C’è chi lo stava messaggiando servendosi della funzione di sintesi vocale che converte il testo scritto in parlato. Ma l’algoritmo ha frainteso mica da ridere: sul telefono di David Byrne è comparsa la dicitura “Who is the sky? ” (Chi è il cielo?).

«All’istante ho pensato fosse una frase bellissima», ha dichiarato l’ex talking head al periodico Rolling Stone US, «ripromettendomi d’inserirla nella lista dei titoli che ipotizzavo per il nuovo album. Poi mi sono reso conto che si adattava anche in altri modi, essendoci canzoni in cui io stesso mi domandavo cose del tipo “chi sono io? ”, “chi è questo? ”, “di cosa si tratta? ”, “perché lo facciamo? ”. Ho anche deciso di raffigurarmi, sulla copertina del disco, parzialmente nascosto. Tutti si sarebbero chiesti: “Who is this guy? ” (Chi è questo tizio?)».

David Byrne
© Shervin Lainez

Detto fatto: la passkey visuale di Who Is The Sky?, 8° lavoro solista del 73enne cantante, musicista, scrittore, artista visivo e regista cinematografico, è un multicromatico vortice psichedelico fotografato dal libanese Ahmed Klink da cui s’intravede proprio lui, piccolo piccolo, esageratamente abbigliato dall’outfit designer belga Tom Van Der Borght. Dentro ci sono 12 canzoni art & pop gioiosamente propositive che sono il miglior selfie possibile del David Byrne odierno (per metà Jacques Tati e per l’altra metà Woody Allen) il quale, nel caso sia la prima volta che ascoltate Who Is The Sky?, vi consiglia spassionatamente «di stare con qualcuno che amate, di tagliuzzare qualche cipolla, di preparare insieme un buon pasto e di consumarlo non appena il disco sarà finito». È la quintessenza dell’artista che da qualche anno ha scoperto d’essere autistico, identificando la sindrome di Asperger in un creativo superpotere.

Che abbia intonato Burning Down The House dei Talking Heads insieme a Olivia Rodrigo al Governors Ball 2025; che si sia esibito per pochi fortunati al Rough Trade/Independent Record Store di New York; che abbia partecipato dall’Amoeba Music di Los Angeles alla serie televisiva What’s In My Bag? consigliando 5 album del cuore (Berlin 1964 – The Lost Studio Recording dei Dagar Brothers; Afrodisiac di Ransome-Kuti & The Africa ’70; l’Lp omonimo di Ray & His Court; Joy As An Act Of Resistance degli IDLES e la colonna sonora di Truck Turner di Isaac Hayes); che abbia annunciato le nozze con l’imprenditrice Mala Gaonkar al Tonight Show di Jimmy Fallon, l’imperativo categorico di David Byrne è stato sempre, comunque e dovunque ridere, fare battute, cavalcare l’effetto wow, atteggiarsi da giulivo, comportarsi da vanesio. Abile strategia promozionale? Iper ottimistico antidoto al buio fitto di questi tempi grami? Di sicuro, lo scozzese naturalizzato statunitense si è divertito non poco ad architettare Who Is The Sky? dopo il grande successo di American Utopia (2018) in pacchetto completo: album + tour + Broadway + film diretto da Spike Lee.

«Ho iniziato ad accumulare frasi e spunti musicali mentre cucinavo pietanze messicane e indiane. Alla fine sono nati alcuni pezzi rudimentali: io da solo, con la chitarra acustica e qualche loop o beat a fare da contorno». Dopodichè ha coinvolto nel progetto la Ghost Train Orchestra, scoperta nel 2023 all’ascolto dell’album Songs And Symphoniques: The Music Of Moondog inciso dall’ensemble cameristico insieme al Kronos Quartet in memoria del compositore e poeta di strada non vedente Louis Thomas Hardin (1916-1999, in arte Moondog).

La produzione di questo album l’ha invece affidata al britannico Kid Harpoon, già divulgatore del pop di Harry Styles e di Miley Cyrus: «Ho apprezzato il suono dei lavori discografici su cui ha lavorato. So bene che i temi che scelgo e il tipo di canzoni che scrivo non sono gli stessi della gran parte di quei dischi, ma ritengo siano comunque incisioni che seguono la struttura della pop music e hanno ritornelli da poter cantare tutti insieme». Cosa che effettivamente accade, spesso e volentieri, nel nuovo canzoniere che in più ospita la singer-songwriter St. Vincent (già con Byrne nell’album Love This Giant del 2012, ora sua partner nel brano Everybody Laughs); Hayley Williams dei Paramore in What Is The Reason For It?; Tom Skinner, batterista degli Smile, in My Apartment Is My Friend; il percussionista Mauro Refosco, già in American Utopia.

A un iniziale, frettoloso ascolto, Who Is The Sky? può anche suonare scontato, ultra buonista, perfino ipoglicemico. Del resto è lo stesso Byrne ad ammettere che «alla mia età, almeno per quanto mi riguarda, scatta un atteggiamento del tipo “ non me ne importa nulla di ciò che pensa la gente ». Se però vi ci applicate di buzzo buono come ha fatto il sottoscritto, vi accorgerete che nei suoi 37 minuti d’apparente, scolastica semplicità questo è 1 album dove ogni singola sfumatura, ogni più piccolo dettaglio, sono oro colato. La trascinante Everybody Laughs, che non a caso apre le danze suonando come una Burning Down The House addolcita, cede spazio all’andamento lento e all’orecchiabilità di When We Are Singing, complici gli archi svolazzanti della Ghost Train Orchestra. Con le sue atmosfere sghembe e i barocchismi anni 60, il passo spinto di My Apartment Is My Friend mette invece in gioco sprazzi di lucida follia byrniana, mentre A Door Called No può ben dirsi la nuova Heaven: stesso respiro melodico, infatti, del gioiello griffato Talking Heads, epoca Fear Of Music, 1979.

E se provate un po’ di nostalgia per quel caliente d’un Byrne che orchestrava Rei Momo (1989) e Uh-Oh (1992)? Lasciatevi conquistare dal galoppante sonido latino di What Is The Reason For It? e dal reggaeton della conclusiva The Truth. Se viceversa vi ostinate a ricercare quel non so che di talkingheadsiano che non guasta mai, affidatevi a scatola chiusa a Moisturizing Thing, a tutti gli effetti Psycho Killer da camera; all’art rock sdrucciolevole e alle sperimentazioni bislacche di The Avant Garde; alla country music di Don’t Be Like That, che rivaleggiando col power pop fa tanto Little Creatures anni 80.

Sotto questo cielo in technicolor che mette in fila «più canzoni – narrazione del solito. Più mini racconti basati su esperienze personali», ha puntualizzato David, non mancano infine l’easy listening genialoide di I Met The Buddha At A Downtown Party, con quel refrain prezioso come certe colonne sonore di Hollywood; una sottintesa black music che dà via via spinta e vigore a I’m An Outsider; l’empatica melodia di She Explains Things To Me, che più Paul McCartney di così non si potrebbe.

Prendete nota fin da ora: il 21 e 22 febbraio 2026, al Teatro Arcimboldi, David Byrne e la Ghost Train Orchestra daranno vita agli unici 2 concerti italiani. Il cielo sopra Milano, in quelle 2 serate, sfoggerà colori mai visti prima.