Torna in questi giorni nei negozi di dischi, per ora non su supporti video ma solo in formato audio (2 Cd o 3 Lp in vinile colorato), il live dei Cream che nell’ottobre 2005 raccolse il meglio dei 4 concerti tenuti a maggio di quello stesso anno alla Royal Albert Hall di Londra: tutti esauriti in meno di 1 ora, quando il sold out strombazzato dagli uffici stampa non era ancora diventata una fastidiosa consuetudine del music business.
Fu, all’epoca, un evento memorabile e da prime pagine sui giornali inglesi; e anche la scelta del luogo in cui allestire l’inattesa reunion non avrebbe potuto essere più logica o simbolica: il tempio della musica londinese, dove la vertiginosa parabola del 1° supergruppo della storia del rock si era conclusa il 25 e il 26 novembre 1968, al termine di 3 anni travolgenti trascorsi un po’ in Paradiso e un po’ all’Inferno, fra vertiginosi alti e bassi. Lì Eric Clapton, Jack Bruce e Ginger Baker tornavano per la prima volta tutti insieme su 1 palco a 37 anni di distanza dallo scioglimento del gruppo e 12 anni dopo la breve performance (3 pezzi soltanto) tenuta in occasione del loro ingresso nella Rock and Roll Hall of Fame a Cleveland.

Jack Bruce, Ginger Baker ed Eric Clapton
Fu proprio Slowhand, che da tempo collabora con l’etichetta Surfdog Records cui si deve questa riedizione post ventennale di Royal Albert Hall London May 2-3-5-6 2005, a insistere allora per un’ultima rimpatriata superando a fatica i dubbi e le reticenze dei 2 ex compagni di band abituati a litigare, ad azzuffarsi e a boicottarsi a vicenda fin da quando a metà anni 60 erano la sezione ritmica della Graham Bond Organization: diventarono leggendarie, allora come ai tempi dei Cream, le loro loudness war intese ad annichilire sul palco il rivale a colpi di watt e di decibel spingendo al massimo l’amplificazione dei propri strumenti. «Mi mancavano, e mi erano mancati per un sacco di tempo», raccontò in seguito alla stampa il chitarrista di Ripley, sopravvissuto negli anni successivi a una tossicodipendenza che l’aveva portato sull’orlo dell’abisso ma conservando nel frattempo (a differenza di Ginger e Jack, in altre avventure, divagazioni ed esplorazioni affaccendati) lo status di star planetaria del rock. «Sapevo che toccava a me chiamarli, perché allora ero stato io ad andarmene».
Meglio darsi da fare finché siamo ancora tutti vivi, rimuginò allora dentro di sé, anche perché Baker (scomparso nel 2019) lottava in quel momento con l’artrite e Bruce (deceduto nel 2014) giusto 2 anni prima aveva subìto un trapianto di fegato che l’aveva salvato da un tumore. Le premesse, dunque, non erano esattamente confortanti: il rischio era di ritrovarsi sul palco con 2 musicisti che erano l’ombra di se stessi. Le immagini filmate sul palco della Albert Hall li mostrano entrambi un po’ sofferenti, ulteriormente scavati e smagriti. Ma la musica che i 3 sprigionano non ha nulla di fragile e di incerto, anzi: in quei 4 show, i vecchi Cream ci tenevano a dimostrare di essere ancora dei fuoriclasse, i capiscuola che avevano ispirato decine e forse centinaia di proseliti. Meno spericolati che negli anni d’oro, naturalmente, ma più compatti, più coesi e più concisi. Intenzionati, almeno per le 2 ore abbondanti di concerto, a fare squadra in vista di un obiettivo comune: suonare al massimo delle loro possibilità, non solo per il pubblico (un bel mix di veterani e di giovani adepti, con una discreta presenza femminile) ma anche per se stessi.

Aiutano a rivivere l’atmosfera di quelle serate la nitida produzione di Simon Climie e un’eccellente qualità di registrazione che garantisce una separazione equilibrata di voci e strumenti sui 2 canali stereo; bella dinamica, chiarezza e profondità timbrica. Al resto ci pensano i 3 protagonisti: Clapton, nel ruolo di ago della bilancia e democratico bandleader, decisamente in palla sia con la voce sia con la chitarra, ma senza spremere una nota di troppo dalle sue Fender Stratocaster. Sicuramente più graffiante e più grintoso di quanto apparisse nelle sue prove soliste dell’epoca. Bruce, ancora in grado di far volare la sua voce stentorea da tenore leggero mentre dalle 4 corde dei suoi bassi elettrici Gibson e Warwick estrae un ricco e inventivo campionario di fraseggi ritmici e di contrappunti melodici alla chitarra solista. Baker, con la sua immancabile doppia cassa e il suo agile, selvatico drumming che all’energia viscerale del rock ha sempre abbinato un grande amore per il jazz e per la musica africana; per il connazionale Phil Seamen e per il nigeriano Fela Kuti.
Nessun album nuovo da proporre, nessun brano inedito in scaletta come invece avrebbe voluto Jack, ma in compenso una selezione ben ponderata e in parte non scontata dal back catalog storico. Lo scozzese era come sempre la voce solista principale, spesso doppiato da Clapton o da lui sostituito in Outside Woman Blues di “Blind Joe” Reynolds, in Stormy Monday di T-Bone Walker e in Crossroads di Robert Johnson, i grandi classici del blues idolatrati e sempre frequentati da Eric, molto convincente anche nella scintillante Badge da lui scritta nel 1969 con George Harrison e aperta dal solito, inconfondibile, giro di basso. 4 minuti scarsi di durata, che stanno lì a ricordare come una band nota per le sue jam session e per le sue performance pirotecniche dal vivo sapesse anche sfornare grandi singoli d’immediato impatto radiofonico.
Ce lo ricordano anche una N.S.U. riproposta in una versione più aspra, estesa e bluesata; e i riff d’acciaio temperato di Politician, White Room (in cui Bruce e Clapton si scambiano i ruoli tra strofe e ritornelli) e Sunshine Of Your Love (famoso quanto quelli di Whole Lotta Love e di Smoke On The Water). Jack reinterpreta con autorevolezza anche il beat psichedelico di Deserted Cities Of The Heart, lo slow blues di Sleepy Time Time (proposta nel disco in 2 versioni differenti), la sbuffante train song Rollin’ And Tumblin’ (ripresa dal repertorio di Muddy Waters e in cui si esibisce anche all’armonica), ma soprattutto We’re Going Wrong, con Clapton che alterna arpeggi avvolgenti ad assoli senza fronzoli e Baker magistrale nell’uso dei tom.
La potenza del loro blues elettrico ad alto voltaggio, fonte d’ispirazione per Led Zeppelin, Mountain, Taste e chissà quante altre band, si materializza negli agili fraseggi e nelle harmony vocals di I’m So Glad (Skip James) così come nel passo lento e quasi minaccioso di Spoonful (scritta da Willie Dixon e portata al successo da Howlin’ Wolf), mentre è quasi una sorpresa il ripescaggio di Born Under A Bad Sign di Albert King, che prima d’allora e dell’esibizione alla Rock and Roll Hall of Fame i Cream avevano proposto dal vivo non più di 3 volte. Anche Baker, giustamente, si guadagna i suoi primi piani: portano la sua firma Sweet Wine e il talking surreale, parodistico e un po’ beatnik di Pressed Rat And Warthog, sciorinato con accento spudoratamente cockney, mentre l’attesa apoteosi arriva con i 10 minuti di Toad, la madre di tutti gli assoli di batteria in ambito rock.

Non c’è la ferocia del ’68 (come potrebbe?), non c’è quel desiderio di lasciare il pubblico a bocca aperta e di spaccare il mondo, ma neanche il deleterio spirito di competizione interna che portò i Cream a una rapida autocombustione. C’è, anzi, un senso di familiarità e di sintonìa che porta alla riscoperta di 1 dialogo, di 1 linguaggio condiviso. «Appena cominciammo a suonare», osservò Bruce, «si percepì qualcosa di nuovo e di fresco. Quello che producevamo era il nostro suono: ma il suono di noi 3 come siamo ora, non come eravamo allora». Il successo delle 4 date londinesi convinse il trio a replicare il 24, 25 e 26 ottobre al Madison Square Garden di New York: altro luogo simbolico, perché proprio lì nel 1968 i contrasti fra Bruce e Baker si erano riaccesi in maniera insanabile e per i soliti, vecchi motivi.
«A quel punto mi ero convinto che ci eravamo spinti fino al limite consentito prima che qualcuno venisse ucciso. E in questo momento della mia vita non ho nessuna voglia di sporcarmi le mani di sangue», dichiarò alla rivista Uncut Eric Clapton a proposito di quegli ultimi concerti del 2005 calcando un po’ la mano, ma neanche troppo. Bastava così: e del resto – ce lo ha insegnato Neil Young – meglio bruciare in fretta che svanire lentamente. In fondo è quello il vero spirito del rock and roll, anche quando hai superato i 60 anni e per un attimo provi a riprendere per la coda la tua gioventù.
