Arriva da lontano, il nuovo disco di Robert Plant con Suzi Dian e i Saving Grace. Più da lontano di quel 2019, quando l’ex (e sottolineiamo ex) cantante dei Led Zeppelin e i suoi nuovi compagni di band (e sottolineiamo band) hanno cominciato a esibirsi nei pub, nei club e nei piccoli teatri britannici. A volte senza farsi neppure annunciare o di spalla ad altri artisti, per poi intraprendere tour internazionali che hanno toccato a più riprese l’Europa e l’Italia, sbarcando infine anche negli Stati Uniti.
Nelle note di copertina lo sottolinea Plant stesso ringraziando Buddy Miller e Patty Griffin (con lui ai tempi dei Band Of Joy, nei primi anni 10 di questo secolo), Alison Krauss e T Bone Burnett (suoi partner in 2 album di grande successo anche commerciale), cui riconosce di avere “aperto la porta ” al suo affascinante viaggio di riscoperta di un songbook angloamericano antico e moderno (e quanta America ci sia, in questo percorso, lo dimostra il simbolo della band raffigurato in copertina: un bisonte). Allora circondato da prestigiosi turnisti e artisti statunitensi di gran nome, stavolta da 4 musicisti che abitano vicino a casa sua nel Worcestershire, West Midlands, ai confini col Galles, e che prima di quest’avventura erano conosciuti solo a livello strettamente locale.

Suzi Dian e Robert Plant
© Tom Oldham
Hanno messo in piedi una specie di ditta artigianale, lontana da qualsiasi ambizione di grandeur, come una band che si ritrova il venerdì sera al pub per cantare e suonare fra una chiacchierata e un boccale di ale. Stavolta il viaggio di Plant è stato solo mentale, non geografico: fra l’aprile del 2019 e il gennaio di quest’anno, con in mezzo il Covid, lui e il suo quintetto hanno registrato fra i Cotswolds inglesi e le Marche gallesi, in mezzo alla natura, tuffandosi in un repertorio che non conosce confini spaziali e temporali e che spesso risultava sepolto nella memoria: una raccolta di “oggetti smarriti e ritrovati ”. Senza un filo logico, senza alcuna pretesa accademica o un concept di riferimento, Robert e i Saving Grace si sono mossi idealmente come Alan Lomax e il suo magnetofono nel 20° secolo, dipanando i fili a volte intricatissimi di canzoni che nel corso del tempo hanno viaggiato fra le sponde dell’Atlantico, subendo trasformazioni nei titoli, nelle parole e nelle linee melodiche (nelle note ne forniscono alcuni esempi, invitando l’ascoltatore a procedere da sé nelle ricerche).

Saving Grace
Come Chevrolet, il blues semiacustico che apre l’album, firmato da quei “Kansas Joe” McCoy e Memphis Minnie che ai fans dei Led Zeppelin fanno fischiare le orecchie (When The Levee Breaks), rielaborato nel 1960 da Lonnie Young ed Ed Young e trasformata da Donovan nel 1965 in Hey Gip (Dig The Slowness). Subito dopo, con As I Roved Out (nota anche come Seventeen Come Sunday) la band riprende un’antica canzone folk inglese ispirandosi all’arrangiamento che ne ha fatto di recente l’americano Sam Amidon, in un altro gioco a rimpiattino fra epoche e continenti. Nei suoi oltre 6 minuti si capisce e si gusta ancora meglio il valore di questo progetto e di questo gruppo: che in Matt Worley e in Tony Kelsey vanta 2 fini tessitori ed energici manipolatori di un vasto assortimento di strumenti a corda (chitarre acustiche ed elettriche, il banjo statunitense e il cuatro portoricano); nell’ultimo arrivato e violoncellista Barney Morse-Brown un contributo rilevante ai tanti ipnotici sfondi a base di bordoni; in Oli Jefferson un versatile e raffinato percussionista a suo agio con pelli e tamburi di varia foggia e in sua moglie Suzi Dian, cantante d’origini portoghesi, una più che degna sostituta di Griffin e Krauss, ora che Plant sembra aver trovato la sua dimensione ideale nei duetti con voci femminili e nelle harmony vocals cui contribuisce mirabilmente anche il resto della band.
Dotato di una voce bella, scura e robusta, Worley innerva di tonalità gospel blues una spettacolare Soul Of A Man ripresa dal repertorio anni 30 di Blind Willie Johnson e giocata come buona parte del disco su tonalità dark e suggestioni Southern Gothic, a volte con qualche profumo maghrebino (sempre benvenuto a casa Plant), tra fitte trame di suoni in filigrana, tensioni latenti e trattenute, lampi improvvisi e vampate di fuoco: così viene anche trasfigurata Everybody’s Song dei Low (gruppo amatissimo da Plant che nel disco dei Band Of Joy, 15 anni fa, aveva già ripreso altri loro 2 pezzi), che di Saving Grace rappresenta il culmine in termini di pathos drammatico, intensità e volume sonoro.

Il ping pong prosegue fra traditional folk dalle origini perse nella notte dei tempi – una corale, estatica e innodica I Never Will Marry eseguita senza percussioni; la conclusiva Gospel Plough che anche Bob Dylan incluse, intitolandola Gospel Plow, nel suo album di debutto del 1962, e qui chiosata da una reprise che sembra rimettere tutto in circolo – e scampoli di musica contemporanea come Ticket Taker, il delicato indie folk acustico degli oggi semidimenticati Low Anthem e 2 sprazzi d’attualità in chiave Americana: la ballata Too Far From You di Sarah Siskind e il gospel/hillbilly/blues di Higher Rock di Martha Scanlan, dove Plant soffia vigorosamente nella sua armonica. In entrambe, Robert fa volentieri un passo indietro e lascia rifulgere il talento di Suzi (peccato che nel disco non abbia trovato posto il suo momento di gloria di tanti concerti, Orphan Girl di Gillian Welch), e la seconda spicca come unico vero uptempo di 1 disco dalle tonalità per il resto piuttosto sommesse e sussurrate, che rispetto agli show dal vivo sconta – oltre alla mancanza dei brani degli Zeppelin – una dinamica più contenuta conservandone tuttavia 1 dei momenti più toccanti: una soave rilettura di It’s A Beautiful Day Today dei Moby Grape, reminiscenza di quella stagione hippie e psichedelica e di quella Summer of Love che a Plant è rimasta nel cuore, ancora più struggente ed emozionante se accompagnata dalla visione del video ufficiale apparso su YouTube qualche settimana fa.
È una scelta apparentemente incongruente con il repertorio roots del resto dell’album, forse incluso come monito o messaggio di speranza, oggi che alla guerra del Vietnam si sono sostituiti conflitti e tensioni ancora più preoccupanti per le sorti dell’umanità intera. Ma, dicevamo, coerenza e pianificazione non sono fattori in gioco in questo disco, come non lo sono stati (qualche mese fa) in Find El Dorado, la raccolta di cover di Paul Weller a cui Robert ha contribuito interpretando con lui 1 vecchio brano scritto da Clive Palmer della Incredible String Band per il folk singer scozzese Hamish Imlach. Nella seconda metà degli anni 70 sembravano appartenere a 2 mondi inconciliabili, il Golden God ancora a cavalcioni del Dirigibile e il giovane e arrabbiato mod rocker dei Jam. Oggi si ritrovano spiriti affini, cercatori d’oro e di pepite nascoste nel grande fiume della musica popolare.
