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The Clash: White Riot, Black Riot

Guardando queste foto non posso fare a meno di eliminare gli altri Clash e di concentrarmi solo su Joe Strummer (1952-2002). Inevitabile, ripensando a lui: a quando nel 1999 ho avuto la chance d’intervistarlo a Milano nel momento in cui ri-debuttava coi Mescaleros; e raccontandomi l’album intitolato Rock Art and the X-Ray Style, mi buttava addosso tutto il suo entusiasmo con l’entusiasmo di un ragazzino che sputava fuori parole a raffica e gesticolava, come se quelle parole tentasse di afferrarle al volo. A un certo punto (eravamo negli uffici della casa discografica Polygram) si è alzato all’improvviso dalla sedia, ha raggiunto una finestra, l’ha spalancata, si è messo incoscientemente a sporgersi dal davanzale e quell’entusiasmo l’ha urlato a squarciagola a chi camminava di sotto. È stato come se nella sua testa, in quel preciso istante, risuonasse una sua frase che mi era capitato di leggere: «Ho incontrato gente a cui il punk ha cambiato il modo di vivere. Mi sento come se avessi letteralmente incontrato ognuno di loro!».

Ma devo concentrarmi sui Clash, adesso, anche se in queste fotografie scattate da Adrian Boot che ONO arte contemporanea espone in grande stile è quasi sempre Strummer, davanti all’obiettivo, a giocarsi la leadership con quell’aria di sfida, quell’insolenza e quella faccia da schiaffi più di Mick Jones, Paul Simonon e Topper Headon messi insieme. Spudorato come quando nel 1978, durante un concerto di Rock Against Racism organizzato dalla Anti-Nazi League, esibisce una t-shirt con la scritta BRIGADE ROSSE (macchè errore, con la “D“) e al centro l’emblema e la sigla della Rote Armee Fraktion, abbreviata in RAF e conosciuta come Banda Baader-Meinhof. La stessa maglietta che vorrebbe indossare il 1° giugno in Piazza Maggiore, a Bologna, perché la sua intenzione, si giustifica, non è appoggiare i terroristi dell’estrema sinistra, ma dimostrare a tutti la loro esistenza. Ma in quell’Italia sconvolta dalle stragi, ci vuole poco a persuaderlo di non indossarla.

Rehearsal Rehearsals, uno squat puzzolente di Londra adibito a studio d’incisione. È qui, nel 1977 del primo singolo White Riot e del 33 giri The Clash, che Boot incontra la band e nonostante la situazione non proprio confortevole e zero suggerimenti di posa ai 4, riesce a portarsi a casa un servizio fotografico di mezz’ora. Seguiranno altre sessions a cementare un duraturo sodalizio artistico: per esempio quella di Westway London, fra muri graffitati e una sopraelevata di 2 miglia e 1/2; e quella di Belfast, Irlanda del Nord, ancora nell’anno domini del punk, che si svolge come la classica passeggiata sotto un cielo di piombo. In questi scatti, Adrian Boot riesce sempre a cogliere l’essenza piena dei Clash: spudorata, arrogante, rivoluzionaria. A Joe Strummer, c’è da scommetterci, questa mostra sarebbe maledettamente andata a genio.

The Clash: White Riot, Black Riot
Fino al 15 settembre 2019, ONO arte contemporanea, via Santa Margherita 10, Bologna
tel. 051262465

Foto: The Clash backstage at London’s Rainbow Theatre, group shot, 1977
London Westway Photosessions, 1977
In Belfast, 1977
Joe Strummer during a West End late night photosession, 1976
Joe Strummer and Mick Jones backstage somewhere in London
© Adrian Boot

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