Tornano i Coward Brothers. Magari non proprio da un remoto esilio in qualche isola caraibica degli anni 50, come ci vorrebbero far credere le fantasiose note di copertina del loro 1° album omonimo uscito (senza grandi clamori mediatici) negli ultimi mesi del 2024. Ma direttamente dal 1985 quando, oltre a esibirsi insieme in una serie di spettacoli, Elvis Costello e T Bone Burnett pubblicarono sotto quella sigla 1 bel singolo contenente 1 brano originale, The People’s Limousine, e la cover dello standard country They’ll Never Take Her Love From Me (coproducendo poco dopo 1 dei migliori dischi dell’inglese, King Of America).

A 40 anni di distanza si calano di nuovo, e sorprendentemente, nei panni dei loro vecchi alter ego, il piccolo Howard e lo spilungone Henry Coward, occhialuti fratelli d’anima se non di sangue. E lo fanno dopo avere architettato in combutta con l’attore, sceneggiatore e regista Christopher Guest una bizzarra “audiocommedia ” satirica in 3 parti intitolata appunto The True Story Of The Coward Brothers, scritta da Costello, diretta da Guest e trasmessa negli Stati Uniti in esclusiva per gli utenti del servizio Audible collegato ad Amazon.

Elvis Costello e T Bone Burnett

I 20 brani e l’ora di musica o poco meno contenuti nell’album The Coward Brothers ne rappresentano la colonna sonora. E qui sta il nocciolo del problema: perché almeno la metà suonano come musica di contorno o di sottofondo. Come provini registrati con poco tempo a disposizione e mai portati a termine. Come bozzetti di canzoni che non si sono evolute in forma compiuta. Come idee frammentarie non sviluppate fino in fondo. Prendiamone atto, anche se resta un po’ di amaro in bocca considerate le potenzialità di questa reunion a cui, oltre a Guest, prendono parte musicisti di gran pregio del giro di Burnett – il batterista Jay Bellerose, il contrabbassista Dennis Crouch, 1 dei migliori specialisti di pedal steel come Russell Pahl – ma anche il sopraffino chitarrista canadese Colin Linden e la moglie di Costello Diana Krall, presente al pianoforte in 2 brani ben lontani dall’eleganza raffinata e un po’ algida del suo tipico repertorio.

L’idea di base è molto divertente, in linea con l’enorme cultura musicale e con lo spirito burlone dei 2 protagonisti oltre che con il background di Guest, già storico componente degli Spinal Tap, mitico e fittizio gruppo heavy metal: ricostruire la carriera e la produzione musicale immaginaria di un duo d’effimero successo, costretto dal manager a inscenare la sua scomparsa in un incidente aereo nel momento in cui la popolarità cominciava a calare prima di un inatteso e clamoroso ritorno in pubblico e sulle scene.

È il pretesto per mettere insieme canzoni e spunti musicali che s’immergono giocosamente in un immaginario d’altri tempi, storie d’amore, di soldi, di gelosie sentimentali e professionali che si muovono nello scenario della Guerra Fredda, della minaccia atomica, della presidenza di Lyndon Johnson e di un business musicale cinico e spietato (perché tutto cambia ma resta sempre uguale a prima), fra presunte hits (la squinternata My Baby Just Squeals (You Heel)) e presunte demo d’epoca raccolte in una presunta antologia onnicomprensiva. Costello e Burnett (di questi tempi ancora più attivo del suo sempre indaffarato partner, con 1 disco in proprio dato alle stampe nel 2024 e la produzione del recentissimo album country di Ringo Starr) interpretano brani scritti insieme o, più spesso, separatamente, intrecciando voci e strumenti: percussioni di varia foggia e drum machine, Moog e sitar elettrici ma soprattutto un piccolo arsenale di chitarre di cui le note di copertina indicano minuziosamente marche e modelli (bella e apprezzabile idea).

Si parte bene con Always, l’etereo e rarefatto brano corale scelto come singolo di presentazione del progetto, ma poi si divaga in maniera un po’ frastornante fra scampoli di rock and roll anni 50 volutamente grezzi e scalcinati (Like Licorice l’esempio migliore), disordinati e barcollanti schizzi in odor di Tom Waits, marcette in stile vaudeville (Yesterday Is Near), motivetti ossessivi e distorti (Birkenhead Girl, in cui Costello ripensa forse alla Liverpool della sua adolescenza), rock blues ((I Don’t Want) Your Lyndon Johnson), sprazzi di electro-lounge (Pure Bubblegum) e di calypso (Row Me Once) e altri articoli assortiti di chincaglieria postmoderna che a volte divertono, altre incuriosiscono, altre ancora lasciano un po’ interdetti.

Oltre che per la sua voce un po’ tremolante, Burnett/Henry è pienamente riconoscibile in The Devil’s Wife – una di quelle sue tipiche produzioni dal suono profondo e rifratto che sembrano registrate qualche metro sotto terra o sotto il pelo dell’acqua – così come fra le chitarre sature di Wooden Woman e nella cavalcata country di Bygones. Costello assomiglia a se stesso più che a Howard in ballate come Smoke-Ring Angel (scritta insieme a Guest) e Tipsy Woman, fra Americana e Brit pop; mentre Cathy Come Home, scandita da un rullante militare, nella melodia sembra omaggiare il David Bowie degli anni 70. Non bastano a raddrizzare del tutto la baracca, ma una soluzione ci sarebbe (al di là del suggerimento di ascoltare il disco con attenzione per coglierne i tanti dettagli sotto traccia): portare la “vera storia ” dei Coward Brothers e la loro musica in giro nei teatri, magari anche con Rebecca e Megan Lovell in arte Larkin Poe al seguito, com’è accaduto in certe loro recenti e convincenti apparizioni in alcuni show televisivi americani di grande popolarità.