È comprensibile, per un uomo che ha superato gli 80 anni, che negli ultimi tempi abbia scritto canzoni che riflettono sul suo vissuto. Il tema del ” guardare al passato ” ricorre sempre più spesso nel lavoro di Paul McCartney. A maggior ragione nel suo 1° album solista dopo 6 anni, The Boys Of Dungeon Lane, che si riferisce a una strada di Liverpool nel sobborgo di Speke.
Inciso in session ristrette a Los Angeles e nel suo Hogg Hill Mill Studio di Icklesham, nel Sussex; prodotto da Andrew Watt che ha lavorato con Justin Bieber, Iggy Pop e i Rolling Stones di Hackney Diamonds (2023), The Boys Of Dungeon Lane include almeno 6 canzoni ispirate al passato, sempre presente, di Macca, che nei 14 brani complessivi ha evitato incursioni nel suono contemporaneo, pezzi strumentali o medley. Una curiosità: per promuovere il nuovo repertorio, sono state aggiornate le immagini di Google Street View fra Hale Road e Dungeon Lane, con un bambino che regge fra le braccia un cartello raffigurante la copertina dell’album.

Il prologo è affidato alla melodica e al tempo stesso urticante As You Lie There che vede McCartney e Watt collaborare insieme. Nell’intro parlata, Paul si lascia andare a un ricordo: “ Passavo davanti a casa tua / Ogni notte, guardavo la tua finestra / La luce era accesa / Vedevo la tua silhouette sulla persiana. / Pensi a me? / Mi pensi mai? ”. A seguire, la sua classica chitarra… Lost Horizon è invece un pezzo bluesy piuttosto corposo, degli anni 2000, che McCartney non solo aveva perduto ma addirittura dimenticato. Una canzone che vale la pena riscoprire e che nella parte finale potrebbe riassumere l’atmosfera di tutto il disco.

© 2026 Mary McCartney
Days We Left Behind, melodia acustica fra le migliori in assoluto di Paul, è riuscita invece a commuovermi col suo splendido arrangiamento e soprattutto quella sua fragile, travolgente voce. Più briosa e decisamente memorizzabile, Ripples On A Pond racconta invece cosa significhi essere innamorati e ritenersi fortunati, mentre la riverberata Mountain Top, con tutti i suoi psichedelici cliché anni 60 al loro posto, è un piacevolissimo flashback nel vero senso della parola. Nostalgia che si riaccende subito con Down South, per voce e chitarra, che racconta degli albori dei Beatles: un toccante omaggio a George Harrison e in misura minore a John Lennon.

Seguono We Two, canzone d’amore piacevolmente sognante e incalzante; la grintosissima, nevrile Come Inside che McCartney descrive giustamente come «un pezzo rock, essenzialmente»; la vellutata Never Know che corre su una linea di basso, è sorretta da 1 coro di flauti dolci e si chiude con una raffica di chitarre e di ” oooh “, come fosse un classico brano dei Beach Boys. Poi è il turno di Home To Us ed è difficile credere sia il 1° duetto in assoluto intonato da Ringo Starr e da Paul McCartney (apparsi peraltro più volte nei rispettivi album solisti). Eppure eccolo qui, travolgente, da intonare tutti insieme (cori di Chrissie Hynde e di Sharleen Spiteri inclusi), il che non vuol dire semplicemente rimpianto ma un vero e proprio tributo al passato.

Su un accompagnamento swingante e jazzato, Life Can Be Hard consente invece a Paul di mostrarci un altro aspetto della sua personalità, l’inguaribile ottimismo, che prosegue nella dolcissima, fascinosa First Star Of The Night. Con Salesman Saint si indietreggia di nuovo al tempo che fu: ai suoi genitori, durante l’ultimo conflitto mondiale. Sonorità acustiche, un’impeccabile melodia, l’elegante aggiunta di una banda d’ottoni, il concetto di sopravvivere nelle avversità.
Momma Gets By, storia di una donna il cui compagno è “ un po’ uno scapestrato ”, chiude impeccabilmente questo grande album. Bellissima, triste, toccante, rende ancora più unica e preziosa questa raccolta di canzoni sulla speranza, sull’amore, sul passato e sui giorni che ci troviamo a vivere.
