Presentato alla 81ª Mostra del Cinema di Venezia, L’orto americano è tratto dall’omonimo romanzo di Pupi Avati, che oltre alla regia ne firma la sceneggiatura insieme al figlio Tommaso.
La vicenda si svolge a Bologna, a ridosso della Liberazione. Filippo Scotti (La mano di Dio) interpreta un giovane con ambizioni letterarie e precedenti ricoveri in manicomio, il quale parla abitualmente con i defunti della sua famiglia, riuniti in una sorta di macabro portafoto che porta sempre con sé. Un giorno, dal barbiere, fa la sua comparsa per chiedere informazioni Doris (Chiara Caselli), bellissima ausuliaria dell’esercito americano. Al primo sguardo s’innamora di lei, ma è destinato a non rivederla mai più.

Filippo Scotti e Rita Tushingham
L’anno dopo, per un caso fortuito, raggiunto il Midwest americano alla ricerca d’ispirazione per un romanzo, si trova a risiedere nella casa accanto (in realtà separata da un orto abbandonato) all’abitazione dove vivono Flora (Rita Tushingham) e Arianna (Morena Gentile), l’anziana madre e la sorella di una ragazza di nome Barbara (Mildred Gustafsson). La madre non riesce a darsi pace per la scomparsa della figlia, la quale dopo averle scritto che si sarebbe sposata con un italiano non ha dato più notizie di sé.
Il dolore lacerante di Flora, immobilizzata su una sedia a rotelle, induce il protagonista a darle sostegno e magari a scoprire qualcosa in più di Barbara, da lui identificata con Doris. Una voce, che non accenna a placarsi, lo conduce nell’orto dove dissotterra un vaso di vetro che secondo quanto scritto sull’etichetta conterrebbe genitali femminili in formaldeide.

© Elen Rizzoni
Rientrato precipitosamente a Bologna, il giovane scopre che si sta svolgendo un processo a carico di Glauco Zagotto (Armando De Ceccon), accusato di avere assassinato diverse donne per poi asportarne gli organi genitali. Lui lo collega a Doris e inizia a seguire con interesse le udienze facendo la conoscenza di Emilio (Roberto De Francesco), il fratello dell’accusato, convinto della sua innocenza. Insieme, proveranno a venire a capo dell’intricato mistero.
Ben girato e recitato, L’orto americano punta tutto sulla fotografia in bianco e nero che accentua la sensazione di straniamento, oltre a dare un tocco gotico alla trama che vede Pupi Avati immergersi nuovamente in quelle campagne emiliano-romagnole già frequentate in un altro film giallo: La casa dalle finestre che ridono. E se i costumi di Beatrice Giannini sono perfetti, realistiche sono le ricostruzioni di una Bologna martoriata dalle bombe e di un’Italia agli albori della democrazia, con quei “matti ” chiusi in manicomio e quegli accusati trattati come fossero animali.
C’è però qualcosa d’irrisolto. Se è tutt’altro facile distinguere cosa sia vero e cosa sia invece frutto dell’immaginazione del protagonista, è surreale che in un paese sconfinato come l’America ci si possa imbattere proprio nella presunta abitazione dell’amata. Il che ci ha lasciato un po’ di amaro in bocca, oltre a una sensazione di smarrimento.

