Il 29 agosto 2005 l’uragano Katrina inondò New Orleans facendo migliaia di vittime e danni per centinaia di miliardi di dollari. Allen Toussaint, ambasciatore della musica della Crescent City nel mondo, salvò la pelle ma si ritrovò a fare i conti con perdite ingenti, in termini economici e affettivi. Il suo prezioso pianoforte Steinway & Sons era sopravvissuto, ma giaceva in un angolo ricoperto da una spessa coltre di polvere grigia. Gli adorati studi di registrazione Sea-Saint, che aveva aperto nel 1973 nel quartiere multietnico e popolare di Gentilly investendoci i suoi risparmi, erano devastati e inutilizzabili. Dopo un forzato trasloco in un albergo di Canal Street nel Quartiere Francese risparmiato dall’alluvione grazie alla sua ubicazione collinare, come tanti altri abitanti della città della Louisiana fu costretto a cercarsi temporaneamente una dimora alternativa.

Scelse New York, che aveva imparato ad amare da ragazzo per via di certe frequenti visite ad alcuni suoi parenti e dove gli amici e collaboratori Joshua Feigenbaum e Bill Bragin gli trovarono un ingaggio permanente. Obbligato per forza di cose a lasciare la Big Easy per la Big Apple, diventò il protagonista di una lunga sequenza di intimi show per voce e pianoforte che ogni settimana all’ora del brunch attiravano un pubblico scelto di aficionados negli spazi angusti del Joe’s Pub, un piccolo e accogliente locale di tendenza situato a Lafayette Street, nell’East Village.

Allen Toussaint
1938-2015

Il produttore e vecchio ammiratore Paul Siegel decise di registrare e filmare un paio di quelle performance; ed è così che prese forma Songbook, registrato nel 2009, pubblicato nel 2013 dalla Rounder sotto forma di combo audio e video (Cd + Dvd) e oggi ristampato in edizione deluxe su 2 Lp o 2 Cd con ben 20 brani in più ripresi dalle stesse esibizioni al Joe’s Pub ma anche da una session dal vivo tenuta nel 2010 nel Bicoastal Studio di New York (in scaletta anche 1 cover di City Of New Orleans di Steve Goodman e 1 tributo a Jerry Garcia, Hi Lee Hi). Sono testimonianze ancora fresche e commoventi di un’inattesa rinascita artistica e umana (fino all’infarto che il 10 novembre 2015 si portò via Allen dopo 1 concerto a Madrid), il ritratto veritiero e senza filtri di un “ performer riluttante ”, modesto e riservato, che aveva sempre preferito stare un passo indietro componendo, producendo e arrangiando hits da classifica e canzoni destinate a diventare standard. Riverito da colleghi, addetti ai lavori e meno conosciuto al grande pubblico, era sempre stato un campione della misura e dell’understatement; un gentleman elegante nei modi, nel portamento e nel vestire con quella voce composta, i gessati corredati da sgargianti cravatte e pochette, i baffoni spioventi, il pizzetto e una corona di capelli crespi e grigi a incorniciare un sorriso sornione.

Nel 2009 era un distinto signore di 71 anni ma in quella situazione per lui inedita, parole sue, si sentì come se fosse tornato bambino. Davanti a una platea attenta e competente colse l’occasione per sfogliare le pagine del suo corposo canzoniere: una scatola magica di pezzi spesso firmati con il nome della madre, Naomi Neville, che avevano dato lustro, fama e successo a concittadini come Irma Thomas, Art Neville, Ernie K-Doe, Benny Spellman, Chris Kenner e, soprattutto, Lee Dorsey; e che fra gli anni 60 e i primi anni 70 erano assurti a fama locale, nazionale e internazionale anche grazie alle numerosissime cover registrate in giro per il mondo. Sono ballate e uptempo che mischiano blues, rhythm & blues, gospel funk e Tin Pan Alley con un ritmo pigro e indolente, l’odore intenso e il calore afoso della Crescent City e che da nessun’altra parte del mondo avrebbero potuto arrivare. Melodie dolci come canna da zucchero mosse da una pulsazione sincopata, con i ricchi sapori fusion del gumbo, fluttuanti come i battelli sulle acque melmose del Mississippi.

Come scrive Ashley Kahn nelle sue preziose note di copertina, Toussaint era “ un maestro cristallizzatore di stili tradizionali e innovativi ” capace d’aggiornare con il suo tocco magico ed elegante i classici ritmi da parata di strada di New Orleans. E che in queste sue esibizioni di 17 anni fa ritroviamo confidenziale, amichevole e perfettamente a suo agio con il plus di un eloquio sciolto e forbito al pianoforte e di una bella voce smooth dal timbro acuto. Il repertorio è in buona parte noto agli appassionati: Lipstick Traces è stata un successo nella versione degli O’Jays; Brickyard Blues (altrimenti nota come Play Something Sweet) un cavallo di battaglia del soul man scozzese Frankie Miller (ma poi anche di Three Dog Night, Maria Muldaur e B.J. Thomas); mentre Get Out Of My Life, Woman, come Allen ricorda introducendola, resta il più coverizzato dei suoi pezzi: 1 standard per interpreti rock e r&b ripreso negli anni dalla Paul Butterfield Blues Band come da James Brown, da Jerry Garcia e dalla Tedeschi Trucks Band.

Nella versione italiana di Patty Pravo ribattezzata Qui e là, la scanzonata e altrettanto nota Holy Cow si fece ascoltare anche al Cantagiro del 1967 e, al pari della versione di Working In The Coalmine interpretata da Lola Falana, finì anche in qualche musicarello nostrano dell’epoca. In Songbook, quest’ultima è riproposta nel medley che sfodera altri sempreverdi come A Certain Girl (lato B del primo 45 giri degli Yardbirds nel 1964); Mother-In-Law e Fortune Teller, classico da concerto negli anni verdi di Rolling Stones, Hollies e Who che 2 anni prima di questi show Robert Plant e Alison Krauss avevano riproposto nel fortunato album Raising Sand. È un patrimonio inestimabile, perché se è vero che come lo stesso Toussaint teneva a ribadire il suo idolo e maestro Professor Longhair alias Fess era il “ Bach del rock ”, lui ne era – come sostiene Kahn – l’ “ Amadeus ”.

Lo ribadisce sommessamente, ma con fermezza, in queste esibizioni in cui ricrea anche il fascino d’altri tempi di It’s Raining (ballata affidata nel 1962 alla voce di Irma Thomas, futura Queen of New Orleans e da lui mai cantata prima della residency al Joe’s Pub); il clima frizzante di Soul Sister; la melodia suadente di With You In Mind (altro pezzo forte di Miller, cantato anche da Boz Scaggs, Geoff Muldaur, Joe Simon e Gladys Knight); lo scioglilingua ottimista di Yes We Can, in piena sintonìa con lo slogan elettorale di Barack Obama e preceduto dalla meditabonda introduzione di We Are America e l’incanto di quella Freedom For The Stallion che rappresentava una sua rara deviazione di percorso nei territori della canzone di protesta; un’invocazione di giustizia sociale e di emancipazione razziale degna epigona della A Change Is Gonna Come di Sam Cooke (lo dice Kahn, nelle sue note, e non si può che concordare con lui).

In quegli show solitari il piano man di New Orleans colse al balzo anche l’occasione per togliere la polvere a belle rarità come Old Records e The Optimism Blues e per riproporre Who’s Gonna Help Brother Get Further? (un altro vecchio 45 giri inciso da Lee Dorsey) di cui si era quasi dimenticato fino a quando nel 2005 Elvis Costello non lo aveva convinto a reinciderla per il loro album in coppia, The River In Reverse. Nel menù rientrano anche una manciata di canzoni non sue («Alcune avrei voluto scriverle io, altre no», commenta Toussaint con la sua ironia lieve) a cominciare da St. James Infirmary che a differenza di Louis Armstrong lui strsso esegue in versione strumentale; e qualche nuova prelibatezza culinaria a base di gamberi come la divertente Shrimp Po-Boy, Dressed e una I Could Eat Crawfish Everyday all’insegna del bons temps rouler e della spensieratezza. Entrambe, assieme all’allora altrettanto recente It’s A New Orleans Thing, intonano una affettuosa sinfonìa all’adorata città natale mentre alla metropoli d’adozione («Un posto meraviglioso dove stare, se per qualche tempo devi rimanere in un luogo che non sia casa tua») è dedicata l’esplicita There’s No Place Like New York.

Chiude in bellezza il programma principale una versione di Southern Nights molto più lenta e riflessiva di quella che Glen Campbell portò al N°1 della classifica di vendita statunitense nel 1977, inframmezzata da un lungo racconto in cui Toussaint ricorda la sua adolescenza nelle campagne della Louisiana prima di tornare a cantare di notti stellate, di alberi accarezzati dal vento che ” fischiettano motivi familiari ” e di uomini solitari a passeggio con il cane: nulla di più lontano dal cemento e dal congestionato ambiente urbano dell’East Village newyorkese, che pure recepisce la sua invocazione a “ far smettere i combattimenti in questo mondo ” avvolgendolo in un caldo abbraccio. Toussaint lo accolse allora con un sorriso e con riconoscenza, pensando a quanto possa a volte essere strana e meravigliosa la vita: demolendogli ogni certezza e costringendolo a uscire dalla sua comfort zone, la tragedia di Katrina gli aveva apparecchiato un ultimo scorcio di vita pieno di sorprese, soddisfazioni e riconoscimenti.