Chi è Peter Gabriel, nel 2023? Un artista che dopo un’attesa interminabile e snervante (21 anni dalla precedente raccolta d’inediti, Up) pubblica il disco forse più prevedibile e conservatore della sua carriera. Confermandosi, paradossalmente, un incantatore, un innovatore, un visionario, forse addirittura un rivoluzionario. i/o è un album che guarda contemporaneamente indietro e avanti, attraverso 12 canzoni che rimandano al suo passato, suonano in qualche modo familiari, ricreano un mondo sonoro che abbiamo già conosciuto esplorando al tempo stesso tematiche contemporanee e proiettate nel futuro. Invitandoci, anche, a modalità di ascolto diverse, mai sperimentate prima.

Non solo Gabriel ne ha fornito un’anteprima completa nei concerti dal vivo del suo ultimo tour, ma ha anche deciso di svelarcelo 1 pezzo alla volta, sulle piattaforme digitali, in corrispondenza di ogni luna piena (abbinando tecnologie moderne a rituali arcaici e rimettendo in funzione il Full Moon Club utilizzato in passato per condividere pensieri e contenuti con i fan). A memoria, non lo aveva mai fatto nessuno. Così come nessuno, prima di lui, aveva osato proporre al pubblico in simultanea lo stesso disco in 3 missaggi differenti: 1 Bright-Side Mix affidato al “pittore ” di suoni Mark “Spike” Stent, 1 Dark-Side Mix curato dallo “scultore ” musicale Tchad Blake, 1 In-Side Mix in Dolby Atmos realizzato da un esperto di suono tridimensionale come Hans Martin Buff. 3 angolazioni, 3 esperienze d’ascolto diverse che si sovrappongono dimostrando una volta di più che per Gabriel la musica e le canzoni sono entità fluide impossibili da fissare in forma definitiva su un supporto fisico o virtuale, oggetti scomponibili e ricostruibili in tanti modi alternativi.

È una soluzione affascinante, un cambio di prospettiva che apre scenari nuovi e inediti, un po’ come quegli esperimenti scientifici di “lettura ” e riproduzione visuale delle nostre funzioni cerebrali a cui l’artista inglese sta partecipando attivamente e che stanno sullo sfondo di pezzi come Road To Joy e Olive Tree: il 1°, un funk pop ricalcato sul modello dell’antica Kiss That Frog (da Us, 1992); il 2°, un altro uptempo con un riff di fiati e un feeling anni 80, mentre i/o (la canzone) cerca la strada più facile per catturare l’orecchio con un inciso immediatamente memorizzabile ma forse non altrettanto memorabile.

Sono probabilmente i pezzi più deboli dell’album, eppure in qualche modo essenziali, funzionali all’architettura di un progetto artistico multiforme e ambizioso. Perché anche nel 2023 quella di Gabriel non è mai musica futile e passeggera. Presuppone sempre un pensiero “alto ”, non banale, persino filosofico. Uno slancio ideale che spesso si trasforma in utopìa. Dischiude mondi sommersi, ci induce a riflettere e ad approfondire la conoscenza di quanto ci succede intorno, iniziative umanitarie e progressi scientifici, invitandoci – prima che sia troppo tardi – a riconnetterci con noi stessi, con il prossimo e con un ecosistema naturale che i nostri comportamenti mettono pericolosamente a rischio.

È di questo che parlano le canzoni di i/o e di una pop star ultrasettantenne che negli ultimi anni ha vissuto sulla propria pelle tutte le gioie e i dolori della vita, nascite e lutti: di input e di output, di ciò che assorbiamo e di ciò che emaniamo, del “mondo reale ” a cui Gabriel ha intitolato un’etichetta e uno studio di registrazione e del mondo invisibile dei sentimenti e dell’inconscio. Di vita e di morte, di invecchiamento e di perdita della memoria, di speranza nel futuro, di desiderio di pace e armonia. Di controllo sociale alla rovescia (i popoli che sorvegliano i potenti della terra grazie al Panopticom, una rete di comunicazione elettronica gestita dal basso e autenticamente democratica), di equilibrio fra legge e giustizia sociale (The Court), di evoluzione spirituale, religione, fanatismo e terrorismo: argomenti, questi ultimi, evocati dalla bellissima Four Kinds Of Horses, un ipnotico e sottilmente nervoso intreccio di voci e di suoni nato da una collaborazione con il produttore Richard Russell (il proprietario dell’etichetta XL Recordings) che si srotola senza fretta per poco meno di 7 minuti. 1 dei tanti brani di i/o dal minutaggio esteso, perché in questo disco Gabriel si prende tutto il tempo necessario per comunicare il suo pensiero e le sue emozioni, pienamente consapevole che pezzi di questa lunghezza non troveranno spazio in radio, che su Spotify, su YouTube e su TikTok ci si mette automaticamente fuori gioco al cospetto di ascoltatori che prestano attenzione per pochi secondi prima di “skippare ” al brano successivo.

Gabriel non se ne cura, intende la sua musica come un piatto slow food e in i/o trova la sua misura e il passo giusto soprattutto nei pezzi lenti, nelle ballate. In Four Kinds Of Horses come nel minimalismo di So Much o nella classica, agrodolce compostezza di And Still, un commovente ricordo di sua madre che ne omaggia la figura con un testo di disarmante sincerità e un elegante assolo di violoncello. Nell’incedere quieto e solenne di Playing For Time (riemerge l’influenza di Randy Newman) come nel mantra accorato ed etereo di Love Can Heal: la prima, evoluzione di un pezzo già proposto sul palco come work in progress fra il 2012 e il 2014; la seconda, scritta di getto dopo l’uccisione della parlamentare e attivista britannica Jo Cox per mano di un suprematista bianco e già presentata dal vivo nel 2016 nel corso di un tour nordamericano con Sting.

Canzoni che, come altri episodi di i/o, sono il risultato di un lungo processo di stratificazione e di sedimentazione: il che, ogni tanto, intacca la freschezza d’ispirazione di un disco che l’artista aveva cominciato a concepire una ventina d’anni fa subito dopo la pubblicazione di Up. Ci si trova tutto il Gabriel che abbiamo imparato ad amare, anche se – a 73 anni d’età – più posato e compassato: gli studi sul ritmo e l’elettronica allo stato dell’arte di III e IV (con gli interventi dietro le quinte ma spesso decisivi di Brian Eno, specialista nella scomposizione e nel rimontaggio di frammenti sonori); l’attitudine pop di So e di Us; i sapori di world music (caratterizzata dalle voci del Soweto Gospel Choir e dalla tromba di Paolo Fresu; la liberatoria invocazione finale di Live And Let Live suona come una via di mezzo tra In Your Eyes e Shaking The Tree); il soul funk afroamericano di marca Stax e Tamla Motown (rielaborato fino a risultare quasi irriconoscibile in This Is Home); i raffinati arrangiamenti per archi e fiati ideati da John Metcalfe e che rimandano a dischi orchestrali come Scratch My Back e New Blood.

Peter Gabriel
© Nadav Kander

Input eterogenei e di epoche diverse, output che prendono la forma di creature sonore ricche di colori e di dettagli e di cui i diversi missaggi esaltano sfumature diverse: suoni morbidi e scenari luminosi nella versione di Stent, panorami più tenebrosi e claustrofobici in quella di Blake, spazi tridimensionali in quella di Buff, coprotagonisti essenziali di un progetto realizzato con estrema cura assemblando i contributi di tantissimi musicisti, nuove reclute e spalle abituali (le colonne portanti Tony Levin, David Rhodes e Manu Katché più Richard Evans, Ged Lynch, la figlia Melanie). Il mercato, o quanto meno lo zoccolo duro dei fan, ha risposto in maniera persino inattesa, assicurando a Gabriel per la terza volta in carriera (dopo III e So) il N°1 in classifica nel Regno Unito a una settimana dalla pubblicazione del disco in diversi formati.

Al di là delle cifre di vendita ormai irrisorie è una bella notizia, un segnale confortante: la dimostrazione che esiste ancora un pubblico disposto a seguire un artista che intende i suoi album come un’esperienza immersiva, totalizzante e multimediale (a ogni canzone è associata l’opera di un fotografo, pittore e visual artist contemporaneo), elevando la pop music a forma d’arte molto oltre la sfera del consumo superficiale e dell’intrattenimento leggero. E che, mentre il fuoco dell’ispirazione fisiologicamente si assottiglia, non ha ancora perso la voglia di usare la sua musica per denunciare le storture del mondo e immaginare un futuro diverso e migliore.