Alle 9 e ½ di sera di sabato 28 giugno 2025, dopo una torrida e umida giornata trascorsa sotto un sole implacabile, sopra al palco del magnifico Anfiteatro del Vittoriale di Gardone Riviera spunta una nuvola nera. La materializzano le note ossessive e sinistre e le tetre riflessioni su un presente distopico di Cognitive Dissident, 1 dei talking blues a tinte noir che si trovano sull’ultimo album dei The The, Ensoulment, ritorno in grande stile a 24 anni dal precedente disco di studio. Anche la band e il suo leader Matt Johnson, che mancava dall’Italia da più di 25 anni e che ha scelto il festival Tener-a-mente come unica data nazionale del nuovo tour, si presentano al pubblico di nero vestiti.

Calvo, magro e con addosso 63 anni ben portati, Matt è una presenza indubbiamente carismatica anche se il più black di tutti – comprese le scure lenti degli occhiali – è il batterista afroamericano Earl Harvin, dinamo ritmica ed energetica di una musica che a dispetto del suo carattere dark e della gravità dei temi che tratta («Siamo qui per rallegrarvi con il nostro gioioso repertorio», scherza Johnson nelle prime battute dello show) alterna sempre l’introspezione delle ballate e l’orecchiabilità delle sue melodie più pop a un groove insinuante e insistente, prodotto con un mix di strumenti analogici ed elettronici grazie proprio alle percussioni di Harvin e al basso di James Eller (insieme al leader, l’elemento più empatico e comunicativo della band : mi fanno giustamente notare una certa somiglianza con l’illustre collega Bill Wyman).

Matt Johnson
© Christie Goodwin

Ciuffo e faccia impertinente da Brit Popper, “Little BarrieCadogan vanta collaborazioni con Paul Weller, Morrissey, Edwyn Collins e Primal Scream ed estrae dalla sua bella gamma di chitarre elettriche sonorità aspre, pungenti e dissonanti o fluidi arpeggi jingle jangle degni del suo predecessore Johnny Marr. Con l’occhialuto tastierista DC Collard, che esibisce lunghi capelli fluenti sulle spalle, fa da seconda voce e si spartisce i pochi e misurati interventi solisti di uno show che al centro della scena mette ovviamente Johnson e la sua voce da grande storyteller : calda, pastosa, intonata, profonda e magnetica, amplificata dal suo classico set di 3 microfoni che include 2 apparecchi vintage fissi e 1 “gelato ” che gli permette, quando abbandona le sue chitarre, di scorrazzare per il palco e di avvicinarsi al pubblico.

È l’arma segreta e invincibile di 1 moderno cantastorie che con le sue canzoni, un po’ politiche e un po’ psicanalitiche, ci parla delle fragilità umane e degli orrori contemporanei: come un Roger Waters in versione minimal e senza effetti speciali. Mentre, fra dialoghi preregistrati e una tastiera che imita un sax, canta i tormenti di un pilota militare nell’antica Sweet Bird Of Truth – uscita nei negozi e boicottata dalla sua stessa casa discografica mentre l’aviazione americana bombardava la Libia – o mentre introduce Heartland (altro pezzo risalente alla metà degli anni 80 e incluso nell’album Infected) ci ricorda che nulla è cambiato da allora: né l’inclinazione perversa a risolvere con la forza e con il sangue i conflitti internazionali, né la sudditanza dell’Inghilterra e dell’Europa nei confronti degli Stati Uniti (come ribadisce la nuova Kissing The Ring Of POTUS, acronimo che identifica il Presidente degli Stati Uniti a cui gli alleati baciano l’anello).

È sempre lo stesso mondo fottuto e maligno sull’orlo dell’Apocalisse e del disastro ambientale, come ci raccontano anche il rockabilly tenebroso di Armageddon Days Are Here (Again) e più tardi, nei bis, Lonely Planet, mentre gli accordi familiari di Some Days I Drink My Coffee By The Grave of William Blake (che evocano quelli della celeberrima The House Of The Rising Sun) accompagnano, come ci spiega Matt presentandola, una sua riflessione sul mutare nel corso dei decenni del rapporto dialettico con la città in cui vive, Londra. Tocca poi alla sempre magnifica e swingante The Beat(en) Generation introdurre un lampo di luce nello squallore circostante con il suo invito ad aprire gli occhi e le porte dell’immaginazione.

Johnson canta di paura, odio, inquinamento, violenza autoritaria, controllo sociale, falsi miti religiosi, avidità e politici menzogneri, ma per fortuna la musica dei The The non si riduce a un tour nei gironi infernali dell’esistenza dato che a salvarci ci pensa l’amore, sempre più forte della morte: una morte che a Johnson ha sottratto da tempo alcune persone amate, un fratello e un padre a cui sono rispettivamente dedicate Love Is Stronger Than Death e Where Do We Go When We Die? proposte una dopo l’altra in 1 dei momenti più toccanti dello showSpero, con queste, di avere esaurito il ciclo», commenta con asciutta amarezza dal palco). Dopo la recente e mossa Risin’ Above The Need, la psichedelica e distorta Icing Up (il pezzo più vecchio in scaletta: stava su Burning Blue Soul, album di debutto che Johnson pubblicò nel 1981 sotto il suo vero nome) e una Slow Motion Replay reintitolata (Slow Emotion Replayed) e rivisitata in 1 nuovo arrangiamento più lento e meditativo riproposto anche su 1 nuovo Ep in vendita presso l‘affollato bacchetto del merchandising, è ora di tirare fuori dalla manica i pezzi del celebrato Soul Mining e di dare una strattonata all’incedere fin lì un pizzico compassato dello show (complici i volumi sotto controllo).

Il frontman ci invita ad alzarci dalla sedia, ad avvicinarci al palco, a cantare con lui e a ballare: perché la danza, come diceva Bob Marley, aiuta a scacciare i timori e i cattivi pensieri. I ragazzi degli anni 80 in platea («Belle facce giovani e fresche», osserva Matt probabilmente in senso ironico), arrivati sin qui con il loro corredo di t-shirt che riproducono il logo dei The The e le immagini di band coeve come Smiths, Joy Division, Cure, Bauhaus e Siouxsie and the Banshees, non si fanno pregare e a quel punto la performance cambia decisamente marcia. L’irresistibile melodia pop di This Is The Day la intonano tutti, The Sinking Feeling, l’ossessiva I’ve Been Waitin’ For Tomorrow (All Of My Life) e Infected (altro sempreverde buono per tutte le stagioni: era nato per esorcizzare il terrore dell’Aids, è tornato d’attualità in epoca postCovid) alzano ulteriormente la temperatura prima dei bis, con Collard che dopo avere rispolverato la sua armonica blues in Dogs Of Lust — una delle numerose riprese dall’album Dusk — fa del suo meglio per non fare rimpiangere l’inarrivabile assolo di piano di Jools Holland nella cantinelante e deliziosa Uncertain Smile, scritta da Matt quand’era un ragazzino timido e introverso.

© Davide Mombelli

Sono, infine, i muscoli e le bacchette del metronomo umano Harvin a giganteggiare sovrastandone il pattern ritmico programmato in GIANT, una danza tribale che è il climax e l’apoteosi delle quasi 2 ore di concerto: “Come potrebbe chiunque altro sapere chi sono, quando io stesso non mi conosco? ” canta Matt Johnson alzando progressivamente il tono e l’intensità della voce, mentre i fans di più lunga e stretta osservanza urlano il testo assieme a lui. Oggi sembra aver trovato una risposta a questa angosciosa domanda; e dopo aver materializzato con la sua musica una serie di incubi contemporanei, si congeda augurandoci dolci sogni: le nuvole sono di nuovo scomparse, grazie a quella conclusiva trance collettiva che risuona nell’aria notturna come un rito salvifico e liberatorio.

SETLIST

Cognitive Dissident, Sweet Bird Of Truth, Armageddon Days Are Here (Again), Heartland, Kissing The Ring Of POTUS, Some Days I Drink My Coffee By The Grave Of William Blake, The Beat(en) Generation, Love Is Stronger Than Death, Where Do We Go When We Die?, Risin’ Above The Need, Icing Up, Slow Emotion Replay, This Is The Day, The Sinking Feeling, Dogs Of Lust, I’ve Been Waitin’ For Tomorrow (All Of My Life), Infected.

BIS

Lonely Planet, Uncertain Smile, GIANT.