Più di 50 anni fa i Los Lobos iniziavano la loro gavetta nel quartiere chicano di East Los Angeles suonando ai matrimoni, ai battesimi e in occasione di feste pubbliche e private, nei ristoranti e nelle sale da ballo. Chissà se ci hanno ripensato quando venerdì scorso, 13 febbraio 2026, hanno tenuto un’esibizione intima e informale in provincia di Brescia: con la differenza che stavolta i festeggiati erano loro.
Dopo molti anni d’assenza dall’Italia, la ADMR di Chiari (associazione d’appassionati di musica che da 30 anni porta qui nomi importanti e di culto della scena rock, roots, folk e blues) era riuscita a organizzargli 1 tour nazionale di 4 date: 3 performance “ elettriche ” a tutto volume, più una in formato “ disconnected ” e cioè “ scollegato ” secondo la definizione che la stessa band ha coniato per i suoi non troppo frequenti show acustici. La sera prima, la venue più capiente della cittadina lombarda, il Palasport San Bernardino, era stata affollata da un migliaio d’appassionati; solo un centinaio di fortunati che avevano prenotato con mesi d’anticipo 1 biglietto hanno invece potuto assistere allo spettacolo allestito nel piccolo circolo in cui l’ente organizzatore ha la propria sede.

Los Lobos
Niente strumenti elettrici, dunque (a parte il basso di Conrad Lozano e la tastiera di Steve Berlin), atmosfera rilassata, amichevole e familiare sopra e sotto il palco, buone vibrazioni a partire dal set in solitaria offerto da Andrea Van Cleef, cantautore locale ma bilingue e dalla presenza carismatica che si presenta con un dobro, una voce profonda e vissuta alla Mark Lanegan e un bel repertorio di ballate che oscillano fra il Southern Gothic e Neil Young. Poi arrivano i Lupi di Los Angeles un po’ acciaccati e ingrigiti ma in palla e di buon umore, privi del cofondatore Louie Pérez (assente per motivi di salute) ma rinforzati dalla vigorosa presenza di Alfredo Ortiz, batterista storico dei Beastie Boys (ma anche dei brasiliani Sepultura) che dal 2021 li affianca dal vivo: agile, potente e muscolare, con il physique du rôle, la comunicativa e il giusto feeling latino.

Andrea Van Cleef
Già dalle date precedenti si era capito che con Lozano costituisce una sezione ritmica formidabile e iperdinamica a dispetto del fatto che Conrad – sorriso serafico stampato in volto, abbigliamento da turista americano con panama e calzoncini corti e dita in perenne movimento sul suo strumento – se ne sta seduto tutto il tempo per non affaticare le gambe, piazzato alle spalle dei 3 frontmen. Le chitarre acustiche del mancino Cesar Rosas e del destrimano David Hidalgo (che in qualche pezzo imbraccia anche una 8 corde) s’incrociano dialogando in un continuo interscambio di parti soliste e d’accompagnamento e le loro voci (grintosa e baritonale quella di Cesar; acuta e tenorile quella di David) si alternano al microfono mentre gli arrangiamenti “ senza spina ” portano spesso in primo piano il sound ruggente e tonante prodotto dai sassofoni del taciturno Berlin, beanie in testa e lunga barba bianca.

Cesar Rosas
Lo si nota anche nelle canzoni già ascoltate in versione elettrica nelle date precedenti del tour, a Chiari e al Teatro Superga di Nichelino (TO): fra i groove soul di una Wicked Rain che rievoca le grandi message songs di Marvin Gaye; nel rock and roll anni 50 di Evangeline; nell’r&b pacifista, felpato e jazzato di The Neighborhood, dove è Steve a suonare il riff portante; nel focoso e arrembante rock blues di Don’t Worry Baby. Si respira aria di fiesta, qualche membro del gruppo ha forse un po’ esagerato con le libagioni ma sono proprio le imperfezioni, le improvvisazioni, le risate, le chiacchiere sul palco e l’empatìa fra musicisti e pubblico a rendere speciale la serata. È l’occasione giusta, spiega un Hidalgo dimagrito, in camicione a quadri e con gli occhiali da vista, per suonare pezzi che da tempo non fanno parte del repertorio standard. E a un certo punto compare al suo fianco anche un leggìo con il testo di una canzone, subito ritirato perché ritenuto inutilizzabile.

David Hidalgo
L’inizio del set conferma che questa è una serata sui generis con una bella sequenza di brani che fanno il loro debutto nel tour : prima Emily, ripescata da The Neighborhood del 1990; e poi Two Janes e When The Circus Comes dal capolavoro Kiko (1992), mentre la ballata Native Sons, dal feeling un po’ vanmorrisoniano, è l’ultimo inedito pubblicato fino a oggi: title track di 1 disco del 2021 composto per il resto da cover; e con cui la band di East L.A. ha voluto celebrare l’eredità musicale della Città degli Angeli incastonata fra il mare e le montagne, con i suoi “ fiumi di cemento ” e le sue “ torri che quasi toccano il cielo ”. Più avanti, 1 dei momenti più suggestivi arriva con l’esecuzione inattesa di Teresa, sinuoso e dimenticato gioiellino a tempo dispari ripreso dal 2° disco del supergruppo Los Super Seven (Canto, del 2011), mentre quando sale la voglia di suonare uno slow blues i Lobos decidono di cimentarsi con 1 grande classico hendrixiano: Red House.

Steve Berlin
Anche in questo contesto Rosas – pizzetto e occhiali scuri d’ordinanza– non rinuncia alle amate cumbie d’origine colombiana (Maricela, Chuco’s Cumbia) approfittando della vigilia di San Valentino per dedicare a tutti gli innamorati e alla compagna irlandese presente in sala il romantico bolero Sabor a Mí, standard dei tardi anni 50 che i Lobos inclusero nel 1978 nell’album con cui si presentavano al grande pubblico, Los Lobos del Este de Los Angeles (Just Another Band From East L.A.). L’omaggio orgoglioso al DNA messicano del gruppo prosegue con il corrido Carabina. 30-30, canción tradizionale dei tempi della Rivoluzione che Cesar, il più ciarliero del gruppo, dedica ironicamente a Donald Trump, mentre Hidalgo imbraccia la sua fisarmonica anche per il consueto omaggio al “ re del tex-mex ” Flaco Jiménez (Aj Te Dejo en San Antonio) e per 1 altro vecchio numero da ballo come Let’s Say Goodnight. Il bis è interamente dedicato all’eroe di gioventù dei 4 Mexico Americanos: Ritchie Valens , lo sfortunato pioniere del chicano rock.

Alfredo Ortiz
Come da programma, gli spettatori sono invitati a cantare in coro Come On Let’s Go e l’immancabile La Bamba, eseguita in medley con Good Lovin’ degli Young Rascals (e poi degli Olympics). È il successo conosciuto anche da chi dei Los Lobos conserva un vago ricordo e da chi sbadatamente li annovera fra gli one hit wonder degli anni 80. Non è certo il caso del pubblico di Chiari, che un Hidalgo su di giri incita a fine show a intonare Volare; e che è perfettamente consapevole di trovarsi di fronte a una band a tutto campo degna dei Grateful Dead e dei Little Feat dei tempi d’oro; e da cui la musica sgorga con una naturalezza e una spontaneità disarmante, veicolando 1 messaggio importante d’inclusione, apertura e multiculturalismo: tanto più in una serata particolare come questa, “ scollegata ” e a stretto contatto con il pubblico.
