E adesso? Che ne sarà dell’eredità spirituale (non solo musicale: qui c’è in ballo altro, e di più) dei Grateful Dead dopo che anche Bob Weir, cantante e chitarrista, sabato scorso (10 gennaio) ha lasciato questa Terra? In Italia fatichiamo a capire la portata e le implicazioni dell’evento: da noi i Dead sono sempre stati una band di culto e per pochi adepti. Ma negli Stati Uniti, dove per 60 anni hanno cavalcato e guidato un’autentica rivoluzione socioculturale tenendosi a debita distanza dal mainstream e coltivando un rapporto d’assoluta fedeltà reciproca con un’enorme fanbase (i famosi Deadheads) sembra davvero la fine di un’era. Il tramonto definitivo di un’utopia, proprio mentre Donald Trump e gli agenti dell’ICE (U.S. Immigration and Customs Enforcement) diffondono nel mondo l’immagine e l’idea di un’altra, antitetica America (Jerry Garcia e compagni non sono mai stati un gruppo politico, ma hanno sempre propugnato idee di fratellanza, comunione, inclusione, armonia cosmica).

Non sorprende, dunque, il diluvio di tributi affidati agli organi di stampa e ai social media da collaboratori, amici, colleghi e musicisti, Bob Dylan e Paul McCartney inclusi. Non sorprendono l’Empire State Building di New York illuminato di notte con colori psichedelici che evocano l’estetica del gruppo né le veglie, gli omaggi floreali e i tributi musicali che a San Francisco hanno animato il vecchio quartiere hippie di Haight-Ashbury dove tutto, nel 1965, era cominciato. Era successo anche nell’ottobre del 2024, quando a uscire di scena era stato il bassista Phil Lesh. Ma stavolta le cose sono diverse, perché in fondo Bob Weir era the last man standing: l’ultimo sopravvissuto, l’ultimo vero portabandiera di quell’incredibile e probabilmente irripetibile esperimento di stile di vita alternativo che sono stati i Grateful Dead, dopo la morte nel 1995 del guru carismatico (suo malgrado) Garcia e quella di Lesh, l’intellettuale iconoclasta che aveva studiato Bach, Beethoven e la musica contemporanea con Luciano Berio.

Restano in vita solo il tastierista Tom Constanten e i batteristi/percussionisti Bill Kreutzmann e Mickey Hart: ma il 1° fece parte del gruppo solo agli inizi e per poco più di 2 anni, il 2° sembra essersi definitivamente ritirato dall’attività professionale e il 3° ha sempre preferito restare in seconda linea. Weir invece era un frontman sui generis o, come lui stesso amava definirsi, il «direttore del circo»: un direttore per nulla egocentrico, capace di perdersi e di nascondersi nella musica fino a diventare a volte quasi inaudibile. Sotto l’amorevole ala protettiva di Garcia e da lui incoraggiato, aveva scritto per la band (insieme ai parolieri Robert Hunter e John Perry Barlow) canzoni immortali e rivoluzionato davvero, con i suoi fraseggi intricati e imprevedibili, l’uso della chitarra ritmica nel rock (ascoltate, se vi capita, il file audio di oltre 2 ore e 20 minuti che su YouTube separa le sue parti strumentali nel concerto del 19 agosto 1989 al Greek Theater di Berkeley) agendo da suggeritore, da rinforzo, da sponda, da contrappunto armonico alla sezione ritmica, alle tastiere e soprattutto alle siderali fughe soliste di Jerry con 1 fraseggio sincopato, frammentato, spigoloso e intuitivo mutuato dal jazz e da pianisti come McCoy Tyner, quando suonava a fianco di John Coltrane (e il suo Coltrane era ovviamente Garcia).

Bob Weir
(1947-2026)

Era al tempo stesso 1 epigono entusiasta di Chuck Berry, di Buddy Holly e dei Rascals; la voce roca e l’anima rock and roll del gruppo (Greatest Story Ever Told, One More Saturday Night, le cover di Johnny B. Goode e di Promised Land); l’hippie innocente illuminato dall’amore di Sugar Magnolia; il cowboy cosmico che indossava i panni del fuorilegge country & western e il cappello a tesa larga in Mexicali Blues, in Me And My Uncle di John Phillips dei The Mamas and the Papas e in Mama Tried di Merle Haggard; l’architetto di tempi dispari ma danzabili (Estimated Prophet) che prendeva a modello i Weather Report (Weather Report Suite); l’artefice di canzoni modulari che potevano dilatarsi a mezz’ora di durata accendendo la miccia della fantasia lisergica e dell’improvvisazione (The Other One, la festosa celebrazione di Playing In The Band) e che in Cassidy affidava a Barlow una sorta di testamento spirituale, anche lui come il protagonista immaginario della canzone «figlio di innumerevoli alberi» e di «mari senza confini» (così l’hanno voluto ricordare la moglie Natascha e le figlie Monet e Chloe, nel post che ne ha annunciato la morte).

The Warlocks: Phil Lesh, Bob Weir, Bill Kreutzman, Jerry Garcia, Ron “Pigpen” McKernan

Entrato nei Mother McCree’s Uptown Jug Champions (poi Warlocks, infine Grateful Dead) quando ancora era un teenager e frequentava il liceo, era stato il ragazzino ribelle con la faccia d’angelo e l’aria smarrita che attirava nell’orbita del gruppo anche il pubblico femminile (a differenza di Lesh con, quell’aria da secchione; e degli altri, Garcia e RonPigpenMcKernan in testa, con il loro aspetto poco invitante da biker arruffati e polverosi). Eppure era un personaggio molto più complesso e sfaccettato: nato a San Francisco il 16 ottobre 1947 ma dato in adozione da piccolo a una famiglia di Atherton (il suo vero nome era Robert Hall Parber); affetto da dislessìa; innamorato del bluegrass, della jug music e della musica tradizionale americana fin dalla tenera età; stregato dalla letteratura beat di Jack Kerouac e di Neal Cassady e dai racconti di John Steinbeck sulla Grande Depressione (1 altro suo pezzo clou, Jack Straw, era ispirato a Uomini e topi); frastornato dagli acid tests a base di Lsd organizzati in California da Ken Kesey (l’autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo) e compagno di scorribande dei suoi accoliti, i Merry Pranksters, che lo chiamavano affettuosamente the kid.

Con Taylor Swift e la moglie Natascha Münter ai Grammy Awards del 2025

A un certo punto, dopo gli anni 80, prese decisamente le distanze dalla sua immagine di good loking guy e dal suo bell’aspetto per trasformarsi in un montanaro col barbone bianco, un «minatore dell’età dell’oro» (così l’ha definito in questi giorni il famoso analista Bob Lefsetz) refrattario al glamour, agli abiti di scena e ai red carpet (fece un’eccezione quando nel febbraio del 2025 fu premiato ai Grammy Awards presentandosi in elegante completo nero con cravattino in cuoio e posando per i fotografi accanto a Taylor Swift): sul palco la sua divisa d’ordinanza erano una maglietta, i pantaloncini corti di jeans e i sandali Birkenstock indossati a piedi nudi come se invece di suonare in pubblico dovesse andare in giardino a zappare l’orto (così lo ricordiamo anche nelle sue uniche apparizioni italiane del 2002 alla guida dei RatDog, davanti a una sparuta schiera di aficionados). Nessun filtro, nessun trucco: what you see is what you get: quel che vedi è ciò che è, perché per lui anche la performance musicale era un atto spontaneo e quasi fisiologico, come respirare. Si mostrava come persona e non come personaggio, perché nel mondo dei Dead la distanza fra artista e pubblico era ridotta a zero e quel che contava erano il flusso e lo scambio d’energia. La celebrazione di una Musica volatile di cui i musicisti erano i transfer e che viveva come un’entità autonoma, un organismo vivente e mutante.

«Sono convinto che i Grateful Dead saranno ricordati nel tempo come un gruppo jazz e non come un gruppo rock», mi confidò in quello stesso 2002 quando lo incontrai a New Orleans durante il JazzFest. Sicuro, già allora, che la band, la sua musica e il suo lascito potessero sopravvivere alla morte dei suoi componenti: come una squadra di football americano o di basket che continua a sventolare con orgoglio la sua ragione sociale, la sua storia e il suo logo anche se nel tempo cambiano i giocatori. Come una gloriosa istituzione che conserva il suo spirito indipendentemente da chi la compone e la governa, benché dopo la morte di Garcia nessuno avesse più osato sfoggiare il marchio originale, peraltro alimentato e rinfocolato da continue ristampe e pubblicazioni periodiche di materiale inedito dal vivo (oggi il termine legacy è diventato un mantra del music business, ma i Dead sono stati i primi a curarsene con decenni d’anticipo incoraggiando anche lo scambio di nastri tra i fans purché non a fini di lucro quando i bootleg rappresentavano uno spauracchio dell’industria).

Weir e John Mayer
© Future/Jen Rosenstein

La scorsa primavera, con i Dead & Company, è salito sul palco dell’avveniristico Sphere di Las Vegas per 18 fantasmagorici spettacoli di suoni, luci e visioni. E il 3 agosto era tornato al Golden Gate Park della sua San Francisco per l’ultimo show, l’ultimo saluto e l’ultimo inchino, quando già — all’insaputa di molti — gli era stato diagnosticato il cancro che, aggravato da una complicazione polmonare, se l’è portato via. S’era convertito da anni al salutismo, al jogging e all’esercizio fisico e forse la morte lo ha colto un po’ di sorpresa, con tanti progetti (compresa una più volte annunciata biografia) ancora in testa e in corso d’opera. Sicuramente, però, l’idea del trapasso non lo spaventava: nell’ultima intervista concessa a inizio anno a Rolling Stone aveva confessato, anzi, d’attenderla con ansia e di considerarla il giusto premio a una vita ben spesa, dopo avere visto tanti amici andarsene prima di lui e pagare il prezzo di esistenze vissute in libertà ma anche sconsideratamente.

Già durante quell’incontro a New Orleans, quando aveva 55 anni, era in piena salute e in mente aveva ancora il ricordo fresco di Garcia, sembrava prendere le cose con serafico fatalismo («Non sono un tipo sentimentale», mi disse) e vivere quasi su un doppio binario, in qualche modo già sintonizzato col mondo invisibile e con l’altra dimensione. Immerso nel presente, nel qui e ora, ma allo stesso tempo consapevole di essere di passaggio. Convinto, per questo motivo, che non fosse il caso di riposare sugli allori, ma anzi di onorare la sua Musa continuando a mettersi al suo servizio: anche se il suo ultimo, eccellente album di materiale inedito resta Blue Mountain del 2016.

Che ne sarà ora di tutto questo, ora, è difficile dirlo. Sappiamo che la musica dei Grateful Dead e delle loro successive incarnazioni ha sempre vissuto d’impermanenza e di trasformazione e che neppure i loro migliori dischi di studio – Workingman’s Dead, American Beauty – hanno saputo catturare la luce e la vibrazione cosmica che s’irradiava dalle loro esibizioni dal vivo, nel 1965 come nel 2025. Che non apparteneva più soltanto a loro, ma a tutti. E che, come diceva un’altra delle sue canzoni più amate (The Music Never Stopped), non si era mai fermata. Senza la sua direzione e la sua presenza fisica sul palco nulla sarà più come prima, ma la speranza è che grazie agli epigoni, ai discepoli e ai musicisti che anche di recente ne hanno incrociato la strada — i Trey Anastasio, i Warren Haynes, i John Mayer, i Don Was e tutti gli altri – quel long, strange trip, quel viaggio lungo e strano, non s’interrompa del tutto. Weir e i Dead hanno incarnato una filosofia, un modello di comportamento e un sistema di valori nati nelle turbolenze degli anni 60 ma che ancora riverberano nel presente parlandoci di consapevolezza, autocoscienza, identità culturale e condivisione. E la loro musica, ripeteva Bobby, «è più grande di ognuno di noi». «Se tu dici che non è la fine, allora io ti credo», gli ha risposto Mayer dopo la sua scomparsa interpretando il pensiero di molti. In un mondo musicale drogato da metrics e algoritmi; e in tempi bastardi, avvelenati e divisivi come questi, abbiamo un gran bisogno di crederci anche noi.