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Quella notte che Igor Stravinsky ascoltò Charlie Parker

Era una notte come tante altre, al Birdland. Una band di supporto suonava davanti a una folla di persone in attesa di ascoltare il proprio idolo. Ma qualcosa, quella notte, attirò l’attenzione: in prima fila, sotto al palco, c’era un tavolo vuoto “riservato”. Dettaglio insolito in un club pieno all’inverosimile, ogni volta che Charlie Parker suonava. Al Birdland non erano mai stati riservati posti a nessuno, perchè non era un luogo elegante per persone ricche, anzi. E allora per chi avevano riservato quel tavolo? E per quale motivo? La solita legione di hipster, di beatnik e di musicisti non meritava attenzione. Doveva dunque trattarsi di qualcuno di molto importante.

Birdland 4 AM
© William Claxton

Durante l’esecuzione una voce prese a diffondersi nel locale e gli spettatori cominciarono a girarsi verso la porta. Un uomo dall’età avanzata era appena entrato. Quelli che lo riconobbero fecero correre il passaparola e gli occhi di tutti si allontanarono dal palcoscenico per concentrarsi sullo spettatore più illustre di quella notte: Igor Stravinsky. Proprio lui, il genio russo che aveva rivoluzionato la musica classica. A 68 anni, Stravinsky era molto più di una leggenda: era una delle principali istituzioni musicali viventi. Mentre prendeva posto e ordinava un drink, il gruppo di supporto terminò il proprio set. Pochi minuti dopo, la band di Charlie Parker apparve in scena. I musicisti non si erano accorti di nulla e cominciarono a prendere posizione, ignari di quanto si vociferava in sala.

Fu Red Rodney, la tromba, il 1° a comprendere cosa stesse accadendo quando riconobbe quell’uomo con gli occhiali che pazientemente aspettava di vederli e di sentirli suonare. Si avvicinò a Parker per sussurrargli la sorprendente notizia: il grande Stravinsky era nel club. In tutta risposta, il sassofonista del bebop non mosse un muscolo della faccia e tantomeno guardò dove fosse il più grande fra i suoi idoli. Era come se non sentisse ciò che Rodney gli stava sussurrando, o addirittura che non gli importasse un bel nulla. Ma gli importava eccome, anche se non pronunciò ad alta voce il minimo discorso di benvenuto nei riguardi dell’ospite. Al contrario del socievole e loquace Dizzy Gillespie, Parker era molto distaccato sul palco (tranne quando si presentava nel bel mezzo di una sbornia, o sotto effetto dell’eroina). Ma quella notte fece qualcosa di diverso: ordinò al gruppo di iniziare suonando KoKo, pezzo terribilmente veloce e complicato che di solito riservavano per la seconda parte del concerto quando erano già caldi e le probabilità d’incepparsi erano più basse.

Charlie Parker (1920-1955)

Tuttavia quella sera cambiò idea e volle cominciare proprio così, sorprendendo tutti, ma in particolare quell’elegante signore in prima fila. Bird iniziò a suonare il pezzo con grande fluidità, nonostante le sue dita fossero ancora fredde, intorpidite, insicure. Stava lottando per concentrarsi e suonare nel miglior modo possibile. Stravinsky ascoltava attentamente, seduto al suo tavolo e con un drink in mano, mentre la band eseguiva una strofa, poi un ritornello, poi un’altra strofa… All’inizio del 2° ritornello, improvvisamente, Parker cambiò la solita melodia e introdusse alcuni nuovi fraseggi che probabilmente molti dei presenti non riconobbero e scambiarono per una delle sue tante improvvisazioni. Ma sapeva che almeno 1 degli spettatori avrebbe riconosciuto quegli accordi… perché erano le melodie iniziali di The Firebird (L’uccello di fuoco), la sua più famosa suite. La strofa si incastonava alla perfezione nella struttura del brano ed era evidente che non era la prima volta che il sassofonista la eseguiva: aveva studiato con molta attenzione la musica del russo e sapeva dove e quando mettere i suoi passaggi. Le 2 musiche, i 2 mondi, si stavano fondendo per creare un momento irripetibile. Come lo è, d’altronde, ogni improvvisazione. Charlie Parker sapeva come incastonare Igor Stravinsky nel suo brano, facendo sì che il tutto risultasse fluido, omogeneo, equilibrato, godibile all’ascolto.

Stravinsky sussultò. Riconoscendo un frammento del proprio lavoro nelle mani di Parker, pronunciò un’esclamazione di piacere ben udibile: con un gesto molto russo e di rumoroso entusiasmo, alzò la mano con cui teneva il drink per poi abbassarla di nuovo, battendo con il bicchiere sul tavolo in un irrefrenabile gesto d’approvazione. Tant’è che il movimento improvviso e violento del braccio fece traboccare whisky e cubetti di ghiaccio, che caddero sul tavolo dietro di lui. Ma Stravinsky parve indifferente al trambusto causato dalla sua esplosione di gioia, e tantomeno si proccupò che il drink fosse finito su altri spettatori. Al termine del brano, mentre il pubblico applaudiva ancora e il russo non aveva alcuna intenzione di togliersi quel sorriso di soddisfazione dal volto, il giovane Parker incominciò a suonare la melodia di un tema abituale nel suo repertorio, il cui titolo non poteva essere più eloquente: All The Things You Are (Tutto quello che sei). Continuava a non incrociare lo sguardo di Stravinskij, ma si avvicinò al tavolo cogliendolo visibilmente emozionato.

Igor Stravinsky (1882-1971)

Anche se nei concerti parkeriani era abituale la presenza di apparecchiature di registrazione, tutto ciò non venne utilizzato, ahinoi, in quell’incredibile serata. Quello che possiamo fare, noi poveri mortali, è cercare di immaginarcelo, quell’incontro. Così come possiamo solo immaginare il risultato di una qualche impossibile collaborazione fra Parker e Stravinsky, 2 musicisti che si ammiravano pur appartenendo a differenti universi. Charlie Parker morì nel 1955, a soli 35 anni, distrutto dall’abuso di droga e dalla vita dissoluta condotta fin lì. Il poliziotto che compilò il rapporto della sua morte gli attribuì un’età apparente di 60 anni. Igor Stravinskij, già famoso alla nascita del sassofonista, visse invece fino al 1971.

Il pianista George Russell, arguto e geniale teorico della musica statunitense, scrisse un brano, A Bird In Igor’s Yard, in cui riuscì a miscelare gli elementi bop con le strutture armoniche del grande compositore, fissando un punto d’incontro fra 2 culture così distanti. Ascoltatelo con attenzione e la magia di quella notte rivivrà. Del resto, Stravinsky amava la musica afroamericana tanto da utilizzare stilemi jazzistici nelle sue composizioni. Così come tanti jazzisti hanno reinterpretato pagine classiche, o semplicemente inserito nelle loro composizioni istanze di derivazione classica, eurocolta. Il jazz è per sua stessa natura fatto di incontri, di commistione, di culture diverse che danno vita a un’espressione nuova, a un linguaggio universale, a un esperanto di note, accordi, modi, tonalità. Parker amava Stravinsky, ne era ricambiato e il jazz, da allora, ha fatto i conti con il patrimonio classico. E viceversa. C’è chi pensa ancora che il jazz sia tema, improvvisazione, ripresa del tema, chiusura. Niente di più errato. Lasciate ben aperte le vostre orecchie e ve ne accorgerete.

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