La fisiognomica lombrosiana, oggi, permane nel trend del cosiddetto Looksmaxxing. E analogamente alle follie pseudo antropologiche datate 1876, determina i meriti morali dell’individuo proporzionalmente alla sua bellezza. Quel minaccioso volume di Cesare Lombroso (1835-1909) intitolato L’uomo delinquente, fu un fosco padre dell’antropologia criminale e discendeva dal remoto principio della greca kalokagathia : l’ideale di perfezione fisica e morale dell’uomo.

L’eugenetica novecentesca che ne è derivata viene sovvertita da una “ miracolosa ” procedura estetizzante, tale da vincere persino la biologia garantendo di giungere all’auspicata dignità sociale. Nel pieno dell’emergenza Covid ha avuto così un sopito avvento il Looksmaxxing, trasformandosi da evento subculturale a tendenza massificata che affascina milioni fra ragazzi e uomini, influenzati dal giovanissimo “ profetaBraden Peters, in arte Clavicular, assunto a controversa icona del fashion system quando ha sfilato nella New York Fashion Week per Elena Velez, stilista pressoché ignota e ben grata al pluripregiudicato influencer. È curioso come un motivo culturale nato dall’eredità fisionomista collocata nella criminalizzazione della bruttezza, si sia trasformato in un così potente motore della legittimazione del bello. Tanto da perdonare al reo le proprie colpe, poiché avvenente.

Braden Peters, in arte Clavicular

Questa perversa attitudine, d’altronde, non è affatto ignota. E nell’universo anglosassone ha preso il nome di beauty privilege : il privilegio fondato sulla bellezza che garantisce una maggiore ascesa sociale, una miglior retribuzione, la felicità amorosa…  La genesi di questa violenza simbolica è racchiusa nel motto “ kalos kai agathos ”. Per cui, chi risulta bello deve essere anche buono, immacolato nella propria interiorità quanto lo figuri nell’apparire esteriore.

Erwin Panofsky scrisse nel 1960 Rinascimento e rinascenze nell’arte occidentale (Feltrinelli Editore, 392 pagine, € 21.85) descrivendo le costanti resurrezioni estetiche nel corso del Medioevo, giunte alla massima forza nell’epoca rinascimentale. Fra le opere che meglio raffigurano questa magnificenza, riconosciamo la celeberrima Nascita di Venere di Sandro Botticelli (1445-1510). Proprio da questo dipinto Demna Gvasalia, direttore creativo di Gucci, ha tratto ispirazione per l’ultima sfilata decadente e patetica, dove il couturier ha raffigurato le categorie antropologiche che costituiscono la clientela della maison dalla doppia G, da cui emergono proprio i seguaci della massimizzazione estetica. Corpi statuari e mandibole sagomate ci affascinano nella loro esorbitante virilità, ma non sono deputati ad erotismo alcuno, bensì all’umiliazione del prossimo nella pratica derisoria del mogging.