Music

Steely Dan, ovvero l’arte del suono (Capitolo 1°)

Bard College, New York. Donald è uno studente iscritto al corso di letteratura, ma ha poco a che spartire con gli insegnamenti che riceve, data la sua passione sfrenata per i beatnik: per Jack Kerouac, di cui colleziona libri e manoscritti; e in particolare per William Burroughs, di cui è ammiratore e seguace. Al college incontra poca gente interessante con la quale fare amicizia. Ma un pomeriggio d’autunno del 1967, mentre sta passando davanti alla club house del campus, sente provenire fraseggi blues suonati da un chitarrista davvero bravo. È un intellettualoide un po’ nerd, occhialuto e asociale quanto lui. Piacere Donald, piacere Walter. Nasce così il più geniale sodalizio artistico nella storia della canzone d’autore americana.

Donald Fagen nasce nel 1948 a Passaic, anonima cittadina del New Jersey, da una famiglia appassionata di  musica. Grazie a sua sorella Susan che prende lezioni di pianoforte, inizia a suonare da autodidatta seguendo i  dischi del padre, convinto jazzofilo. Il 1° long playing su cui improvvisa è Jazz Junction di Red Garland, che gli fa perdere ogni interesse per il rock’n’roll. Ha detto di lui Herbie Hancock: «Donald è un jazzista fatto e finito. Certo, canta canzoni dal sapore a volte pop, ma la costruzione delle frasi, gli arrangiamenti, gli assolo, i chorus e i temi sono strettamente jazz. Mi fa impazzire la sua genialità e poi è anche ironico, simpatico, sarcastico… Un artista autentico».

Donald Fagen e Walter Becker

L’altra metà, Walter Becker, nasce nel 1950 a New York nel quartiere di Forest Hills, dove si tiene il prestigioso torneo di tennis che verrà poi trasferito a Flushing Meadows. Sia lui sia Donald tifano per i New York Yankees, la mitica squadra di baseball. Meglio, però, fare gli spettatori che praticare uno sport, dal momento che il loro interesse si focalizza sulla musica. Non appena si imbatte in Charlie Parker, Walter ne rimane folgorato al punto da cercare per tutta la vita di imparare a suonare il sax alto, senza riuscirci. Si concentra allora sulla chitarra, affermando di essere «un discreto dilettante»; e in seguito sul basso elettrico, dove invece può dire autorevolmente la sua.

L’alchimìa fra i 2 è spontanea fin da subito. Iniziano a formare gruppi, a suonare, a comporre canzoni. Il loro 1° batterista sarà Chevy Chase, il celebre comico. Entrambi sognano di proporre (meglio ancora: vendere) i loro pezzi alle case discografiche. Il loro terreno di conquista è il famoso Brill Building, l’edificio che ospita quasi tutti gli uffici delle più grandi compagnie americane di edizioni musicali. Senza registrazioni o demotape, propongono le loro composizioni esibendosi al pianoforte di ogni ufficio. Si imbattono in un losco figuro finanziato dalla mafia italiana, Kenny Vance, che dà loro l’opportunità di suonare dal vivo. Ma per concretizzare le loro intuizioni compositive attraverso le canzoni (se così possiamo definirle, vista la complessità degli arrangiamenti, delle parti vocali e della tessitura armonica) c’è assolutamente bisogno di una band.

William Burroughs (1914-1997)

Rispondono a un annuncio pubblicato sul Village Voice: uno sconosciuto chitarrista cerca un pianista e un bassista “con velleità jazzistiche”. Quel chitarrista è Danny Dias, “eminenza grigia” degli studios californiani e creatore di riff che hanno fatto storia. Incidono le prime demo, ma ancora nulla. Sono troppo “avanti” rispetto alla musica che si ascolta. Quando la ABC/Dunhill decide di metterli sotto contratto come compositori, Donald e Walter si trasferiscono a Los Angeles tuffandosi con entusiasmo nella nuova avventura, che se non altro consente loro di guadagnarsi uno stipendio. I loro pezzi, però, non vedono la luce e decidono di registrarseli da soli. Contattano i loro amici Jeff ‘Skunk’ Baxter, Jim Hodder e David Palmer, manca un nome da dare al gruppo ma ci pensa  Fagen a trovarlo, scovandolo fra le pagine del romanzo The Naked Lunch (Pasto Nudo) pubblicato nel 1959 da William Burroughs (1914-1997).

È Steely Dan, ovvero il vibratore meccanico. E nonostante la proverbiale ritrosìa e l’atavica timidezza, il cantante sarà proprio Donald. Ottenuto un contratto discografico con la ABC, la band si chiude al Village Recorder di Santa Monica e inizia la lavorazione del 1°, straordinario album, che esce nel 1972 e s’intitola Can’t Buy A Thrill. I suoi solchi mettono in fila un linguaggio mai ascoltato prima, testi innovativi dal punto di vista metrico e contenutistico, arrangiamenti sofisticati al limite del maniacale, un assetto ritmico ben definito, l’utilizzo di groove efficaci e coinvolgenti, ritmi intricatissimi e melodie raffinate. A far nascere il mito è Do It Again: brano semplicemente perfetto, costruito su un riff pazzesco, diventa una hit che vende oltre 1.000.000 di copie facendo conoscere Fagen & Becker al grande pubblico. Non ancora pronto, però, a comprenderne la genialità e quei testi densi di citazioni, rimandi letterari, suggestioni beat, visioni oniriche e al contempo legate a all’attualità, alla vita da looser, ai non eroi, ai working class heroes, ai white collars.

Un critico del New York Times definisce le loro canzoni «interessanti, con un rivestimento jazz che le rende inimitabili». I 2, però, non capitalizzano l’attenzione ricevuta da riviste specializzate, radio e tv. Se ne fregano e fanno benissimo, facendo prevalere sul puro calcolo e sul profitto la loro ricerca e la loro arte. Basti ascoltare Midnite Cruiser, cantata da Jim Hodder, ma soprattutto Reelin’ In The Years con quello splendido riff e quella linea melodica che ha fatto scuola imponendo Denny Dias fra i migliori chitarristi di studio di tutti i tempi. Esordio deflagrante, Can’t Buy A Thrill, dal punto di vista del valore artistico e dell’originalità.

Dopo qualche mese, a 1973 avviato, è la volta di Countdown To Ecstasy: album che spiazza tutti con le sue canzoni dissacratorie che sbeffeggiano l’ignoranza dell’americano medio. Come Bodhissatva, sulla dilagante moda delle religioni orientali e delle dottrine meditative. Donald Fagen ha sempre avuto un’indiscussa capacità nel criticare comportamenti sociali, abitudini, vezzi della società contemporanea. Ciò gli deriva sia dalla cultura ebraica incline all’ironia e alla dissacrazione (vedi il genio di Woody Allen, umorista sopraffino); sia dalla lettura di un maestro come Phillip K. Dick (1928-1982), noto ai più per essere l’autore di Ubik e di Blade Runner, science fiction di livello assoluto; sia dall’avere assimilato la lezione di scrittori quali Philip Roth (1933-2018) – che non a caso è diventato uno dei suoi più cari amici e lo ha definito «l’unico capace di concentrare in una canzone ciò che io esprimo in almeno 2 libri» – Haruki Murakami e Paul Auster, dalla cui Trilogia di New York ha spesso attinto idee per le sue elucubrazioni canore.

Countdown To Ecstasy viene supportato da un lungo tour, ma la versione live degli Steely Dan lascia i critici alquanto perplessi. Fagen non riesce a sostenere da solo il ruolo di vocalist e la band, in scena, non riesce a esprimere quel potenziale che invece hanno le canzoni registrate.

Nasce così Pretzel Logic (1974), l’album della logica del pane intrecciato, salato, tedesco: che tale non è, essendo nato nei monasteri italiani e francesi come ricompensa per i novizi che imparavano a memoria la Bibbia. Il produttore del disco è Gary Katz, deus ex machina di tanti, troppi dischi di successo dell’ultimo mezzo secolo di musica commerciale. Soprattutto, d’ora in poi, il duo avrà a disposizione la”creme” dei musicisti di studio americani su cui poter contare per proporre il proprio sound al meglio delle possibilità. Sarà un autentico “who’s who” dei migliori al mondo, coinvolti da Donald e Walter nella realizzazione dei loro progetti.

Non ho mai amato le classifiche, ma se penso a illustri coppie di autori (Lennon-Mc Cartney, Simon & Garfunkel, Jagger-Richards, Crosby & Nash) nessuna ha raggiunto i livelli di perfezione e ispirazione di Fagen & Becker. Ma qui è il fan che parla, lo ammetto.

Il 1° cambio che porta a una svolta fondamentale nell’economia musicale dei Dan è licenziare Jim Hodder a favore di un batterista, Jim Gordon, che ha composto quella Layla portata al successo da Eric Clapton e i Derek & the Dominoes. Ed è fra i pochi drummer capaci di suonare le ardue, intricatissime composizioni di Frank Zappa e di meritarsi le collaborazioni con Joe Cocker e John Lennon.

Per raggiungere la perfezione hai a tua disposizione i migliori musicisti, un produttore fantastico, un batterista geniale… Manca però un tecnico del suono all’altezza, che sappia cogliere e mettere su nastro le sfumature, le intuizioni, le sottigliezze, quei dettagli che fanno di una semplice canzone un capolavoro. Il destino mette sulla strada degli Steely Dan il migliore su piazza, Roger Nichols, che diventa il loro fonico portandosi appresso uno sconosciuto chitarrista: Larry Carlton, non so se mi spiego…

Sarà Nichols a conferire ai brani quel “carattere” quella “firma“, quel “segno distintivo” che li renderà immortali e inimitabili. A Carlton, invece, viene affiancato un batterista 18enne, Jeff Porcaro, che fonderà i Toto insieme ai suoi fratelli e collaborerà con Michael Mc Donald, Boz Scaggs, Michael Jackson, Quincy Jones, Marc Jordan, Bill La Bounty e Bill Champlin. Una garanzia, un metronomo, un Rolex al polso! Simpatico e ironico come ogni bravo “paisà” che si rispetti, Jeff entra subito in sintonia con Fagen che dichiarerà: «Ho suonato con tutti i più grandi batteristi americani: Steve Gadd, Peter Erskine, Hal Blaine, Keith Carlock, Jim Keltner, Bernard Purdie. Ma nessuno mi rimarrà nel cuore come lui. Suonava con cuore e cervello, equilibrio perfetto e totale adesione alla musica. Di batteristi così ne nascono 1 ogni secolo».

Gli Steely Dan nel 1974. Da sinistra: Donald Fagen, Jim Hodder, Denny Dias, Walter Becker, Jeff ‘Skunk’ Baxter

Mai, come in questo caso, il jazz non solo è fonte d’ispirazione ma diventa il mezzo di espressione che incornicia i testi del duo con citazioni esplicite: vedi la cover di East St. Louis Toodle-Oo di ellingtoniana memoria; o Parker’s Band, dove si miscelano impeccabilmente Relaxin’ At Camarillo di Charlie Parker e Groovin’ High di Dizzy Gillespie, con una maestria tale che nessun altro musicista pop o rock è in grado di esibire.

Pretzel Logic è l’album da cui emergono la genialità e la perizia compositiva e strumentale di Donald & Walter. E la title track? Nient’altro che un blues, ma rimane fra le composizioni più belle del 20° secolo. C’è da preparare il tour, a supporto del disco. Sarà l’ultimo, per un lunghissimo periodo: gli Steely Dan non faranno più concerti fino al 1993.

Share: