C’è stato, in questi ultimi anni, un Van Morrison sospettoso e rancoroso, che nel dopo Covid se la prendeva con i “poteri forti ”, con i media schierati e con le restrizioni alle libertà personali. C’è stato un Van Morrison che trovava conforto in registrazioni d’archivio e in esercizi di stile fra cover di genere skiffle, rock and roll, country e rhythm & blues. E ora, nel 2025, c’è il Van Morrison di Remembering Now: sereno, pacificato, ispirato.

Un Van Morrison che non ha perso il suo sense of wonder, il suo senso di stupore di fronte alle meraviglie del mondo che nel 1985 aveva intitolato 1 suo album. Che torna a scrivere canzoni d’amore e di ricerca spirituale; che si rigenera immergendosi in un bagno di ricordi come tante altre volte ha fatto in passato, rendendo nel frattempo esplicito omaggio – un’altra costante – ai suoi idoli ispiratori. La natìa Irlanda, Belfast, gli anni dell’adolescenza e della giovinezza tornano a galla fin dal 1° titolo, quella Down To Joy già nota e che non a caso Kenneth Branagh aveva fortemente voluto nella colonna sonora di Belfast (2021), il suo film da Oscar: un vero inno alla gioia, un suo classico Celtic soul radioso e fresco come una rosa.

Come fosse stato registrato 20, 30 o 40 anni fa nel segno di una continuità che è da sempre la cifra stilistica di chi non si fa un cruccio di «scrivere sempre la stessa canzone», come sostengono i suoi detrattori; di comporre e interpretare una musica fedele alle sue radici che è il riflesso sincero del suo mondo interiore e del suo universo poetico, non una routine senz’anima. Subito dopo, nell’r&b svelto, swingante e rilassato di IF It Wasn’t For Ray, Morrison sembra rievocare l’antica Jackie Wilson Said, se non che stavolta il soggetto della canzone è Ray Charles: il faro ispiratore che «ha reinventato il rock and roll, il soul, l’r&b e anche il country & western»; il maestro senza il quale il discepolo non si sarebbe mai avvicinato a 1 microfono.

Tutto si evolve sotto un’apparente calma di superficie, nella musica di Morrison, che in Remembering Now torna a scorrere come un limpido ruscello di montagna, a tratti placido e a tratti impetuoso, in una cornice naturale in cui si respira aria pura e incontaminata. Ai ricchi affreschi strumentali, oltre alle chitarre e ai sax di lui stesso, contribuiscono in tanti a partire dai musicisti che sono al suo fianco dal 2019 e dalle session di Three Chords And The Truth (Richard Dunn all’organo Hammond, Stuart McIlroy al pianoforte, Pete Hurley al basso, Colin Griffin alla batteria e alle percussioni), rinforzati da cori, fiati e sezione d’archi: il Fews Ensemble diretto da Joanne Quigley e arrangiato da Fiachna Trench, già collaboratore di Paul McCartney e di Elvis Costello che con Morrison ha più volte incrociato la strada a partire nel 1989 da Avalon Sunset, mentre ad alcuni testi hanno collaborato il ben noto paroliere Don Black (già al fianco di Ennio Morricone, John Barry e Quincy Jones) e il reverendo Michael Beckwith, fondatore dell’Agape International Spiritual Center che nella countreggiante Love, Lover And Beloved tinge di misticismo i sentimenti amorosi cantati da Morrison con una voce, quella voce che magicamente, misteriosamente, non conosce l’usura del tempo. Uno sputo in faccia all’autotune e ai software d’intelligenza artificiale.

Van Morrison

Le definiscono giustamente rapsodie, queste sue canzoni che incorporano soul e gospel, folk e country, blues e r&b ma che non potrebbero essere che sue. In oltre 1 ora di musica, Van si concede qualche assolo al sax (in Cutting Corners, dove si ascolta anche il violino del celebre folk singer inglese Seth Lakeman; e in Stomping Ground, 1 dei tanti viaggi nella memoria) e molte digressioni nella ballata romantica spesso a sfondo orchestrale, fra le percussioni latineggianti di Back To Writing Love Songs, il candore di The Only Love I Ever Need Is Yours (una Have I Told You Lately del nuovo millennio?), l’incantamento ascetico e contemplativo di Once In A Lifetime Feeling (con il chitarrista Dave Keary al bouzouki e Lakeman di nuovo al violino) e una Memories And Vision che di nuovo cita A Sense Of Wonder.

Ma è nell’ultima parte, con le ultime 4 canzoni, che il disco ha un possente scatto di reni, un’impennata, un formidabile colpo di coda: là dove Morrison torna allo stream of consciousness joyciano di certe pagine indimenticabili degli anni 70 e 80, mentre in Colourblind racconta di sentirsi proiettato da 1 film in bianco e nero al technicolor e invita se stesso a lasciarsi la tristezza alle spalle. Sono When The Rains Came (che nel titolo riprende una strofa dell’antico hit single Brown Eyed Girl, anno di grazia 1967), la turbinosa Remembering Now e la formidabile conclusione di Stretching Out (che tiene fede alle premesse del titolo allungandosi fino a quasi 9 minuti di durata) a risucchiarti in un vortice di ipnotico e dolce deliquio alla ricerca di una “peace of mind ” ostinatamente e conflittualmente ricercata per una vita intera, con i classici mantra e le celebri, ossessive reiterazioni verbali del leone di Belfast. Che qui piazza inattese zampate, inaspettati ruggiti, come fossimo ancora ai tempi di Saint Dominic’s Preview, di Into The Music o di No Guru, No Method, No Teacher. In quei 25 minuti finali la sua musica suona personale, libera, veemente e senza confini come nei momenti migliori della sua lunghissima carriera: il tardivo piccolo miracolo di un 79enne highlander scorbutico, inossidabile, incorruttibile.