Ci sono cose non facili da spiegare a proposito della cosiddetta Linea Lombarda: più che un movimento letterario, un filone di produzione poetica tenuto a battesimo da Luciano Anceschi nel lontano 1952, che assembla talenti assai diversi: da Vittorio Sereni a Giovanni Raboni; da Luciano Erba a Viviane Lamarque; da Giancarlo Majorino a Franco Loi; da Giampiero Neri a Maurizio Cucchi. Personalità, appunto, diverse e tuttavia legate non soltanto dai luoghi in cui operavano, ma piuttosto da certi attributi comuni: in particolare una discrezione, un’ironia, una pacata intimità che sembrano contrastare con il clima della più frenetica e indaffarata regione d’Italia. Molti di questi poeti sono già trapassati, altri sopravvivono sempre più carichi di anni e ancora indicano alle nuove generazioni le tracce da seguire. Per me ce n’è uno speciale che in questi giorni ha compiuto 90 anni, voce sommessa e cervello lucidissimo: si chiama Tiziano Rossi.

Mi era capitato, quando ero ancora un ragazzo un po’ beatnik nella mia sonnolenta provincia ligure, di leggere la sua firma su Rinascita o su certe riviste letterarie ormai dimenticate: ecco cosa avrei voluto fare da grande… Sì, il giornalista ma scrivendo di poesia, di arte, di musica, proprio come faceva questo sconosciuto signor Rossi con competenza, con chiarezza, senza nessuna prosopopea. Solo molto più tardi ho scoperto che dietro quella firma ci stava anche un poeta: non un vate, non un tipo smanioso di premi e notorietà, ma un ottimo artigiano di versi e insieme un narratore sui confini della bizzarrìa quotidiana. Non ha avuto neppure fretta di farsi conoscere, dato che ha esordito con la raccolta La talpa imperfetta (Mondadori, 1968) a 33 anni. Da quel momento è stata una lunga sequenza di pubblicazioni fino alle recenti, brevi prose poetiche (da Piccola orchestra a Gli affaccendati), paradossali microstorie sospese fra il nonsenso e la magia della parola. Ora è tornato con una nuova raccolta in versi, Il brusío (Giulio Einaudi editore, 128 pagine, € 12) che fin dal titolo sembra accennare a quel fluire sommesso di voci che sono la colonna sonora di una vita qualsiasi.

La prima sezione riporta ricordi e orrori della guerra (“porcheria mondiale ”), da lui vissuta nell’età dell’innocenza. La seconda si concentra sul faticoso dopoguerra e su personaggi di un piccolo mondo di quartiere riemersi da una lontananza quasi di ere geologiche (“mica sei il centro, nessuno lo è ”). La terza ricostruisce soprattutto frammenti di vita familiare: nonni, genitori, fratelli e anche animali domestici (“La memoria è stracarica. Tracima ”). La quarta vola ancora più lontano: nei giochi, i malesseri, le sceneggiate e le ingenue domande della fanciullezza (“A quella età ci sono continenti / solo da loro praticabili ”). Ma tutto questo s’intreccia con il tempo presente di un superstite 90enne: “povero me! È troppa l’esistenza ”. E ne vien fuori uno strano autoritratto, una geniale testimonianza insieme umile e raffinata: “quasi una canzonetta: / mugugna la Storia e s’affretta…”.

Tiziano Rossi

Gli strumenti fondamentali del laboratorio di Tiziano Rossi sono ovviamente i ricordi, che riaffiorano a ogni minima occasione; e i sogni, che rielaborano gli stessi ricordi al di fuori di qualsiasi regola logica. E non è facile distinguere quando è nella veglia o nel sonno che la memoria del poeta fa riemergere cose e persone; ma il risultato è sempre straordinario come un’inattesa apparizione, un’epifanìa, o forse una profonda consapevolezza (“siamo rotelle di un congegno ben oliato ”), mentre tutto il mondo, già vissuto o ancora da vivere, continua il suo brusío di fondo.

D’improvviso, anche nella mia mente, affiorano i bellissimi momenti di un pomeriggio di qualche anno fa all’Officina Coviello (la tana di un altro poeta), dove il decano Rossi aveva presentato Oniricon, una raccolta di stramberie sui miei personalissimi sogni e mi aveva intervistato sul mio lavoro in versi con una serie d’illuminanti domande, piene di acume e gentilezza. Impossibile dimenticare per me, immigrato da un’altra regione, quel sentirmi in qualche modo accolto da un Maestro della tradizione lombarda. Ora tuttavia, leggendo i suoi nuovi versi, mi sento rimpicciolire davanti alla grandezza sommessa e persino umile che mi abbaglia, alla freschezza e al sorriso di un poeta che a 90 anni sa esprimere la gioia di rivivere tutte le età già attraversate: “… fatale intruglio i cosiddetti ricordi / altre semenze ”.