Gli inglesi e gli americani usano un termine particolare, “ larger than life ”, per descrivere certi personaggi dalla personalità strabordante che nulla sembra in grado di contenere. Daniel Henry Edward (per gli amici Danny) Thompson, inglese del Devon scomparso lo scorso 23 settembre a 86 anni, era proprio così. Un omone grande, grosso e atletico che aveva anche giocato nelle giovanili del Chelsea. Un tipo da pugni (in gioventù aveva praticato anche la boxe), carezze e grandi abbracci (che, aveva confessato, i suoi genitori non gli avevano mai riservato).

Dunque, un Englishman atipico nella sua propensione al contatto fisico con il prossimo. Un musicista precoce che aveva provato a suonare chitarra, mandolino, tromba e trombone prima di costruirsi da sé il suo 1° contrabbasso e diventare poi un tutt’uno con un Gand del 1860 acquistato per 5 sterline nel 1954, quando aveva appena 15 anni, e a cui (come B.B. King alla sua chitarra Lucille) aveva dato un nome, Victoriaperché è vecchia e sembra proprio un regina: come la regina Vittoria», aveva raccontato nel 2022 al giornalista di Mojo Tom Doyle). Da giovane beveva come una spugna, giorno e notte. E mentre tutti gli altri collassavano, lui restava sempre in piedi. Era estroverso, combattivo, caloroso, a volte bruscosbrigativo: una volta, annoiato dai suoi discorsi, scaraventò Roy Harper giù dal traghetto con cui stavano attraversando la Manica. Da vecchio era diventato saggio, dolce e condiscendente (oltre che una miniera d’aneddoti) rimanendo, nonostante gli acciacchi, ciò che era sempre stato: un’autentica forza della natura.

Danny Thompson
(1939-2025)

Tanti anni fa, meravigliato dal suo curriculum, il benemerito promoter e grande amico Gigi Bresciani che tante volte l’ha portato e ospitato in Italia, gli aveva chiesto a quanti dischi avesse partecipato. «Più di 1.000», gli rispose allora. Aveva iniziato a suonare fianco del grande sassofonista jazz inglese Tubby Hayes, di Roy Orbison, di Cliff Richard, del padre del blues inglese Alexis Korner, del pioniere della chitarra folk Davy Graham e di giovani stelle come Marianne Faithfull, trovando la sua più autentica dimensione nei Pentangle e a fianco di John Martyn, durante la stagione d’oro del folk (termine, in questo caso, assolutamente riduttivo) inglese.

In mezzo, di tutto: Donovan e Tim Buckley, la Incredible String Band e Rod Stewart, i T. Rex e Kate Bush, David Sylvian e i Talk Talk, Richard Thompson e Paul Weller, compreso qualche lavoro da turnista con pop star italiane (Alice, che lo ha ricordato con un post sui social; e Claudio Baglioni ai tempi di Oltre), ma anche progetti in proprio (con i Whatever), fusion (i Dizrhythmia), gospel (i Blind Boys Of Alabama) e world (The Happiest Man In The World di Eric Bibb & North Country Far, 2016). Sempre con incredibile generosità. Sempre con un unico credo e un insegnamento prezioso per tutti: «Lascia da parte il tuo ego e mettiti al servizio della musica e della canzone». Eccone 10 esempi, 10 impronte lasciate da questo gigante durante il suo cammino sulla Terra.

PENTANGLE

Con la stella a 5 punte che comprendeva un’angelica cantante (Jacqui McShee), 2 venerati maestri della chitarra acustica (il colto John Renbourn e il geniale Bert Jansch) e 1 batterista (Terry Cox) come lui di matrice jazz, Danny ha scritto pagine indimenticabili del progressive folk inglese anni 60. 6 album fra il 1968 e il 1972, fra traditional folk e musica barocca e rinascimentale, blues e jazz. Come la Haitian Figth Song di Charles Mingus, qui in una versione live del 1968 (l’anno di uscita del doppio Sweet Child che la include).

JOHN MARTYN

«Non ho un disco preferito di John Martyn, per me rappresentano un tutto indistinto», disse Thompson 3 anni a fa a Doyle. Lui e «quel lurido bastardo» scozzese (nato però in Inghilterra) erano fratelli di sangue. Compagni di bevute, scazzottate, scorribande e prodezze (una volta, in un albergo, John lo inchiodò al pavimento sotto un tappeto per poi usarlo come poltrona durante la sua colazione). Tra loro, sul palco e in studio d’incisione, si instaurava una magica comunicazione telepatica e senza parole. Proseguita nei decenni, come dimostra questa stupenda Solid Air registrata nel 1998 per le Transatlantic Sessions trasmesse da BBC Scotland.

TIM BUCKLEY

Registrato il 7 ottobre di quell’anno alla Queen Elizabeth Hall di Londra, Dream Letter: Live In London 1968 (pubblicato solo nel 1990) è rapidamente assurto al rango di capolavoro postumo di Tim Buckley. Alle sue acrobatiche evoluzioni vocali, agli arpeggi della sua 12 corde e al suo lirismo siderale da “ marinaio delle stelle ” Danny, il chitarrista elettrico Lee Underwood e il vibrafonista David Friedman rispondono con un interplay che amplifica il senso di stupore e meraviglia di una musica, tra folk jazz e canzone d’autore, che mai si era sentita prima e mai si sarebbe più sentita in seguito. Compresa questa nostalgica e struggente Once I Was, la cui versione di studio compariva in Goodbye And Hello (1967).

NICK DRAKE

Thompson era uno dei pochi capaci di far ridere il timido, introverso e umbratile cantautore di Pink Moon. Di scuoterne la patologica riservatezza con la sua esuberanza: «Ogni tanto pensavo che avesse bisogno di un bel calcio nel culo», ha ricordato affettuosamente e con la sua tipica parlata cockney. Insieme, durante le session dell’album di debutto di Drake, Five Leaves Left, fecero meraviglie: Danny libero d’improvvisare con felpata discrezione intorno e sotto la voce autunnale e il picking chitarristico di Nick, mentre intorno si dipanavano i meravigliosi archi arrangiati da Harry Robinson. Di quel disco l’inarrivabile, brumosa e misteriosa River Man resta forse il momento più alto.

DAVID SYLVIAN

Si dice che Danny Thompson non abbia speso parole gentilissime nei confronti di David Sylvian bollandolo in un’occasione come una pallida imitazione di Scott Walker. Nel 1° e forse più affascinante album solista dell’ex Japan, Brilliant Trees (1984), ha tuttavia lasciato un’unica ma profonda zampata modellando la ritmica jazz di The Ink In The Well, uscita anche come singolo e ispirata a Guernica di Pablo Picasso. Danny e Victoria vi meritano una citazione fra gli attori protagonisti (il video è diretto da Anton Corbjin).

KATE BUSH

«Danny era l’uomo più dolce e più caro del mondo e un vero personaggio», ha ricordato in questi giorni Kate Bush sui suoi canali social. «Non lavoravi mai soltanto con lui, ma anche con il suo contrabbasso che aveva chiamato Victoria. Loro 2 erano inseparabili, uniti all’anca. Insieme erano i due più formidabili narratori di storie che si potessero immaginare». Thompson ha suonato in alcuni dei dischi migliori della cantautrice inglese come The Dreaming e Hounds Of Love: da quest’ultimo è tratta Watching You Without Me, dove il suo tocco fluido e vigoroso è inconfondibile.

RICHARD THOMPSON

Non sono parenti, e negli anni 60 erano dichiaratamente rivali: uno contrabbassista dei Pentangle, l’altro chitarrista nei Fairport Convention. In seguito hanno sviluppato un rapporto fraterno, esibendosi spesso – a partire dagli anni 90 – anche in duo: in quel caso si divertivano a presentarsi scherzosamente in pubblico come «i Thompson Twins». Danny odiava il basso elettrico, e anche nei dischi e nei brani più movimentati e ad alto voltaggio di Richard dimostrava che a lui e a Victoria il rock and roll andava a genio, eccome. Una prova? Questa muscolare I’ll Never Give It Up (dall’album Sweet Warrior, 2007) eseguita lo stesso anno nel celebre programma televisivo di Jools Holland.

PETER GABRIEL

Una collaborazione “one-off ”, ma che ha lasciato un segno nella mente dell’ex Genesis. «Danny amava la vita, la gente e la musica e sembrava essere sempre motivato unicamente dalla sua natura estremamente generosa», ha scritto Gabriel sul suo sito e sui social media dopo avere appreso la notizia della sua scomparsa. Il loro incontro risale al 1994, quando Thompson contribuì con 1 fraseggio scuro e sinuoso al brano No Way Out conservato negli archivi fin quando nel 2002 trovò pubblicazione ufficiale nell’album Up.

BLIND BOYS OF ALABAMA

La collaborazione con Peter Gabriel portò Danny a suonare anche nell’album Spirit Of The Century, pubblicato dall’etichetta Real World nel 2001: 1 disco che rinfrescava la tradizione gospel dei leggendari “ ragazzi ciechi dell’Alabama ”, attivi, in varie configurazioni, fin dal 1939. Run On For A Long Time (traditional noto anche con il titolo di God’s Gonna Cut You Down e pubblicato nel 1949 da Bill Landford & The Landfordaires) è 1 dei gioielli della raccolta, eseguito nel 2001 al Later… with Jools Holland con Thompson al contrabbasso, 1 batterista e lo stesso conduttore del programma al pianoforte.

PAUL WELLER

Con il Modfather, Thompson ha coltivato negli anni un’amicizia profonda alimentata da una sconfinata ammirazione reciproca: Paul non ha mancato d’omaggiarlo con parole affettuose dopo la recente scomparsa mentre in una delle sue ultime interviste, pubblicata da Dan Jennings nell’appena uscita “ oral history ” di Weller, Dancing Through the Fire, sentendo arrivare la sua ultima ora, Danny si augurava di poter registrare le sue ultime note in studio proprio con lui. Dall’album di cover Studio 150 (2004) al recente Ep Supplement: 66 (2024) i 2 hanno collaborato spesso e con risultati mai meno che emozionanti. Abbiamo scelto Come Along, delicato pezzo folkie da True Meanings (2018), che con quel suo sapore vagamente Pentangle sembra chiudere bene il cerchio di questo breve excursus sulla vita e sulla carriera di 1 uomo e di 1 musicista straordinario e indimenticabile.