Il Teatro Regio di Parma ha inaugurato lo scorso 23 gennaio la stagione lirica con Orfeo ed Euridice di Christoph Willibald Gluck (1714-1787). Azione teatrale per musica su libretto di Ranieri de’ Calzabigi, l’opera è tornata su questo palcoscenico 39 anni dopo l’ultima rappresentazione rinnovando un legame che risale al 1769, quando venne rappresentata per la prima volta al Teatrino di Corte durante il regno di Ferdinando di Borbone per le nozze con Maria Amalia d’Asburgo-Lorena, figlia dell’Imperatrice Maria Teresa d’Austria.

Il nuovo allestimento porta la firma, per la prima volta in Italia, della regista e fotografa iraniana Shirin Neshat (in alto, nella foto di Cheryl Dunn), Leone d’Oro alla 48ª Biennale di Venezia. La sua presenza è l’elemento che ha maggiormente catalizzato l’attenzione del pubblico e della critica: Neshat ha infatti affrontato l’opera lirica di Gluck con uno sguardo fortemente autoriale, traducendo il mito di Orfeo in una riflessione contemporanea sull’identità, sul dolore e sulle ferite interiori dell’essere umano.

Le scene di Heike Vollmer, i costumi di Katharina Schlipf, le luci di Valerio Tiberi, le coreografie di Claudia Greco e la drammaturgia di Yvonne Gebauer hanno contribuito a definire un impianto visivo rigoroso, dominato dal bianco e dal nero, cifra stilistica della regista. Un’estetica che ha fatto riaffiorare alla memoria il cinema muto e il Neorealismo, rafforzata dalle immagini filmiche realizzate a Parma dalla stessa Neshat e proiettate in scena come ulteriore livello narrativo. Nell’incontro pubblico che ha preceduto il debutto, la visual artist ha chiarito così il senso della sua operazione: «Non voglio essere identificata come un’artista politica, ma essendo iraniana non posso non esserlo».
La sua lettura di Orfeo ed Euridice ha abbandonato ogni dimensione mitologica per focalizzarsi su una vicenda profondamente umana. Orfeo è un uomo lacerato dal conflitto fra ego e amore, incapace di elaborare il lutto; Euridice, segnata dalla perdita del figlio e dall’incomunicabilità con il marito, sceglie invece la morte. Gli Inferi diventano così un paesaggio mentale, uno spazio di coscienza e di giudizio dove realtà e allucinazione non fanno che confondersi.

Fabio Biondi, al suo esordio al Regio, ha diretto l’opera nella versione viennese del 1762 offrendone una lettura elegante e controllata. Ottima, poi, la prova della Filarmonica Arturo Toscanini e del Coro del Teatro Regio di Parma diretto da Martino Faggiani. Protagonista assoluto nei panni di un intenso e fisicamente presente Orfeo, Carlo Vistoli è stato capace di sostenere quasi sempre da solo gran parte dello spettacolo. Accanto a lui, Francesca Pia Vitale ha dato vita a un’Euridice fragile e dolente mentre Theodora Raftis, nel ruolo di Amore, è apparsa come una figura eterea, un angelo dalle bianche ali che ha cinematograficamente ricordato Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders (1987).

© Roberto Ricci
Potente e rigoroso dal punto di vista formale, Orfeo ed Euridice ha idealmente dialogato con il teatro di Robert Wilson (1941-2025) trovando la sua dimensione autonoma nella poetica di Shirin Neshat. Un’opera che ha saputo parlare al presente, trasformando il mito in un viaggio intimo fra la vita e la morte, l’amore e la perdita. Il lungo applauso finale ha sottolineato una direzione artistica coraggiosa e contemporanea.
Fino al 6 agosto 2026 potrete vedere gratuitamente Orfeo ed Euridice su OperaVision, la piattaforma di streaming di Opera Europa supportata da Creative Europe, il programma dell’Unione Europea che si propone (in veste di palcoscenico digitale) di creare una community internazionale di spettatori.

© Eleonora Tarantino
