Elegante in cappotto nero, fedora dello stesso colore e sciarpa verde, su una spiaggia dell’Inghilterra meridionale un Joe Jackson molto British e compassato sorseggia una tazza di , ignaro o indifferente al fatto che alle sue spalle c’è un molo avvolto dalle fiamme (è un fotomontaggio che ha per soggetto il South Parade Pier di Portsmouth, la città costiera inglese in cui l’artista è cresciuto e risiede part time, più volte devastato dagli incendi: l’episodio più famoso risale al 1974, ai tempi delle riprese del film Tommy diretto da Ken Russell).

Benvenuti a Burning-by-Sea, fantomatica località balneare immaginata come una via di mezzo fra Portsmouth e Brighton, un’ottantina di chilometri a Est con un altro storico molo turistico ripetutamente distrutto dal fuoco, dalle mareggiate e dall’incuria. E benvenuti in Hope And Fury, album che proprio fra i pontili in legno e i litorali di ciottoli che si distendono di fronte alla Manica ha la sua ambientazione d’apertura e di chiusura. Evocando un’Inghilterra a cavalcioni fra tradizione e modernità, insularità e multiculturalismo, fish and chips e kebab, bellezza decadente e degrado, Welcome To Burning By-Sea di Hope And Fury rappresenta un prologo piuttosto sorprendente. Un’onda anomala cavalcata da una voce ringhiosa e quasi rappata, movimentata da un crossover fra percussioni tribali, melodie di sapore mediorientale e music hall: la recente incarnazione di Jackson in Max Champion, fittizio compositore del primo 900 che nel 2023 aveva offerto il pretesto al divertente What A Racket!, evidentemente ha lasciato degli strascichi. Vengono in mente, a tratti, la vecchia Beat Crazy ma anche la Ghost Town degli Specials.

© Frank Veronsky

All’altra estremità di 1 disco svelto e conciso, formato vinile (35 minuti scarsi di musica), si colloca la rumba un po’ nostalgica ma placida di See You In September, in cui Jackson s’immagina a bighellonare sul lido a fine stagione, assaporando quel momento di quiete fra bambini che erigono castelli di sabbia e adulti che fanno rimbalzare sassolini a pelo d’acqua; mentre l’immagine simbolica e démodé del molo ritorna subito prima nel titolo di End Of The Pier, amara e sofisticata sinfonietta pop tascabile galleggiante su un tappeto di percussioni e archi (Susan Aquila al violino e Lourdes Rosales alla viola), con 1 inciso che di nuovo evoca antichi spettacoli di varietà e 1 testo che traccia un paragone fra le condizioni di vita di una famiglia operaia inglese nel 1920 e nel 2020, nel 1° dopoguerra e nel dopo Covid, fra gente che muore in battaglia e gente che muore di noia, mentre neanche le vecchie attrazioni da lungomare riescono più a stimolare un senso di socialità smarrito.

È un quadro fosco e in apparenza disperato. Ma anche se nella visione di Jackson la gloria della vecchia canzone patriottica Land Of Hope And Glory è sostituita da una furia molto contemporanea, la speranza non viene mai meno: continua a coltivarla ostinatamente, per esempio – trovando un antidoto alla propria crisi sentimentale – la coppia protagonista di After All This Time, immacolato e vivace midtempo pop rock pilotato da 1 riff incisivo e nobilitato da un’eccellente performance vocale (come faccia Joe, fumatore accanito, a conservare un timbro così nitido e brillante è un piccolo mistero). Hope And Fury, si sarà capito, ci restituisce un Jackson mainstream alla sua maniera, incrociando elementi che, come suggerisce la sua casa discografica, strizzano l’occhio al vecchio best seller Night And Day (1982) così come a Laughter And Lust (1991) e al più recente Fool (2019). A Steppin’ Out, il pezzo più famoso di Night And Day e forse dell’intero catalogo, si riagganciano volutamente il basso pulsante e le tastiere tintinnanti dell’effervescente Fabulous People, divertita e ironica riflessione sulla confusione delle identità sessuali (argomento che Jackson ha affrontato spesso in passato: da Fit a Fairy Dust, passando per la celebre Real Men). Stavolta, il protagonista è un frustrato maschio eterosessuale di pelle bianca che invidia l’estroversione pittoresca e la vivacità della comunità LGBTQIA+.

Rispetto a Fool, invece, rappresentano un solido elemento di continuità la coproduzione dell’americano Patrick Dillett (David Byrne, Steely Dan, Joan As Police Woman) e il trio base di musicisti che affianca la voce e il pianoforte, come sempre elemento fondante del sound, del bandleader : il fedelissimo e impagabile Graham Maby, con il suo agile basso elettrico ispessisce il tessuto ritmico, armonico e melodico delle canzoni (confermandosi anche un ottimo backing vocalist); Teddy Kumpel è un chitarrista di stampo “ orchestrale ”, di effetti e di soundscapes che qui si ritaglia anche un paio d’assoli fusion; e il batterista Doug Yowell, il solito martello implacabile, spesso in fitto dialogo con il percussionista peruviano Paulo Stagnaro (sostituito dal costaricano newyorkese Felipe Fournier nel tour mondiale che inizierà a maggio e approderà a novembre per 3 date in Italia).

Le sue congas e i suoi timbales giocano spesso un ruolo importante, perché la musica latina rimane per Jackson un amore mai sopito, New York è dietro l’angolo (le session di registrazione hanno avuto luogo proprio nella Grande Mela, ai Reservoir Studios di Midtown Manhattan, dopo il lavoro preparatorio svolto al Fuzz Factory Studio di Michael Tibes a Berlino) e Hope And Fury, scherza ma non troppo il suo autore, è 1 disco di Bicoastal LatinJazzFunkRock in continuo rimbalzo fra le 2 sponde dell’Atlantico. L’armamentario percussivo di Stagnaro è in primo piano anche nel jazz rock di The Face, fra 1 violino gypsy che s’ispira a Stéphane Grappelli, soli di pianoforte e di chitarra e 1 testo che rispecchia i sentimenti di chi non si sente rappresentato dai politici a cui ha affidato il proprio destino, ma non ha abbastanza coraggio per far sentire la sua voce ed emergere dall’anonimato: certo non è il caso di Jackson, che nella tagliente e sarcastica I’m Not Sorry, scandita dal rullante impietoso di Yowell e decorata da dinamici fraseggi pianistici in stile salsa, riscopre il suo angry young man di fine anni 70 rivendicando una volta di più un’identità controcorrente, un’attitudine anti ideologica, una cocciuta volontà a non seguire le mode (inclusa quella della cancel culture) e la determinazione a non sventolare bandiere (come il protagonista della vecchia One To One, chi se la ricorda?).

Di citazioni e autocitazioni, del resto, Hope And Fury è zeppo. Echi di Merseybeat, di primi Beatles e di Twist And Shout in Do Do Do, divertente e rocambolesco incastro di calembour appoggiato a una filastrocca infantile forse fin troppo friabile; rimandi al songwriting che JJ ha affinato dai primi anni 80 nella fatalista You Made God Laugh, ballad impeccabile in 1 album in cui prevalgono i tempi veloci. Il più cosmopolita dei cantautori inglesi, rielabora con grazia il passato aggiornandolo con il mestiere e l’esperienza del brillante, caustico e raffinato se stesso ultrasettantenne: è confortante ritrovarlo così in palla, in questo ottimo distillato di puro Joe Jackson dove convivono molecole di Duke Ellington, di Cole Porter, di Eddie Palmieri, di Graham Parker e del suo alter ego Max Champion.