi questo concerto sarà per noi speciale. Un sogno che finalmente si realizza».

Ebbene, gli sparksiani (altro che panda!) che si sono materializzati riempiendo a Milano la platea del Teatro Arcimboldi – perlopiù over 50, stranieri in discreta quantità, ragazzi e ragazze hype dell’esserci a tutti i costi – ricorderanno eccome questa data: martedì 8 luglio 2025, quando alle 21 precise e per più di 1 ora e ½ il repertorio non etichettabile e perciò unico degli Sparks ci ha fatto godere, commuovere, sobbalzare sulle poltrone, cantare in coro, ballare a più non posso.
Ero convinto di averli ascoltati e ammirati nella loro forma migliore il 19 aprile 2022 al Casino de Paris, ma quel concerto sbiadisce se paragonato alle emozioni dell’unica data tricolore del MAD! Tour che ha visto Russell saltellare infaticabile sul palcoscenico come un Arlecchino in technicolor e Ron, comme d’habitude abbigliato di nero, alle tastiere RONALD anziché ROLAND coadiuvati da Evan Weiss ed Eli Pearl alle chitarre, Max Whipple al basso e Stevie Nistor alla batteria.
«Sappiamo bene che chi ci segue voglia sorprendersi», dixit Russell, «e pretende da noi l’inaspettato. Perciò abbiamo scelto alcune canzoni mai eseguite prima d’ora, anche da nostri album meno conosciuti. E poi tutti quei pezzi che sappiamo di dover suonare: quelli irrinunciabili, per chi da tempi remoti è nostro fan».

A briglie sciolte, illuminazione a intermittenza ed effetti Optical, via libera all’adrenalinico kabarett di Reinforcements tratto dall’Lp Propaganda del 1974; alla ostalgie in chiave pop di Goofing Off (Introducing Sparks, 1977); al technopop di All You Ever Think About Is Sex (Sparks In Outer Space, 1983); al funk elettronico di Music That You Can Dance To, dall’omonimo disco del 1986; al glam rock di Whippings And Apologies (A Woofer In Tweeter’s Clothing, 1973); alla sempiterna, testosteronica This Town Ain’t Big Enough For Both Of Us (Kimono My House, 1974).
Le moroderiane Beat The Clock, No. 1 In Heaven (con la danzante intro dadaista di Ron) e Academy Award Performance (1979), pur salvaguardando la loro anima pop vengono invece riproposte in modo più denso, pastoso, a tratti rock, mentre dal 28° album in curriculum, MAD!, la scelta cade sul synth-pop di Do Things My Own Way, innervato dalle chitarre elettriche; sul ritmo in levare e lo stile Beach Boys di JanSport Backpack; sullo spleen elettronico e l’enfasi melodrammatica di Running Up A Tab At The Hotel For The Fab; sul revivalismo glam di Drowned In A Sea Of Tears e su Lord Have Mercy, coinvolgente ballad.

E se il fluire melodico di Please Don’t Fuck Up My World (A Steady Drip, Drip, Drip, 2020) ricalca paro paro il nefasto presente che stiamo attraversando e When Do I Get To Sing ‘My Way’ (Gratuitous Sax & Senseless Violins, 1994) riesce ogni volta a far impallidire i Pet Shop Boys, chapeau a una Suburban Homeboy (Li’l Beethoven, 2002) introdotta dall’irresistibile, carismatico speech di Ron Mael, e spazio finale a una martellante, elettronica The Girl Is Crying In Her Latte (dal disco omonimo del 2023) e alla genialoide All That (A Steady Drip, Drip, Drip, 2020), così ritmicamente simile a Give Peace A Chance della Plastic Ono Band.
Applausi come se piovesse, i Mael Brothers si congedano entusiasti promettendoci altri concerti nel Belpaese. E ogni sparksiano, da qui in avanti, esclamerà con malcelato orgoglio «Io c’ero!».
SETLIST
So May We Start, Do Things My Own Way, Reinforcements, Academy Award Performance, Goofing Off, Beat The Clock, Please Don’t Fuck Up My World, Running Up A Tab At The Hotel For The Fab, Suburban Homeboy (Ron Version), All You Ever Think About Is Sex, Drowned In A Sea Of Tears, JanSport Backpack, Music That You Can Dance To, When Do I Get To Sing ‘My Way’, No. 1 In Heaven (Ron Intro), This Town Ain’t Big Enough For Both Of Us, Whippings And Apologies, Lord Have Mercy.
BIS
The Girl Is Crying In Her Latte, All That.
