Oltre all’amore per la propria famiglia, Ilio Simone ha 2 grandi passioni: il suo lavoro e la musica dei Pooh. Quest’ultima, che coltiva dal 1989, l’ha convinto ad analizzare 348 testi del gruppo fino a cogliere l’intimo significato delle loro canzoni, anche le più ermetiche. Dopo aver pubblicato nei siti riservati ai fans dei Pooh alcuni suoi commenti sui testi dei 2 storici autori (i compianti Valerio Negrini e Stefano D’Orazio), li ha raccolti in 1 libro a tiratura personale intitolato Il Pensiero dei Pooh. Ilio si è auto intervistato per noi.

Prima di tutto, chi è Ilio Simone?
«Un medico dentista, in pensione da pochi mesi. 71 anni, sposato, 3 figlie, 6 nipoti. Vive da sempre a Calimera, un paese di circa 6.700 abitanti in provincia di Lecce».

Da chi e perché è stato eletto “primo cittadino” di Poohlandia?
«Non è stata un’elezione canonica. Il titolo di “sindaco ”, più che un incarico, mi è stato conferito quasi 20 anni fa da alcuni appassionati dei Pooh. Ormai è con questo appellativo che molti mi conoscono nell’ambiente. Il motivo è che mi ritengono fra i maggiori competenti nell’esegesi dei testi “poohici ”. Questo riconoscimento è il risultato delle mie analisi dettagliate delle loro canzoni più ermetiche, pubblicate in vari siti online frequentati dai fans. Tutti insieme, questi siti, costituiscono un luogo virtuale che molti amano definire “Poohlandia ”».

Com’è entrato in contatto con la musica dei Pooh?
«Tutto ha avuto inizio nel giugno del 1989. Nel mio studio dentistico, dove già lavoravo da qualche anno, usavo vari espedienti per far rilassare i pazienti: le pareti e l’arredamento erano in bianco o in azzurro tenue, nella sala d’attesa c’era un grande acquario che funzionava da “ansiolitico naturale ” e in tutto l’ambiente c’era un sottofondo musicale molto soft. Per questo mi ero fatto registrare alcune musicassette da un amico, con solo canzoni melodiche. Un giorno un giovane paziente, che scoprii poi essere un deejay, mi fece notare che fra quelle canzoni non c’era nulla dei Pooh. Alla seduta successiva si presentò con 2 musicassette con solo brani del gruppo chiedendomi di utilizzarle quando lavoravo nella sua bocca. Lo accontentai e così scoprii tanti bellissimi pezzi fino ad allora del tutto sconosciuti».

Non li conosceva affatto, quindi…
«In realtà sapevo chi fossero, ma gli studi e i piccoli lavori che facevo per sostenere la mia giovane famiglia (essendo già sposato) mi avevano assorbito completamente, al punto che ascoltare musica era un lusso che non potevo permettermi. Perciò, delle canzoni dei Pooh conoscevo solo i grandi successi del mio periodo da liceale: Piccola Katy, Tanta voglia di lei, Pensiero, Noi due nel mondo e nell’anima. Negli anni successivi (durante l’Università e i primi periodi da dentista) non ho praticamente seguito i loro altri tormentoni: Linda, Dammi solo un minuto, Chi fermerà la musica…».

Non gli piacevano?
«Al contrario, li apprezzavo ma non li avevo mai ascoltati con attenzione. Mi sembravano troppo “commerciali ”, con testi leggeri. Ascoltandoli con calma, invece, li ho rivalutati. Ricordo che rimasi subito affascinato da tutte e 30 le canzoni delle 2 musicassette del mio paziente. Mi incantarono le melodie, l’equilibrio sonoro, gli impasti vocali che i 4 Pooh (all’epoca non conoscevo nemmeno i loro nomi) riuscivano a creare. A colpirmi di più furono Pierre, Ci penserò domani e L’ultima notte di caccia ».

Cosa aveva di speciale Pierre?
«Anzitutto la melodia: dolce, soave, mai mielosa. Il testo, così delicato e rispettoso verso chi era considerato “diverso ”, si chiudeva invece con una frase che mi colpì profondamente: Resta quel che sei… tu che puoi ”. Nel 1976, quando l’omosessualità veniva considerata da molti un fenomeno patologico (e in alcuni casi percepita come pericolosa per la società), Pierre invitava a essere fieri della propria diversità. E si riconosceva la capacità, più rara nei cosiddetti “normali ”, di non lasciarsi manipolare né omologare».

Ci penserò domani, invece?
«Anche in questo brano del 1978 c’era una melodia affascinante, quasi cinematografica. Scoprii in seguito che Red Canzian aveva contribuito in modo significativo al pezzo introducendo in Italia per la prima volta l’uso del basso fretless. Il testo descrive una donna libera, anticonformista, che non si accontenta della vita a “bassa quota ”. La protagonista, pur non essendo lungimirante, sa aspettare: sa che non è il momento giusto per decidere e che bisogna attendere che la “pioggia ” passi per fare la scelta giusta. L’idea di non prendere decisioni importanti durante la confusione è un leitmotiv ricorrente nei Pooh».

E L’ultima notte di caccia?
«Mi colpì, nel 1979, per la sua intensità corale ed energica. Il testo narra la drammatica storia di un pellerossa, che per essersi innamorato di una donna bianca paga con la vita la propria “colpa ”. Come spesso accade nei Pooh, anche in questo caso la vicenda specifica assume un valore universale: è emblematica del dramma storico vissuto dagli indiani d’America, privati non solo dei territori ma della loro identità e della loro cultura».

Non mi risultava che queste 3 canzoni fossero tra le loro più celebri…
«Ha ragione. Non furono mai utilizzate come singoli, né impiegate per promuovere gli album che le contenevano. Altri artisti avrebbero certamente colto quell’opportunità, ma i Pooh avevano un repertorio talmente ricco che quei brani finirono semplicemente per “riempire i dischi ”. Col tempo, però, hanno guadagnato reputazione, tanto da entrare stabilmente nelle scalette dei loro concerti».

Quando ha conosciuto tutto il loro repertorio?
«Dopo quell’approccio entusiasmante con le prime 30 canzoni, sentii il bisogno di procurarmi l’intera produzione. Nel giro di 1 mese acquistai gli album disponibili fino al 1989, che raccoglievano 234 dei 348 brani complessivi prodotti fra il 1966 e il 2016. Durante le ferie estive, in pochi giorni, li ascoltai tutti».

Con quali risultati?
«Venni a scoprire che non si trattava solo di belle melodie: molti testi erano tutt’altro che banali o scontati. Rintracciai i brani “impegnati ”, in cui i Pooh affrontavano temi sociali, cronaca, pagine di storia… E anche canzoni d’amore che evitavano i cliché più diffusi. Ogni testo nascondeva prospettive e originalità».

Qual è stato il 1° testo che ha catturato la sua attenzione?
«Giorni infiniti, la traccia che dà il titolo al 1° album che acquistai, pubblicato nel 1986. Mi fece capire quanto fosse profonda la poetica dei Pooh».

Perché è così interessante?
«È un capolavoro di sintesi. Inizia con il concetto che “torna sempre quel che se ne va ”, riferito alla ciclicità cosmica. Poi cita “tutto scorre ” (“panta rhei ”) e costruisce il tema degli opposti: giorno/notte, bene/male, primo/ultimo. Infine introduce l’elemento dell’“ascolto ” (inteso come qualità propria delle persone consapevoli) come via verso l’amore. Se si insegnasse Eraclito usando questo testo… quanto sarebbe più affascinante!».

Come ha fatto a decifrare testi così complessi?
«Non limitandomi a un ascolto distratto, ma prestando grande attenzione. Ho cercato significati nascosti in ogni verso, identificando metafore che spesso si ripetono in più brani. Conoscere bene i testi, rende più facile riconoscere il senso di parole che isolate potrebbero sembrare indecifrabili».

Mi faccia qualche esempio di metafore intriganti.
«Un bel caso è Nascerò con te del 1972: versi come “C’è un respiro in più… stanotte sei tu; io vivevo qui nel buio…” non vanno interpretati alla lettera. Il “respiro ” è vitalità che arriva, il “buio ” uno stato d’apatìa, “l’acqua buona ” simboleggia una rinascita interiore. Comprendere queste immagini richiede attenzione e qualche cognizione dei testi meno criptici. Un altro esempio è Tra la stazione e le stelle del 1976, che parla di prostitute notturne ma suggerisce un cortocircuito: corpo “in stazione ”, mente “tra le stelle ”. Opposto fra condizione materiale e aspirazione spirituale. Nella più conosciuta Notte a sorpresa del 1979, la “lingua di menta fra i denti ” esprime freschezza, che rompe la routine ; la “piazza spazzata dal vento ” non è un’immagine esterna ma mentale: il vento allegorico rinnova il pensiero».

Come può essere sicuro che le sue interpretazioni corrispondano all’intento degli autori?
«Molti indizi emergono dal confronto fra testi diversi. Per esempio, la metafora del “vento ” compare in canzoni più antiche, con un senso affine. Nel caso della “piazza spazzata ”, un brano del 1968 intitolato Il tempio dell’amore menziona “quando il vento spazzerà i deserti… io potrò tornare da te ”: il vento, cioè, rimuove la sabbia e gli schemi mentali. Confrontando i testi “criptici ” con quelli più espliciti, è possibile rafforzare l’interpretazione».

Ha detto che ha rivalutato Chi fermerà la musica. Perché?
«In quel testo, “musica ” è una metafora della vita vibrante. Il protagonista esce da uno stato di torpore grazie all’avvento di qualcos’altro. Se non si conosce l’autore (Valerio Negrini), si pensa che questo “qualcosa ” sia una donna o la stessa musica. Ma il verso “stai cambiando i suoni alla mia musica ” indica che la musa è qualcosa di diverso: la “Buona Primavera ”. Questo concetto si ricollega a un altro brano, Io sono vivo, dove si parla della Primavera come risveglio interiore, non solo stagionale».

Qual è il testo più ermetico dei Pooh?
«Non ho dubbi: Il tempo, una donna, la città del 1975. È una suite di quasi 11 minuti con vari momenti musicali. Un sequel non dichiarato di Parsifal, che racchiude riferimenti ai cavalieri del Graal, a Parsifal e a sua madre. Il messaggio centrale è che l’amore può trasformare una terra desolata in Paradiso: tema molto caro a Negrini».

Può svelarci i primi versi di Uomini soli (vincitrice al Festival di Sanremo 1990) e il loro significato?
«“L’incontri dove la gente viaggia e va a telefonare…”. Quegli uomini che soffrono la solitudine frequentano luoghi affollati: stazioni, sale con cabine telefoniche, spazi nei quali possono sentirsi “in buona compagnia ” pur essendo soli. Il verso “dopobarba che sa di pioggia e la ventiquattrore ”, allude a uno stato d’animo grigio, uniforme, che annulla la personalità dell’individuo. L’“invocazione al Dio delle città ” (“amare come siamo ”) richiama la resistenza alla conformità, l’affermazione della propria unicità nei contesti urbani».

Secondo lei ci sono canzoni dei Pooh il cui significato è stato frainteso?
«Certamente. Per esempio Noi due nel mondo e nell’anima del 1972. Molti credono che sia un amore trascendentale; in realtà, il protagonista chiede alla ragazza di rimanere se stessa: “la verità siamo noi ” è un imperativo, non un ideale astratto. Canterò per te del 1980, invece, si pensa che sia una dichiarazione d’amore mentre è un elogio della diversità dell’altro, della sua unicità. “Cantare per te ” significa impegnarsi nel promuovere le sue idee, non necessariamente innamorarsi».

Vuole parlarmi dell’altro autore, Stefano D’Orazio?
«Anche lui ha fornito importanti contributi lirici. Ha iniziato nel 1975 con Eleonora mia madre ed è l’autore di alcuni testi finali del 2016. Ha scritto Stare senza di te, Cercando di te, La donna del mio amico ma soprattutto Dimmi di sì del 1999, brano energico e fra i più “spinti ” dell’intera discografia.

Qual è il testo di D’Orazio che preferisce?
«Sono parecchi, ma scelgo in particolare Se c’è un posto nel mio cuore del 1986. Il testo esplora 2 difetti tipicamente maschili: l’incapacità di accettare la fine di una relazione e la difficoltà di vivere appieno il presente per timore che cambi in peggio. Il messaggio finale invita alla pienezza del “qui e ora “: un Carpe diem moderno».

Quali differenze vede fra Negrini e D’Orazio?
«Formalmente Negrini è più aulico, meno diretto. Concettualmente, più razionale e moralista. E poi credeva meno nel destino, non ha mai usato complimenti fisici, prediligeva l’interiorità. D’Orazio è più libero, meno riservato e si è lasciato andare anche a immagini fisiche, più immediate».

Ilio Simone, Sindaco di Poohlandia

Cosa ne pensano i Pooh delle sue interpretazioni?
«Fra tutti, Roby Facchinetti è quello che ha reagito più positivamente ai miei studi chiamandomi in un suo spettacolo per commentare un testo, mentre Dodi Battaglia è stato più prudente e Red Canzian non è del tutto convinto che io abbia sempre colto lo spirito profondo dei brani. Non ho mai parlato invece con Riccardo Fogli. Bisogna dire che dei 4 attuali Pooh nessuno ha scritto testi “poohici ”: Facchinetti ha composto circa il 70%, Dodi quasi il 20%, Red l’11%, mentre Negrini e D’Orazio (entrambi scomparsi) rimangono gli unici autori definitivi. Anche loro non hanno sempre spiegato pienamente i significati ai compagni. Di conseguenza, è comprensibile che ci sia un margine di dubbio».

La ringrazio per questa illuminante intervista.
«Grazie a lei! Mi auguro che chi leggerà questo articolo possa poi mostrare più attenzione alle parole delle canzoni dei Pooh. Perché non sono solo canzonette…».