C’è una sfida quasi sacrilega nel voler dare un corpo alla musica di Ennio Morricone (1928-2020). Quelle partiture, così indissolubilmente legate all’immaginario visivo del cinema, rischiano di fagocitare qualsiasi tentativo di interpretazione fisica. Eppure, lo spettacolo Notte Morricone commissionato da Aterballetto al coreografo valenciano Marcos Morau che è andato in scena l’11 aprile 2026 al Teatro Regio di Parma, riesce in un’impresa complessa: non illustrare la musica, bensì abitarla in una poetica dello smarrimento.

Il progetto non nasce da un intento celebrativo, ma da un’indagine sulla solitudine creativa. Morau, artista totale capace di fondere fotografia, teatro e danza, ambienta il pezzo nel ” crepuscolo di una notte ordinaria “. La scena diventa la stanza della mente del compositore Morricone: uno spazio rarefatto dove il silenzio è interrotto solo dal ticchettìo della creazione e da suoni che evocano la sua militanza nel Gruppo di Improvvisazione di Nuova Consonanza; le cosiddette ” canzonette ” incise negli anni 60; i capolavori cinematografici da Oscar. Lo stile coreografico di Morau è un’architettura d’una precisione millimetrica.

Eleonora con Nolan Millioud (a sinistra) e Matteo Fabiani
Il movimento non è mai fluido in senso classico: è fatto di scatti, di spasmi, d’isolazioni del busto e di gesti che si trasformano in astrazione meccanica. È l’incarnazione di quella ” eterodossia ” che Morau riconosce in Morricone: una danza che – come la musica del Maestro – mescola l’alto e il basso, il colto e il popolare, il fischio dello Spaghetti Western e la complessità orchestrale. Lo stesso Morau afferma che «non si tratta di spiegare la sua musica, poiché ha già detto tutto. Si tratta di riportare in vita storie nell’aria rarefatta di una stanza, trasformando una casa in uno studio di registrazione, in un cinema, in un sogno condiviso».

© Andrea Mafrica
Nell’appuntamento pomeridiano La danza dietro le quinte curato da Valentina Bonelli, i ballerini del cast Matteo Fabiani e Nolan Millioud hanno raccontato: «Morau ci ha messo a dura prova, performando la tecnica con linee precise. Al contrario, rompe la forma e il disegno dell’idea coreografica. Lui è un architetto dell’esibizione: decodifica per implementare la performance». In questa produzione, che si è meritata il Premio Danza&Danza 2024 (con 90 repliche), il cast di Aterballetto si muove come un unico organismo multicellulare.
Quando le luci del Teatro Regio si abbassano, il pubblico si trova di fronte al sipario aperto. Ciak, si gira e veniamo catapultati in un ipotetico set cinematografico, con 1 metronomo per misurare il tempo e scandire il ritmo; 1 attrezzista all’opera; 1 operatore il quale (con una canna da pesca a cui è attaccata una lampada) cerca la luce giusta per l’eventuale ripresa, illuminando il pubblico delle prime file.

I danzatori non sono personaggi, ma proiezioni. Tutti impersonano Ennio Morricone: tipici occhiali, bretelle e abiti compresi. Sono, per così dire, i ” visitatori ” della notte che appaiono come spettri cinematografici: ora vestiti dall’eleganza malinconica dei costumi di Silvia Delagneau, ora trasformati in presenze astratte che occupano lo spazio con una forza cinetica travolgente. Cuore pulsante di questa visione sono proprio i 16 ballerini, che non eseguono solo passi ma una danza fatta di scariche elettriche. Sono proiezioni mentali, fantasmi del passato, note viventi.
Il cast composto da Ana Patrícia Alves Tavares, Elias Boersma, Estelle Bovay, Emiliana Campo, Albert Carol Perdiguer, Luigi Civitarese, Leonardo Farina, Matteo Fiorani, Matteo Fogli, Arianna Ganassi, Arianna Kob, Gador Lago Benito, Federica Lamonaca, Giovanni Leone, Gaia Mentoglio e Nolan Millioud, ha l’indubbio merito di dare fisicità all’immateriale.

Sotto l’attenta guida di Morau e dei suoi assistenti, Shay Partush e Marina Rodríguez, la compagnia abita le scenografie di Marc Salicrú che tramutano in continuazione lo spazio da studio di registrazione a cinema a cielo aperto, riflettendo la dualità di un Morricone diviso fra la disciplina accademica e la cosiddetta ” fabbrica dei sogni ” che si materializzano con il blitz di un puppet Morricone, o di altri pupazzi che eseguono una scena da film western.
I ballerini interagiscono con loro tra finzione e realtà, recitano, cantano la genialità del Maestro. La loro performance non cerca il virtuosismo fine a se stesso, ma una tensione costante, un’inquietudine che riflette il tormento di chi deve visualizzare melodie per film che ancora non esistono. L’emozione non scaturisce dal riconoscimento del tema e dalle atmosfere western di Sergio Leone; dalla voce da soprano di Edda Dell’Orso; dalle suggestioni di C’era una volta in America o di Il buono, il brutto, il cattivo, bensì dalla capacità d’emanciparsi che hanno queste note.

L’adattamento musicale di Maurizio Billi e il sound design di Röser Vatiché e Meerwein, creano un tappeto sonoro che ipnotizza lo spettatore, portandolo a scoprire Morricone come se fosse la prima volta. Vengono proiettate immagini evocative dei suoi registi, degli attori, fino all’eco delle sue commoventi parole al ritiro dell’Oscar alla carriera, nel 2007: «Voglio ringraziare l’Accademia per questo onore che mi ha fatto dandomi questo ambito premio. Però voglio ringraziare anche tutti quelli che hanno voluto questo premio per me fortemente, e hanno sentito profondamente di concedermelo».
La forza della creazione artistica è invece tutta nel finale, quando la casa-studio si trasforma definitivamente in cinema. È lì che comprendiamo quanto Morau non abbia voluto coreografare dei film, ma l’atto stesso del ricordare. In quella stanza piena di fogli e di note, il ragazzo che voleva fare il dottore è diventato studente al Conservatorio di Santa Cecilia, a Roma. Sul palcoscenico, in più, abbiamo visto il Morricone scacchista, che non suonava la tromba come Chet Baker, Mauro Maur e suo padre Mario (professionista dello strumento), ma che sapeva ” far suonare le cose che non vengono dette “.

© Christophe Bernard
Il finale, emoziona con i versi in un ensemble corale dei ballerini: ” Here’s to you, Nicola and Bart/Rest forever here in our hearts/The last and final moment is yours/That agony is your triumph… “. È l’indimenticabile colonna sonora del film Sacco e Vanzetti. Morricone pupazzo riemerge, evocando fino all’ultimo, rinchiuso in un pianoforte, ” Io, Ennio Morricone, sono morto “, come scrisse nel suo auto-necrologio. Ma è la sua musica a non poterlo fare.
Notte Morricone è il tentativo, impeccabilmente riuscito, d’emancipare queste partiture dal grande schermo per farle vivere nel respiro del teatro. Il sipario, questa volta, si è chiuso fra interminabili applausi a sottolineare l’eccellenza tecnica di un Aterballetto capace di passare da momenti di massa esplosivi a duetti dalla rarefatta intimità. Lo spettacolo di danza contemporanea più bello che io abbia mai visto.
