Da quando Live At Fillmore East, 1969 è uscito nei negozi lo scorso 25 ottobre 2024, nella testa di tanti appassionati è scattata automaticamente la tentazione di fare un confronto: come valutarlo, rispetto al mitico 4 Way Street del 1971, registrato (in parte) meno di 1 anno dopo nello stesso leggendario locale appartenuto al promoter Bill Graham? In realtà si tratta di un paragone ingeneroso e forse neanche troppo sensato. Quel famoso doppio Lp di 53 anni fa ha avuto il tempo di sedimentarsi nella mente e nel cuore di tanti di noi; ha acceso fantasie e passioni nel momento in cui, durante l’adolescenza, vivevamo le nostre esperienze formative ed eravamo estremamente impressionabili. Questo reperto d’archivio, per converso, arriva alle nostre orecchie solo ora che con un bagaglio d’infiniti ascolti alle spalle siamo tutti più critici, cinici e scafati. Anche per questo, parte subito svantaggiato ed è destinato a uscirne perdente.

CSN&Y con il batterista Dallas Taylor (a sinistra) e il bassista Greg Reeves (a destra) nell’agosto 1969
© Henry Diltz

Tirando acqua al suo mulino, anche Stephen Stills – che con Neil Young ha provveduto personalmente a sovrintendere alla rimasterizzazione e al missaggio con strumenti rigorosamente analogici del nastro originale a 8 tracce – non si è sottratto al giudizio, dichiarando alla rivista Variety che «quel che mi sorprende è che se è vero che allora suonavamo in modo un po’ sciatto, le nostri voci erano davvero coese. Mentre in seguito, quando smettemmo di cantare tutti nello stesso microfono come facevamo allora, la nostra miscela vocale in qualche modo ne soffrì. Era il momento in cui ce ne stavamo a 3 metri di distanza l’uno dall’altro, esibendoci in locali molto grandi e davanti ad amplificatori estremamente rumorosi. Solo i Beatles sapevano padroneggiare una situazione del genere». «A quel che ci mancava in finezza sopperivamo con l’entusiasmo. Eravamo una band in fuga e in attesa di mettersi a volare», aggiunge nelle note di copertina del disco citando nella stessa frase 1 grande successo di Paul McCartney (Band On The Run) e 1 dei migliori pezzi scritti da Neil Young per i Buffalo Springfield (Expecting To Fly).

Il cantautore e polistrumentista texano, che di questo disco è in fondo il protagonista principale, coglie un punto essenziale. Nel concerto registrato il 20 settembre 1969; e dunque a poco più di 1 mese di distanza dalla storica performance notturna a Woodstock, si percepiscono un’eccitazione, un senso di scoperta e un’euforìa (alimentata, certo, anche da un uso abbondante di cocaina e di altre droghe) che ancora oggi inteneriscono, infervorano e commuovono. Sentite i gridolini d’eccitazione dei musicisti che chiosano la cover di Blackbird dei Fab Four di Liverpool, o le risate compiaciute che sgorgano spontanee durante l’esecuzione di Helplessly Hoping nella prima parte, acustica, dello show introdotta dai dinamici movimenti e dai sapori cubani di Suite: Judy Blue Eyes: sembrano tutti ancora increduli di quanto sono in grado di produrre con le loro voci; di quel piccolo miracolo manifestatosi la prima volta nel luglio 1968 nella casa di Mama Cass a Laurel Canyon, quando l’inglese Graham, appena sbarcato in California, venne invitato a unirsi a Stephen e David in un’esecuzione corale di You Don’t Have To Cry. Regolarmente presente in scaletta, in un set che conferma in Stills il grande orchestratore e la vera forza motrice del trio (e poi del quartetto) durante le sue prime fasi di vita.

Quei loro intrecci vocali suonano ancora oggi come una cosa dell’altro mondo, una partitura scritta in cielo anche se in circolazione c’erano cantanti tecnicamente più dotati e rodati di loro nelle harmony vocals. Un’altra, impalpabile e misteriosa presenza sembra davvero materializzarsi negli spazi che si aprono fra il registro acuto di Nash e la voce roca, più grave, di Stills, mentre Crosby viene sovente lasciato libero di seguire le sue traiettorie come il solista di una pattuglia aerea acrobatica. Ognuno dei 3 ha modo di prendersi la luce dei riflettori nei momenti in cui gli altri fanno un passo indietro o tacciono del tutto.

Cantore impareggiabile dell’utopia hippie, sciamano del folk più psichedelico e maestro del fraseggio, del timing e dello scat di matrice jazz, Crosby s’illumina d’immenso durante una Guinnevere fra le migliori mai ascoltate su disco. Nash è tenero, incantevole e romantico nei quadretti domestici e intimi di Lady Of The Island e dell’ancora inedita Our House eseguita con 1 organo a pompa invece che al pianoforte davanti all’adorata girlfriend di quei tempi, Joni Mitchell, presente in platea. Stills si conferma cantante dalle inflessioni soul e black e gran chitarrista anche nell’autobiografica 4+20 e nella bluesata Go Back Home, rodata sul palco prima di essere inserita l’anno successivo nel suo 1° e omonimo album solista.

Quando poi entra in scena il cavaliere solitario Neil Young – anarchico e umorale com’è nella sua natura – gli equilibri si spostano ancora, con una rara I’ve Loved Her So Long ripresa dal suo omonimo Lp di debutto dell’anno prima e una On The Way Home che materializza i fantasmi dei Buffalo Springfield, rinnovando il sodalizio che lui e Stills avevano vissuto in quel gruppo fra il 1966 e il 1968. Come lui stesso ricorda anche in questa occasione, fu proprio quella prospettiva a convincere il canadese a unirsi al trio assecondando un’idea caldeggiata anche dal mitico presidente dell’Atlantic, Ahmet Ertegun. La dialettica e il sano spirito competitivo che hanno sempre animato i rapporti fra Neil e Stephen accendono incandescenti duelli chitarristici in Sea Of Madness (è la versione inclusa nel celeberrimo triplo Lp di Woodstock, ma in realtà registrata proprio al Fillmore e non nel corso del festival); e soprattutto in una Down By The River ubriacante e torrenziale (16 minuti di durata), degno epilogo di un set elettrico forse troppo breve con Greg Reeves al basso e Dallas Taylor alla batteria, aperto da versioni altrettanto rauche ed aspre di Long Time Gone (Crosby rabbioso e debordante come un predicatore di strada), di Wooden Ships e di Bluebird Revisited, prima del suggestivo finale affidato alla brevissima Find The Cost Of Freedom, accorato gospel laico cantato a cappella dopo un’introduzione di chitarra acustica.

Stills spiega al pubblico d’averla composta per la colonna sonora del film Easy Rider, anche se Dennis Hopper decise alla fine di non utilizzarla e il pezzo dovette attendere il 1970 per trovare una pubblicazione come lato B del singolo Ohio. È un ultimo, piccolo boccone gettato in pasto al pubblico affamato del Fillmore: mai sazio, al punto che – come Nash ricorda divertito nelle liner notes – il promoter Bill Graham dovette convincere i 4 a un ultimo bis facendo passare biglietti da 100 dollari sotto la porta del camerino (Young acconsentì solo quando vide salire la posta a 800 dollari: anche sotto il naso di hippies come loro i soldi evidentemente non emanavano un cattivo odore).

Peccato che il documento storico non sia completo, dato che per motivi imprecisati dalla scaletta mancano 7 pezzi fra cui cover di brani di Donovan, John Sebastian e Youngbloods: ma non è il caso di stare troppo a sottilizzare, perché grazie anche alla sua eccellente resa sonora Live At Fillmore East, 1969 resta una nitida, bellissima e anche struggente fotografia di un momento in cui Crosby, Stills, Nash & Young vivevano la loro estate dell’amore, muovendosi a grandi passi verso l’apoteosi di Déjà Vu. Una vivace istantanea di un’epoca magica, tumultuosa e frenetica in cui, a differenza di oggi, il rock and roll era troppo impegnato a nutrirsi voracemente del presente per indugiare sul passato o fare progetti per il futuro.