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Holly Woodlawn Superstar

Holly came from Miami F-L-A/Hitchhiked her way across the U.S.A./Push her eyebrows on the way/Shaved her legs and then he was a she/She says, Hey babe, take a walk on the wild side/Said, Hey honey, take a walk on the wild side”.

Holly è arrivato da Miami, in Florida/Ha attraversato gli U.S.A. in autostop/Strada facendo si è depilato le sopracciglia/Si è rasato le gambe ed è diventato una lei/E dice, hey babe, fatti un giro nella zona selvaggia/Ha detto, hey tesoro, fatti un giro nella zona selvaggia.

(Lou Reed, Walk On The Wild Side, 1972)

Si chiamava Holly, la puttana che in autostop aveva raggiunto i bassifondi di New York City. Holly. Come la Holly Golightly di Breakfast at Tiffany’s. Ogni volta che passava un taxi, lo chiamava con quel fischio che spaccava i timpani. Proprio come faceva la protagonista del racconto di Truman Capote. Holly, una volta, si chiamava Haroldo: un timido, ossuto ragazzino di Porto Rico che si truccava col mascara e stravedeva per i pantaloni attillati e i golfini di mohair. Figurarsi che scandalo, per i Sixties. Poi, il brutto anatroccolo s’è tramutato in un cigno. Haroldo è diventato Holly. E Holly si è specchiata nei nomi aristocratici delle Superstar benedette da Andy Warhol: Edie Sedgwick, Candy Darling, Jackie Curtis, Ultra Violet, Baby Jane Holzer, Mary Woronov, Nico… Principesse dell’Underground. Femmine fatali della Factory. Holly che voleva diventare come loro. Mettere le mani sulla celebrity, come e più di loro. Woodlawn: ecco il cognome giusto. Rubato al Woodlawn Cemetery, sembrava quello d’una ricca ereditiera. Quel camposanto del Bronx trasudava dollari, con tutte quelle tombe di marmo e granito. Holly Woodlawn. La divina. La drag queen sponsorizzata da Andy. Un bel match fra lei, Jackie Curtis e Candy Darling, per ritagliarsi uno straccio di posto al sole.

E lei, le luci della ribalta se le è guadagnate eccome, negli anni 70 davanti alla cinepresa di Paul Morrissey e al voyeurismo di Warhol. In Women In Revolt, scheletrica, gomito a gomito con Jackie & Candy; in Trash, morta di fame tra i rifiuti e un partner (Joe Dallesandro) impotente e tossico. E per un soffio non l’hanno candidata all’Oscar, per quell’interpretazione maiuscola. Holly Woodlawn che ha messo su casa a Los Angeles. Bye bye Big Apple. E che ha narrato la sua vita marchettara, drogata e salottiera d’attrice, cantante, spogliarellista nell’autobiografia A Low Life In High Heels (Coi tacchi alti nei bassifondi, nella versione italiana). Regina dei palcoscenici “off”, non ha mai abbandonato le scene. E ogni volta che dalla platea sgorgava un applauso, lei toccava il cielo con un dito. Se n’è andata il 6 dicembre di 4 anni fa. Ieri sera ho rivisto Trash, ho automaticamente ripensato a lei e a quando l’ho intervistata.

Holly, com’è il tuo nuovo spettacolo teatrale?
«È un musical ispirato alla mia autobiografia. Un’emozione vedere A Low Life In High Heels trasformarsi in commedia. Andrò a New York per gli ultimi ritocchi. Nel frattempo, qui a Los Angeles, sono nel cast di When Queens Collide: un varietà vecchio stampo, stravagante e oltraggioso, che mi vede impegnata con 24 fra le più gloriose drag queen hollywoodiane».

È impensabile un tuo show in Italia?
«Sarebbe splendido. Non parlo bene la vostra lingua, ma potrei migliorarla cantando Il cielo in una stanza come ho fatto per anni nei nightclub».

Una sera, a un party, Truman Capote ha esclamato: “Holly, tu sei il volto degli anni 70!”. Cosa pensi di aver dato a quel decennio?
«Tutto. E ne sto ancora pagando le conseguenze».

Tu, Candy Darling e Jackie Curtis siete state le ultime Superstar della Factory warholiana. Cosa ricordi di quel periodo?
«La povertà. Non mangiavamo altro che sandwich della sera prima, raccattati dal buffet di qualche party. La glamorous life è un’illusione».

Quando ripensi a loro 2 cosa rimpiangi?
«La grande amicizia che ci ha sempre legate, nella buona e nella cattiva sorte. E poi guardare insieme qualche film. E metterci in mostra. Mi mancano terribilmente».

Cosa ne pensi di chi si spaccia per superstar?
«Si accomodi pure. Ma sappia che non sarà facile. Gli auguro comunque buona fortuna».

Che sensazioni hai provato ascoltando Walk On The Wild Side per la prima volta?
«Un amico mi ha telefonato dicendomi di accendere la radio. Una sensazione surreale. Ancora oggi, dopo tanti anni, Walk On The Wild Side riesce a emozionarmi. Grazie a Dio, Lou ha scritto una canzone straordinaria, orecchiabile, memorizzabile».

Qual è il disco dei Velvet Underground che preferisci?
«Il primo. Quello con Nico. E un pezzo su tutti: Femme Fatale».

Che genere di musica ascolti? Che riesce a rilassarti quando qualcosa non va per il verso giusto?
«Le colonne sonore dei musical di Broadway. E le canzoni di Connie Francis, Mina, Barbra Streisand».

Fra Women In Revolt e Trash, a quale film sei più legata?
«Trash. Sento di non avere alcun legame con Women In Revolt».

Le tue attrici preferite? Chi ti ha ispirata di più?
«Greta Garbo, Lana Turner, Elizabeth Taylor, Helen Mack».

Come hai conosciuto Warhol?
«Alla Factory, durante la proiezione di Flesh. Mi ci ha portato un amico. Ho notato Andy per via di quella parrucca (lo potevi riconoscere a un miglio di distanza). Indossava una giacca consunta di pelle nera e un paio d’occhiali scuri. Si è presentato chiedendo come mi chiamavo. ‘Holly’, gli ho risposto. E siccome non ho aggiunto il cognome, mi ha detto che avrei dovuto averne uno. Ho ascoltato il suggerimento e guardate dove mi ha portata!».

Fra i suoi quadri ce n’è uno in particolare che apprezzi?
«Quello che ha dipinto per me, ovviamente! Raffigura un paio di scarpette da ballo, inondate da polvere di diamanti».

Perché non sei rimasta a New York e hai deciso di vivere a Los Angeles?
«Era arrivato il momento di ricostruire la mia vita. Amo New York, ma Los Angeles riesce a darmi quel senso di quiete che col tempo ho imparato ad apprezzare».

Ti senti una sopravvissuta?
«Sono stata, sono e sarò sempre una sopravvissuta».

Hai rimpianti?
«Non si può vivere di rimpianti. Sarebbe un imperdonabile errore».

Il giorno più felice della tua vita.
«Ogni giorno è il mio giorno favorito. Sembrerà assurdo, ma è così».

E il più infelice?
«Non ne ho la minima idea».

Fra le persone a te più care, chi vorresti richiamare in vita?
«Ce ne sono troppe. Potrei riempire pagine e pagine di nomi. Le ho perdute ma la vita continua. Deve continuare».

Il tuo colore preferito?
«Lillà».

Il drink.
«Chardonnay».

Il libro.
«L’intera enciclopedia. Ho letto ogni volume da cima a fondo. E quando mi capita di rileggerne una minima parte per soddisfare qualche curiosità, mi accorgo di essermi dimenticata tutto il resto. E ricomincio daccapo».

Il film che non ti stancheresti mai di guardare.
«Sono 3: Cleopatra, She, Auntie Mame».

La tua giornata tipo.
«Appena sveglia, di buon mattino, m’immergo in un tonificante bagno di latte. È il mio irrinunciabile ‘me time’. Poi le telefonate, immancabili e numerose. E le prove teatrali per When Queens Collide. Infine la cena, con mio marito, a casa sua. Viviamo un vero, contemporary lifestyle».

Chi è oggi Holly Woodlawn?
«Voglio risponderti col titolo di una novella scritta in epoca vittoriana da Henry Rider Haggard: She Who Must Be Obeyed. In italiano, se non sbaglio, l’hanno tradotto come La donna eterna…».

Foto: © Jack Mitchell/Getty Images

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