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Quella sottile ricerca del suono. Intervista esclusiva con Paolo Fresu

Ho avuto il privilegio, finalmente, di conoscere Paolo Fresu (qui sopra: uno scatto fotografico di Maki Galimberti). E di conoscere i suoni inconfondibili della sua tromba e del suo flicorno, che hanno sempre dato quel “quid” in più ai dischi dei cosiddetti “poppettari”: Ornella Vanoni, Alice, Farafina, Negramaro… Lo definirei (senza togliere nulla agli altri musicisti) il massimo esponente internazionale del jazz made in Italy che vanta al suo attivo 400 collaborazioni e più di 100 album. Da ex discografica della musica leggera l’ho rincorso più volte fra Milano e Parigi. E ogni volta mi sentivo impreparata al jazz. Finchè in occasione di JazzMi 2019, all’Auditorium di Milano, mi sono accomodata in platea e Fresu è entrato in scena, nel concerto Tempo di Chet, in trio con Dino Rubino (talentuoso pianista) e Marco Bardoscia (contrabbassista di velluto). Ebbene, sono rimasta letteralmente folgorata. La musica leggera, da quella volta in poi, non ha più fatto parte dei miei ascolti quotidiani.

© Gianni Rizzotti

Poco tempo fa, dopo avere assistito in streaming a P6OLO FRESU. Musica da Lettura, lo storyboard fra musica e parole accompagnato dalla voce dello scrittore Alessandro Bergonzoni e trasmesso dalla Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio di Bologna in occasione dei suoi 60 anni (insieme a lui hanno suonato il Quartetto d’Archi Alborada, il bandoneonista Daniele Bonaventura e i fedelissimi Rubino e Bardoscia), ho sentito la necessità d’intervistarlo e gli ho anzitutto chiesto di accompagnarmi, da “matricola del jazz” quale sono, fra i solchi dei 3 Cd del cofanetto P6OLO FR3SU.

«Quando ho festeggiato il mio 60° compleanno, ho voluto realizzare qualcosa di speciale. Una sorta di fotografia di ciò che sono oggi: non mi sento molto diverso da quello che ero, ma il tempo trascorso e i cambiamenti hanno contribuito alla mia crescita come musicista. Cosicchè ho pensato di racchiudere, in una specie di racconto personale, 3 lavori discografici sostanzialmente differenti fra loro. Variare è la mia prerogativa di oggi: mi piace aprirmi a nuovi progetti musicali da portare in giro per il mondo».

Che tu voglia esplorare, l’ho intuito ascoltando i tuoi dischi…
«Amo l’idea di mettere i piedi in molte scarpe diverse. Essere curioso fa parte della mia personalità: ascolto parecchia musica, sono sempre attento alle nuove tendenze».

Immagino che ciò ti aiuti anche a compilare il cartellone del Festival Time in Jazz, appuntamento estivo tra i più apprezzati nel panorama nazionale della musica live, che presiedi dal 1998 nella tua Berchidda, in Sardegna, fra Gallura e Logudoro.
«A parte il jazz, rappresenta un sostanziale punto di convergenza fra svariati generi di musica».

Parlaci del 1° Cd, intitolato Heartland
«È un lavoro di 20 anni a cui tengo moltissimo, oltre ai 2 pezzi che mi hanno accompagnato nella mia storia di musicista: Fellini, dedicato al regista; e Here Be Changes Made, titolo originale Metamorfosi. Fra le tracce, ho ritrovato il bravissimo cantante belga David Linx e l’eccezionale ritmica del quartetto europeo di Keith Jarrett composto da Palle Danielsson (double bass) e Jon Christensen (batteria). Quest’ultimo è scomparso lo scorso anno e quindi aveva ancora più senso ricomprare il master e ripubblicarlo. Quel disco ripropone, anche nel sonoro, lo stesso pensiero poetico rispetto alla musica grazie agli arrangiamenti e al pianoforte di Diederik Wissels. Nel riascoltarlo mi sono reso conto che non è cambiato poi così tanto».

Gli altri 2 lavori sono inediti?
«Li abbiamo realizzati fra novembre e dicembre 2020, in piena pandemìa, con tutte le difficoltà del caso».

Il 2°, The Sun On The Sea, l’hai inciso insieme a 2 eccezionali musicisti…
«Il bandoneonista Daniele di Bonaventura e il violoncellista Jaques Morelenbaum, fra i grandi nomi della scena brasiliana. Io e Daniele abbiamo registrato a Udine, Morelenbaum in casa sua a Rio de Janeiro: puntualmente dopo la mezzanotte, perché in Brasile a dicembre era molto complicato ed era l’unico momento di silenzio. Ci ha ogni volta inviato le sue registrazioni e le abbiamo montate intraprendendo un viaggio attraverso i brani di Antonio Carlos Jobim, Caetano Veloso e Fabrizio De André, oltre alle nostre composizioni. Ciò che si percepisce è una melodia in punta di pensiero».

Il 3° Cd, Heroes, è un tributo a David Bowie che mi intriga molto, avendo in casa un giornalista che lo conosce assai bene.
«Tutto è nato per caso. 2 anni fa il Comune di Monsummano Terme mi ha contattato per commemorare Bowie, che nel 1969 da artista pressochè sconosciuto è stato invitato a partecipare al Premio Internazionale del Disco (ha cantato When I Live My Dream) senza vincere ma piazzandosi al 2° posto. Dopo 50 anni si è deciso di realizzare nella stessa piazza un concerto in suo omaggio: a Monsummano Terme si sentivano in un certo senso in colpa per quella mancata vittoria, così mi hanno proposto di realizzare un progetto sulla sua musica. Ho accettato, interrogandomi con chi avrei potuto condividere le mie idee. Ho pensato subito a una voce non maschile, ma femminile, coinvolgendo Petra Magoni. E ho scelto gli altri compagni di viaggio: Gianluca Petrella (trombone), Francesco Diodati (chitarre), Francesco Ponticelli (basso) e Christian Meyer, il batterista di Elio e le Storie Tese».

David Bowie a Monsummano Terme, in provincia di Pistoia, nel 1969

Ascoltando la sua musica, dove ti ha condotto Bowie?
«Non ho voluto rappresentarlo solo in chiave jazzistica, ma individuare una soluzione sonora che si collocasse fra il jazz e l’hip hop pensando anche a Blackstar, il suo album d’addio. Mi sono appassionato al suo repertorio, così raffinato e ricco d’immagini. Ci abbiamo messo tanta energia».

Sei stato un suo fan, da ragazzo?
«Non ero granchè appassionato della sua musica e conoscevo i brani che conoscono tutti. Quando è scomparso ho acquistato Blackstar, inciso con musicisti della scena jazz newyorkese, che ho molto apprezzato».

Da jazzista come lo consideri?
«Un disco interessante, spiazzante, coraggioso. Come parecchi altri suoi lavori».

E al primo ascolto cosa ti ha colpito di più?
«Che Bowie avesse concepito pezzi molto lunghi, per nulla radiofonici. Ma essendo consapevole di essere al termine della sua vita, ha dribblato ogni regola imposta dal mercato e creato un’opera che rispecchia realmente la sua immagine, con un suono non estremamente raffinato, molto jazz, capace di fondersi con le melodie. Poi, nel 2016, ho visto al Mambo di Bologna la mostra David Bowie is, mi è piaciuta tantissimo e mi ha fatto approfondire il percorso di questo straordinario artista. Subito dopo è arrivata la proposta dello spettacolo e mi sono gettato a capofitto nelle sue composizioni, da Rebel Rebel fino a Cat People. Nel cofanetto c’è una versione più ridotta delle registrazioni, perché ci siamo resi conto di avere inciso una quantità tale di materiale che avrebbe richiesto più spazio».

Così hai pensato di proporre tutto il lavoro in 3 step
«A maggio uscirà una versione più lunga del Cd, con Blackstar e Starman, oltre alla versione originale di Heroes e non la radio edit del box e del video girato dalla regista Daniela Bellu. Cat People e lo strumentale Warszawa, saranno invece disponibili sulle piattaforme digitali. La musica di Bowie non ha più tempo né confini».

Nella discografia dell’artista inglese ci sono altri accenni jazzistici. Cosa ne pensi?
«Percepisco la sua grande curiosità nei confronti del jazz, e quando ho messo mano al suo repertorio ho scoperto che la sua è una musica tutt’altro che semplice. Si intuisce, nel profondo, la complessità delle sue composizioni che lui pretendeva fossero maniacalmente perfette».

Nello specifico?
«Life On Mars, un capolavoro assoluto che cambia continuamente tonalità».

Cosa ti accomuna a Bowie?
«Mi sono accorto di avere lo stesso desiderio di uno fra i più grandi compositori contemporanei del ‘900: quella sottile ricerca del suono. Tant’è che dopo aver inciso il disco, ho affidato il mixaggio nelle mani di Andrea Pellegrini, l’ingegnere del suono che ha lavorato nell’entourage di Elio».

Nel jazz ci si occupa personalmente dell’ultimo passaggio della lavorazione di un disco, non ci si affida mai ad altri…
«È vero, ho sempre mixato di persona i miei dischi, ma in questo progetto in particolare Pellegrini è riuscito a dare la giusta impronta sonora».

© Roberto Cifarelli

Com’è stato possibile lavorare a distanza?
«Con un importante lavoro in fase di post produzione. Mentre registravamo ad Arezzo, Gianluca Petrella era in uno studio a Torino a causa delle problematiche legate al coronavirus. È stato piuttosto complicato, ma alla fine abbiamo ottenuto il risultato di un suono appropriato e di una musica assai accurata: un pop raffinato, con improvvisazioni da parte del gruppo che richiedono attenzione nell’ascolto».

Il 1° tuo album che ho acquistato è Quintet & Alborada String Quartet del 2009…
«Un lavoro a cui sono sentimentalmente legato grazie a una figura straordinaria come Giulio Libano, il trombettista, arrangiatore e direttore d’orchestra che all’epoca aveva 85 anni. Un jazzista che ha firmato pagine della storia della musica italiana, da Adriano Celentano a Mina, arrangiato Fifty Italian Strings di Chet Baker e inventato un suono americano tipico degli anni 50. Eravamo molto amici e gli ho chiesto di arrangiare Quintet & Alborada String Quartet inciso alla Casa del Jazz di Roma e incluso nel cofanetto Jazz Italiano Live Rewind per il settimanale L’Espresso. Ho suonato la sua tromba al suo funerale e la figlia me l’ha regalata».

Vuoi raccontarci del tuo quintetto formato dal sassofonista Tino Tracanna, il pianista Roberto Cipelli, il contrabbassista Attilio Zanchi e il batterista Ettore Fioravanti?
«Una formazione longeva che dura da 37 anni. Nel 1984 abbiamo inciso Ostinato, il mio album d’esordio, seguito da un’enorme quantità di altri dischi. Suoniamo meno di prima, ma il quintetto continua a esistere».

Mi sono procurata anche Shades Of Chet, con la prestigiosa formazione che include 2 grandi della tromba (tu ed Enrico Rava), Stefano Bollani al piano, Enzo Pietropaoli al contrabbasso e Roberto Gatto alla batteria.
«Un disco totalmente dedicato a Chet Baker, idolo mio e di Enrico. Un lavoro basico: suonavamo i pezzi del trombettista americano come se si trattasse di un live. Shades Of Chet si è rivelato molto fortunato: ha vinto il premio come miglior disco jazz italiano, è stato pubblicato in Francia dalla Label Bleu e ci ha dato l’opportunità di effettuare tanti concerti, anche oltreoceano».

La mia folgorazione per Chet Baker è stata “colpa” del tuo album Tempo di Chet, in trio, acquistato dopo il concerto di JazzMi 2019.
«È ancora la sua figura ad alternarsi nella mia vita con quelle di altri jazzisti. Si tratta della colonna sonora dell’omonimo spettacolo teatrale, sottotitolato La versione di Chet Baker e diretto da Leo Muscato. In scena ho interpretato l’alter ego del trombettista, coadiuvato da un attore che lo rappresentava mentre altri 8 hanno raccontato la sua vita professionale e umana. Abbiamo ricostruito il palco di un jazz club e il trio ha eseguito parte del suo repertorio e nostri brani composti pensando a lui, che forse li avrebbe amati e suonati».

Paolo Fresu 5 Original Albums racchiude invece Kosmopolites, P.A.R.T.E., Incantamento, Thinking e Rosso, Verde, Giallo e Blu.
«Altro grande progetto della mia carriera. Ho chiesto a ogni componente del mio quintetto storico di scrivere un intero disco. Il risultato sono 5 album usciti nell’arco di altrettanti anni che rappresentano sostanzialmente la fotografia del gruppo attraverso “polaroids” di ognuno di noi. Il 1° disco lo ha scritto Roberto Cipelli, il 2° Attilio Zanchi, il 3° Tino Tracanna, il 4° Ettore Fioravanti e l’ultimo dei colori io stesso. È stato un lavoro particolare, basato sulla melodia. Si riconosce il suono del quintetto, ma con gli apporti personali degli autori. Abbiamo registrato in varie sedute nel sud della Francia ed è stato prodotto e pubblicato dalla Blue Note. Avevo 26 anni quando abbiamo messo insieme il quintetto. Ne sono convinto: siamo la formazione jazz che dura da più tempo sulla scena europea. Non ci siamo mai lasciati e continueremo a lavorare insieme. Sicuramente sono dischi che ben rappresentano la mia storia di musicista: devo ammettere che sei partita bene dal quintetto…».

Cosa mi suggerisci da aggiungere alla mia collezione?
«Ti consiglio la trilogia Mare Nostrum, un concept molto intimo (i dischi sono stati pubblicati nell’arco di 12 anni) che si avvale del contributo del bandoneonista francese Richard Galliano e del pianista svedese Jan Lundren. Nelle varie pubblicazioni da una parte il suono è riconoscibile, dall’altra si diversifica poiché sono istantanee di tempi diversi. Altro consiglio Eros, un album da scoprire con un’accattivante, sensuale copertina dove ritrovo il pianista cubano Omar Sosa e il quartetto d’archi Alborada; Jaques Morelenbaum e la cantante belga Natasha Atlas. E per finire Il Laudario di Cortona, rivisitazione delle musiche sacre dei pellegrini del 200, realizzato con un’orchestra da camera, il quartetto e un coro femminile composto da 10 persone. Nel booklet ci sono i testi originali in latino, tradotti in italiano e in inglese».

Non fai nulla di facile, insomma…
«Le cose scontate non ci piacciono. I 3 progetti discografici che ti ho suggerito sono un racconto di ciò che in questo momento sono le mie passioni negli ascolti».

Quando hai acquistato i primi dischi?
«Le mie origini famigliari sono molto umili: mio padre faceva il pastore. Ricordo quando mi ha regalato un mangiadischi che in famiglia guardavamo con stupore. Non avendo i dischi, li andavo a comprare a pochissime lire al bar del paese: erano i 45 giri consumati dal juke-box, che si sentivano malissimo. Ne ricordo in particolare uno di Ornella Vanoni e un altro di Mario Tessuto».

Il tuo primo disco jazz, invece?
«Comin’ On with the Chet Baker Quintet, pubblicato nel 1965 dall’etichetta Prestige. A colpirmi è stata anche la copertina con una bella ragazza che balla in minigonna».

Dai vinili ai Cd?
«Negli anni 80 non li avevo ancora ascoltati. I primi 2 ricordo di averli comprati a New York: Tutu di Miles Davis (le radio continuavano a passarlo e di conseguenza mi sono regalato un lettore Cd) e Chick Corea Elektric Band. 2 anni fa al Leopolis Jazz Fest di Lviv, in Ucraina, Chick e io suonavamo la stessa sera: aveva messo in scena una riedizione di Elektric Band e io ero entusiasta di poterlo ascoltare su quel palco. E poi stava riaffiorando il ricordo newyorkese legato a quel disco».

È stata una bella, amichevole conversazione. L’augurio, caro Paolo, è di poter festeggiare nel più breve tempo possibile la fine di questa maledetta guerra pandemica che ci toglie il gusto di quella buona musica dal vivo che dona bellezza alla nostra vita.

© Davide Miglio

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