C’è un’impronta italiana nella musica squisitamente British di Lavinia Blackwall, cantante scozzese che i cultori della scena indie/psych folk contemporanea ben conoscono per aver fatto parte dei Trembling Bells (band di Glasgow da cui si è dimessa nel 2018 e che si è sciolta poco dopo). Lavinia, infatti, visita con frequenza il nostro Paese e il suo compagno, principale collaboratore e produttore è Marco Rea, fonico e polistrumentista che nel nuovo album The Making le cuce addosso abiti su misura e di alta sartoria musicale. Suona chitarre, bouzouki e mandolino, alternandosi al pianoforte e all’organo con la partner, insegnante elementare dalla limpida e potente voce da soprano educata con studi classici che si accompagna anche all’autoharp e vanta nel curriculum credenziali importanti: collaborazioni con Bonnie “Prince” Billie e con Mike Heron, mitico cofondatore dell’Incredible String Band, mentre dal vivo non manca di proporre in modo brillante con Rea la canzone simbolo di Sandy Denny, Who Knows Where The Time Goes.

Lavinia Blackwall
La melodia ampia e ariosa di Keep Me Away From The Dark, che apre il nuovo disco, irradia un lirismo che ricorda l’indimenticabile regina del folk inglese; anche se, più che i Fairport Convention, la musica di The Making evoca a tratti nomi underground come i Trees di Celia Humphris, che nei primi anni 70 incisero 2 album di culto venerati dagli appassionati del genere: quantomeno nei pezzi più acidi ed elettrici come The Will To Be Wild, fedele alla matrice dei Trembling Bells. Le chitarre del coproduttore e amico Thomas McKay, il basso di Jim McGoldrick e le percussioni di Seb Jonsen innervano di rock canzoni insaporite da una palette di colori strumentali che rendono piacevolmente mutevole, a volte in maniera anche sorprendente, lo scenario musicale di 1 album dalle sonorità sospese in un mondo magico, onirico e senza tempo: i flauti di Laura J Martin affiancano il pianoforte in Scarlett Fever, affresco dal sapore medievale in sintonìa con la copertina del disco e nel quale Lavinia canta un componimento poetico del suo ex insegnante di storia, John Plowright; la tromba di Richard Merchant e il trombone di Ross McCrae scandiscono la marcetta di Morning To Remember accompagnandola dalle parti dei Kinks intrippati di music hall a cavallo fra gli anni 60 e 70; e imprimono un’accelerazione alla conclusiva Sisters In Line, che si muove in una singolare terra di mezzo fra ABBA, pop baroque, vaudeville e acid folk.
Lavinia e Marco si sono presi i loro tempi, 4 anni, per elaborare i loro lutti personali, scrivere le canzoni di The Making e registrarle. Nel disco si riflettono anche i sentimenti di perdita e di sgomento conseguenti alla morte della madre di Rea, a quella del padre di Blackwall e al suo distacco dai Trembling Bells, di cui Lavinia canta in My Hopes Are All Mine, elegiaco quadretto con chitarra acustica dove la sua voce è doppiata da quella di Maggie Reilly, nel 1983 interprete della celeberrima Moonlight Shadow di Mike Oldfield. A quest’ultimo e al suo pop folk di gusto più mainstream sembra riallacciarsi The Damage We Have Done, mentre alle recenti esperienze di vita del duo risponde anche la filosofica The Art Of Leaving, appoggiandosi a una ritmica quasi funky (Lavinia cita come influenze musicali del pezzo il Northern Soul e i connazionali Stealers Wheel). I riff concentrici della semiacustica We All Get Lost accompagnano invece 1 testo che parla di smarrimento e di battaglie quotidiane, mentre la title track intreccia fra chitarre, flauti e pianoforte 1 inno alla rinascita e alle nuove opportunità che la vita offre quotidianamente: è fra i momenti di luce che in The Making scacciano le tenebre, i cattivi pensieri e i momenti di infelicità, peraltro sempre “vestiti in abito da festa ” (come scrive con una brillante metafora Andy Reilly sul sito inglese Snack).
Si respira una salubre e frizzante aria di Scozia in tutto il disco, registrato nell’home studio allestito da Rea a Clydebank, piccolo borgo fra Glasgow e Dumbarton affacciato sul fiume Clyde nell’area centro occidentale del Paese (mentre alcune canzoni sono state ispirate dai periodi trascorsi dalla coppia in Italia o in un rustico casolare a Carbeth). Un odore antico ma non stantìo di prodotto artigianale “fatto in casa ” ma con standard ultra professionali. Gli orfani dei Trembling Bells farebbero bene a non farselo sfuggire, così come i fans della divina Sandy Denny, di Maddy Prior, di Jacqui McShee e della stagione d’oro del folk rock britannico. Troveranno melodie sempiterne, atmosfere e vibrazioni familiari e un’artista capace di soffiare nuova energia e sensibilità contemporanea in 1 genere musicale di nicchia, ma immortale e ravvivato da ciclici revival.

